“Aoh, da morì!”. A volte lo “slang” romanesco trae d’impaccio chi scrive nel trovare l’incipit giusto per il racconto, e l’esclamazione di una ragazza rivolta all’amica mentre guadagnano l’uscita dallo stadio rende l’idea meglio di qualunque altra cosa. Il primo live di Max Pezzali allo Stadio Olimpico di Roma è stato un trionfo.
Il suo Tour Max Forever – Hits Only è approdato nella capitale, città particolarmente cara a Pezzali, dopo aver sbancato già in altri stadi italiani, sull’onda propulsiva di una precedente formidabile sequenza di sold-out nei Palasport di tutta Italia e della formidabile festa-concerto al Circo Massimo nel settembre scorso. Il cortocircuito di buone energie non sembra fermarsi, e anzi, il pubblico di Pezzali sembra conquistare nuovi adepti, moltiplicarsi, e osservando con attenzione il pubblico in fila agli ingressi si scorgono facilmente età diverse. Perché la musica sa essere magica, sa smarcarsi da definizioni troppo rigide e infilarsi con destrezza in contesti diversi. Lo spettacolo dell’Olimpico che al tramonto si riempie di persone è già di per sé uno show nello show.
Il gialloarancione del cielo sfuma via leggero e ormai il prato è pieno, e tribune e curve stracolme. Solo pochi giorni fa sotto la Sud Gimbo Tamberi seminava voli e adrenalina, mentre proprio lì sotto il palco la pista è ancora scossa dalle percussioni delle gambe di Marcell Jacobs che in quel tratto transitò come un fulmine direzione oro europeo nella staffetta. I 65.000 del pubblico sembrano ereditare quell’energia e moltiplicarla. Si spengono le luci e la prima ovazione olimpica per Max copre lo spartito di Siamo al centro del mondo sostenuto con vigore dall’Orchestra di fiati di Casalbuttano e Offanengo.

E sembra davvero di essere al centro della musica della trentennale storia di Pezzali, con il palco che è un cuore pulsante, e i 3 schermi giganteschi che alle spalle di Max giocano con le immagini e con le grafiche in modo suggestivo ed efficace (bravi!), restituendo anche le bellissime immagini del pubblico sotto il palco, che non smette di cantare nemmeno per un istante.
Il pubblico fa fatica a restare seduto e anche le tribune e le curve si fanno prato, mentre le note de La regina del celebrità incalzano impetuose. Il sound della band è preciso e potente, e consegna alle liriche dei brani un sostegno di grande effetto. Il ritmo de La regola dell’amico scuote ancora lo stadio, che poi si lascia andare alla melodia avvolgente di Io ci sarò, brano che un ragazzo accanto a me canta ad occhi chiusi. E lo stesso accade con l’intensità autobiografica di Come deve andare. Il Peugeot che arrancava in salita adesso vola.
E che bello constatare che Pezzali, oggi, conserva la capacità di saper guardare giù, ora che è sulla vetta. Perché una delle armi di questo ragazzo di 56 anni è anche la sua credibilità, la sua dolcezza. Da La radio a 1000 watt fino al Grande incubo, con scelte grafiche e di animazione declinate in verde e di grande effetto, il pubblico non smette di cantare un solo istante.
È poi la volta del nuovo brano di Pezzali, Discoteche abbandonate, che non tutti hanno ancora mandato a memoria, un racconto efficace e non banale, arricchito dalle immagini sullo sfondo, di luoghi dove molti di noi sono stati liberi e felici. Le note di Sei un Mito, con gli Arbre Magique danzanti sugli schermi, mentre Pezzali sul palco cammina tra gonfiabili, palloni, ragnatele, banconote in lire e radio, fanno di nuovo scattare in piedi tutti, e il coro del pubblico diventa sempre più intenso.
Nella notte e La lunga estate caldissima sono il felice prologo ad uno dei momenti più intensi del live, Una canzone d’amore. Ed è vero amore quello del pubblico per Max, perché 65.000 telefonini si accendono (eh, sì, una volta usavamo gli accendini) e sembrano disegnare un fantastico cielo terrestre. E che spettacolo deve essere stato poterlo vedere dal palco. Su Come mai il coro del pubblico sembra avvolgere Pezzali dentro a un abbraccio potente (e il disegno di curve e tribune davanti a lui ne rafforza la suggestione) mentre su Nessun Rimpianto il volume sale ancora, e molti telefonini si accendono di nuovo.
Nessuno molla la presa, e alcune ragazze alla mia sinistra sembrano rischiare le corde vocali su Hanno ucciso l’Uomo Ragno, disegnato in modo superbo dalle grafiche sui maxischermi. È poi la volta de Gli anni, uno dei gioielli del percorso artistico di Pezzali, un inno generazionale che ha contagiato anche altre età, perché è racconto ma anche metafora, perché è memoria e nostalgia. Il pubblico la intona con grande trasporto, qualcuno a fatica cerca nel buio di nascondere le lacrime, mentre gli schermi giocano con la tecnologia sfoderando album di figurine con l’immagine di Max.
In fondo al live e alle energie Pezzali sembra davvero felice, e nel ringraziare il pubblico di Roma, intona Grazie mille per poi innescare nuova adrenalina con Nord Sud Ovest Est, Tieni il tempo, e la storica Con un Deca. I saluti, l’arrivederci, l’ultimo applauso-abbraccio del pubblico nella notte romana, che Pezzali terrà con sé. (Qualche ora dopo il concerto, una ragazza di nome Silvia, sui social, scriverà che le canzoni di Pezzali si ricordano tutte a memoria perchè sono canzoni incise nel cuore).







































