Quattro album che sono una carrellata varia e interessante sulla realtà del jazz italiano di oggi. Passiamo dal world-jazz dalle mille variazioni di Luca Crispino al mainstream arricchito da riferimento al sound delle colonne sonore anni 60 di Massimo Fedeli, dal contemporary jazz costruito su mille frammenti sonori di Marco Tiraboschi al pianismo classic-jazz di Emanuele Sartoris. Ci offrono il disegno elegante e ricco di un panorama, non esente da sperimentazioni da un lato e da “bellurie” dall’altro, tra i più fascinosi d’Europa e non solo.

Marco Tiraboschi

Marco Tiraboschi
In A New World (Da Vinci Jazz)
Voto: 8/9

Trio di corde eccellente per eleganza, ispirazione e sensibilità, quello allestito dal bresciano Marco Tiraboschi, che si autodefinisce “chitarrista creativo”. Con lui sono il rodato contrabbassista Giulio Corini e il violinista Daniele Richiedei, ma determinante in tutto l’album in realtà è il contributo del sassofono e dei flauti dell’argentino naturalizzato romano Javier Girotto, presente in nove degli 11 brani, nonché autore della breve Intro, un suo delicato assolo all’andino quena che si rifà alla morriconiana Gabriel’s Oboe.
L’album è tutto composto dal leader, a eccezione anche della Frame By Frame dei King Crimson più sperimentali e lungimiranti, in una versione drumless in cui il possente basso sospinge gli assolo di chitarra, oud, soprano e violino. Il taglio espressivo generale, che non dimentica la lezione frippiana e quella methenyana, sviluppa una ricerca legata alla combinazione di frammenti, alla “fusione multiculturale”, all’incastro sottile di richiami etnici, alla sonorizzazione di immagini della mente (e di emozioni forti, come la morte dell’amico Simone Prando, cui è dedicata la malinconica title-track).
Da segnalare in questo raffinato percorso contemporary jazz di Tiraboschi (che ha in curriculum esperienze di musica antica, yiddish, mediterranea, est europea, da film, e collaborazioni internazionali) il lirico “incontro” con l’elettrica del grande Marc Ribot in An Empty Garden, la finezza latina di El Suadente con un ottimo assolo di violino e della conclusiva Sher, la grande apertura espressiva del capolavoro Past Change e la cadenzata Un respiro, composta in periodo di covid e dura nel suo incrocio inverosimile di sperimentazione e di speranza.

Luca Crispino

Luca Crispino
Diffrazioni (Dodicilune/IRD)
Voto: 8

Come titolare unico è il primo lavoro del chitarrista padovano, che però ha già firmato come co-titolare e come membro di gruppi quali Terreni Kappa o Light On Mars diversi album. Qui è protagonista a tutto tondo, compositore dei brani (a eccezione della conclusiva Danza del cerchio, nota pièce classica del maestro ungherese Béla Bartók, rivista con una formulazione attualissima quanto minimale) e spesso solista di spessore, accompagnato da un quartetto efficiente e stimolante, composto dal sassofonista Federico Zoccatelli, dal raffinato flautista Stefano Benini (qua e là anche all’australiano didgeridoo), dal bassista elettrico Riccardo Ferfoglia e dal batterista Luigi Sabelli.
Il disco si muove sui territori di un contemporary jazz intenso e corposo, pieno di contributi nell’ottica di un flusso sonoro che sa essere ultramoderno e insieme rifarsi ad antiche pulsioni sonore etniche. Se le note di copertina parlano dell’improvvisazione come di uno dei grandi fili conduttori di questo album, quanto si ascolta sembra più un itinerario ben argomentato, costruito con un’intelligenza molto umana, in cui le inflessioni dei vari brani, siano di sapore funk (Libanza), quasi psichedelico (Galaverna), ambient (Vecchie case (che non conosco)), post-rock (Comete) oppure ancestrale (Il cielo sopra Pozzolengo), si susseguono come tessere multicolori di un puzzle preciso.
Crispino esce da queste Diffrazioni come personaggio attento e disponibile, che sa essere avventuroso e insieme affidarsi ai compagni di cordata, ricco di una fantasia solida, le cui fessure sono aperture agli interessi dilatati di una cultura musicale che combina il jazz di oggi con il rock progressive e la classica, varia world music e una ricca sperimentazione coloristica.

Massimo Fedeli

Massimo Fedeli
Stolen Moments (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8

Il rapporto tra jazz e cinema esiste dalle origini delle due arti, quando i pianisti di colore passavano le serate alternando le proprie performance tra i club fumosi e malfamati e le sale dove si proiettavano – esclusivamente per il black people – le prime pellicole mute che avevano bisogno di una sonorizzazione a effetto. In seguito questo incontro si è declinato nelle più disparate direzioni e ha avuto, possiamo dirlo senza tema di smentita, uno dei suoi vertici espressivi tra gli ultimi 50 e i primi 70 in Italia, grazie a compositori che pescavano dal jazz a piene mani, utilizzandone anche gli strumentisti migliori.
Con quella multiforme genia dei Trovajoli e dei Rustichelli, dei Piccioni e degli Ortolani, degli Umiliani e dei Donaggio, fino ai big Rota e Morricone (meno direttamente coinvolti con il jazz), devono fare i conti tutti coloro che da noi si cimentano in soundtrack che debbano avere in qualche modo una congiunzione con la musica afroamericana. Così succede a Massimo Fedeli, chiamato a comporre le musiche per la docu-fiction Stolen Moments di Stefano Landini su un immaginario proprietario di jazz club. La musica del pianista romano (specialista nelle sonorizzazioni, sia radiofoniche, sia tv, sia cinematografiche, oltre che ottimo didatta) si divide in due direzioni: quella del gruppo jazz “ortodosso” e mainstream anni 70, che si esibisce live nel club, e lo score che accompagna invece il resto della pellicola.
Se i brani del primo tipo sono interessanti e vitali (tra essi la swingante Beginning Of A Dream con il bravo Mario Rosini alla voce), sono invece quelli della colonna sonora vera e propria a essere quasi diegetici nel richiamare il clima sonoro di cui dicevamo sopra, senza sfigurare di fronte a quei maestri. SegnaliTorino amo Blues e Phonecall, oltre alla bandistica bonus track conclusiva Funerale.

Emanuele Sartoris

Emanuele Sartoris with Roberto Cifarelli
Inquadratura di composizioni (Tŭk Art)
Voto: 7/8

Il pianista di Chivasso, nella periferia torinese, è, nonostante non sia ancora quarantenne, una figura versatile nel panorama fra jazz e classica, chiamato a esibirsi in festival prestigiosi e collaborare con personaggi di vaglia, quali Maurizio Brunod, Massimo Barbiero, Gianluigi Trovesi, Enrico Rava, Patrizio Fariselli e anche Eugenio Finardi e Tullio De Piscopo. Dopo l’ottimo duo con il bandoneonista Daniele di Bonaventura (Notturni, uscito nel 2021 per l’etichetta Caligola) e l’autoprodotto omaggio a Cesare Pavese Verrà la morte e avrà i tuoi occhi dell’anno successivo, torna a cimentarsi al solo pianoforte, come già aveva fatto nel 2018 con I nuovi studi, dedicato alla Third stream di Gunther Schuller.
Questo lavoro, espressivamente sviluppato secondo la medesima volontà di fondere musica classica e jazz, nasce con presupposti differenti, dato che vede Sartoris incontrare uno dei nostri fotografi jazz più noti e apprezzati, Roberto Cifarelli, alle cui immagini cariche di vitalità e di pathos si rifanno i diversi brani. Più esattamente metà dei brani sono idee sonore dell’uno rese visuali dall’altro e metà sono spunti visivi dell’altro assegnati all’uno per essere sviluppati in musica, come si evince dai contenuti multimediali aggiuntivi disponibili tramite il qr code presente sulla copertina.
I dieci brani scivolano eleganti e ben costruiti, con un appeal di classe che permette al Nostro di sviluppare il suo raffinato eclettismo stilistico in direzioni che passano dalla semplicità di Sympatheia, nato dalla vista delle foto scattate a Wayne Shorter, alla discontinuità inafferrabile del vento in Zefiro, dalla profondità dell’idea di anima in Archè alla quasi frenesia del contrappasso espositivo di Immobile, dedicato alle foto volutamente “mosse” di Cifarelli. Il tutto in una sedimentazione personale e sentita delle lezioni di Chick Corea e Aleksandr Skrjabin in primis.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome