Altri quattro album per continuare la nostra carrellata sulla realtà del jazz italiano di oggi, che si presenta varia e interessante. Passiamo dalle sperimentazioni tra elettronica e ambient del duo Varv al mainstream ortodosso ma non scolastico del quintetto di Venanzio Venditti, dal contemporary jazz costruito su mille frammenti sonori del progetto Simone Sessa Genetic al pianismo aperto a cento divagazioni di Francesco Cataldo. Ci offrono una visuale gustosa su di un panorama che si conferma ogni volta elegante e ricco, non esente da sperimentazioni da un lato e da “bellurie” dall’altro, tra i più fascinosi d’Europa e non solo.

Varv

Varv
Lowlands (Off)
Voto: 8

Che passino per i festival jazz di oggi è del tutto improbabile, ma di certo il tastierista Andrea Cappi e il batterista Francesco Mascolo (ovvero i Varv, insieme dal 2022 quando pubblicano Permeability, singolo presente qui) propongono un sound che ha un rapporto diretto con la musica afroamericana che i due hanno finora suonato a lungo. Entrambi diplomati al Conservatorio, amano soprattutto la sperimentazione e la ricerca, sono attratti dalle immagini che il suono può evocare e cercano con un’attenzione quasi maniacale di esplorare nuovi ambiti e nuove vie espositive.
Questo loro debutto insieme – dopo i progetti Flown, Noctua e Multibox di Andrea e Syntax 4th di Francesco – è merito della label belga Off e ha il piglio crossover delle produzioni che non si fermano a rilucidare il quotidiano ma che cercano di aprire visuali inedite. Ascoltate ad esempio i dieci minuti di All Fulness, in cui il determinante contributo della tromba di Matteo Pontegavelli (finalmente un talento che non suona come Rava o Fresu) sospinge i due verso la definizione dell’indefinito, verso un jazz ambientale e lirico, verso un onirico panorama di incroci infiniti.
La scelta di mettere di fronte le sequenze dei sintetizzatori alla solidità del drumming e di “manipolare” continuamente il flusso sonoro – quasi a voler “manipolare” la disponibilità degli ascoltatori – utilizzando anche suggestioni progressive e retaggi di rock elettronico è convincente, specie perché l’idea di sonorizzazione di contenuti della mente che porta spesso con sé (specie nella fragile Childhood e nella minimalista Limestone) non si appiattisce mai in semplificazioni da soundtrack. Da segnalare ancora la follia tra rumorismo, ipnosi e free jazz di White Kitten e il contributo contemporary jazz del sassofonista Daniele Nasi nella pulsante Ready Arteries.

Francesco Cataldo

Francesco Cataldo
Amaranto (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8

Uno dei più impegnativi esercizi artistici in ambito jazz e non solo, da far tremare i polsi e aggrovigliare le idee, è realizzare un album di piano solo. Il confronto con i giganti che hanno tappezzato la strada della musica in questo ambito lo rende una sfida impegnativa quanto quella di una farfalla che affronta controvento un tornado caraibico. Eppure ogni anno, viene da dire per fortuna perché sono l’avventura e il coraggio a sospingere il progresso e la novità, di personaggi che affrontano solitari la tastiera in bianco e nero ce ne sono tantissimi.
Uno degli ultimi in Italia è stato il chitarrista siciliano, che, dopo due album alla sei corde con la compagnia di strumentisti americani d’eccellenza (tra gli altri, Scott Colley in Spaces del 2012 e Marc Copland in Giulia del 2019) sorprende con questo Amaranto, dedicato all’amico Giuseppe Agosta, rimpianto operatore della solidarietà. La “filosofia” del lavoro è «andare all’essenza, offrendo una sorta di confessione pubblica e mettendosi paradossalmente un po’ da parte per mettere al centro le emozioni più profonde che sono dentro di noi», come afferma Cataldo.
Il risultato sono 13 brani che sanno innanzitutto convincere. E poi trascinare in un mondo minimal che però si muove tra delicatezze impressionistiche, affondi nel mood colto ma popolare alla Ludovico Einaudi, sogni oltre il silenzio alla maniera ECM, essenzialità jazz che guarda ad Ahmad Jamal e persino essenzialità new age vicina alle visioni di Liz Story. Non ci sono tempi veloci né estremismi emotivi, ma uno scorrere pensieroso su una linea guida chiara, appena avvolta in un alone nebbioso, senza dissonanze e con sfumature acquerellate e ampie. Partendo dai due brani tratti dai precedenti cd (Vito raccontami e Two Colours), riarrangiati e quasi “ripesati”, Cataldo lavora in sottrazione, utilizzando pause e dinamica come trampolini per brani sospesi, che combinano malinconia e romanticismo in melodie chiare, dettate da un tocco lieve e insieme nitido.

Simone Sessa Genetic – foto di Gino Giovannelli (part.)

Simone Sessa Genetic
Space Echo (Dodicilune/IRD)
Voto: 7

Dopo cinque anni di attività il trio Genetic debutta su cd, proponendo otto brani di diversa caratura e di varia ispirazione. Leader e compositore degli otto brani è il chitarrista Simone Sessa, che avevamo già conosciuto nel collettivo campano Crossroads Improring e con il cd See The Zen Key, suonato in totale solitudine. Il contributo dei partner e co-arrangiatori Umberto Lepore a contrabbasso e basso elettrico e Marco Castaldo alla batteria – entrambi musicisti di spessore dal ricco curriculum – è determinante sia nel riempire gli angoli bui che il precedente lavoro lasciava sia nel sospingere il leader verso un ambito più ad ampio raggio.
Di fatto il cd è come spezzato in due, presenta due facce in contrasto sia stilistico sia di ascolto. Da un lato i tre propongono un jazz-rock modernissimo e vivido, che ha più raffronti con le sperimentazioni elettroniche di oggi che con i “classici” richiami di Bitches Brew e relativi sequel. L’iniziale Hadioread, dal facile richiamo a uno dei più grandi gruppi electro e alt rock di sempre, è paradigmatica in questo senso. Ancora più palpabile il rock, interiore nelle intenzioni ed esteriore nei graffi e negli arpeggi, nella controversa Satie, che richiama la personalità scomoda del compositore di fine 800. Scelta confermata da Genetic Heritage, titolo che dà indicazioni futuristiche sulle intenzioni del trio.
Eppure il disco possiede anche un’altra anima, che ha un sapore acustico e lieve, delicato e melodico, ma meno convincente. Brani che non dimenticano la lezione di certo pop elegante alla Cat Stevens (Welcome To Our Town) oppure i climi ambient più dilatati e pensosi (Die Ewige Wiederkunft, con riferimento all’idea di Friedrich Nietzsche che parla di ripetizione infinita degli eventi) o ancora quelli vagamente folk della squisita chiusura acustica The Brave Traveler.

Venanzio Venditti

Venanzio Venditti Quintet
Inside (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8

Il quintetto è quello tipico del jazz che più jazz non si può: il leader al sax tenore, Francesco Lento alla tromba, Roberto Tarenzi al piano, Francesco Puglisi al contrabbasso e Marco Valeri alla batteria. Tra i brani non originali sono allineati tre standard ripresi a go go, come l’iniziale Ojos De Rojo, scritta da Cedar Walton nel 1987 per il suo quartetto e qui rivista con ottimo piglio, l’infinita A Night In Tunisia di Dizzy Gillespie, suonata praticamente da tutti i jazzisti nei suoi oltre 80 anni di storia, e la conclusiva (però è seguita dal bis del brano cardine del cd The Last Coffee come bonus track) Seven Steps To Heaven del periodo post-Kind Of Blue di Miles Davis, registrata per l’album eponimo con un quintetto da favola.
Le altre sei track dell’album seguono il percorso ispirativo di un jazz mainstream d’atmosfera e di “canto”, che si sviluppa secondo canoni prevedibili ma che sa essere intrigante, a volte per il fluire melodico (Risonanza) spesso per il combinarsi/succedersi degli assolo, in particolare quelli del leader e quelli del pianista, il cui tocco lieve e pungente spesso convince. Tutto il cd offre un jazz ortodosso e paradigmatico che ha nell’hard bop il proprio faro, che sa muoversi con rigore e passione in ambiti frequentatissimi, che ha nessi e connessi chiari (George Coleman per Venditti, Cootie Williams per Lento, il primo Chick Corea, omaggiato nel brano Chick, per Tarenzi) quanto sviluppi personali interessanti e piacevoli.
Infine inutile ricordare quello che afferma il musicista abruzzese, giunto a 16 anni di distanza dal precedente Let’s Move On! al secondo album da leader: «l’idea trainante rimane sempre la stessa e legata indissolubilmente all’affetto e alla grande ammirazione per i musicisti del passato, la loro umanità, le loro accattivanti prospettive e per i loro superbi modelli stilistici».

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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