Sono usciti da poche settimane questi tre album che ci propongono un fluido linguaggio jazz, capace di combinare perfettamente molteplici forme di espressione e insieme addentrarsi nel regno meditativo e altamente concentrato dell’improvvisazione. Assolutamente da ascoltare con attenzione e disponibilità.

Oded Tzur

Oded Tzur
My Prophet (ECM/Ducale)
Voto: 8/9

Sono 13 anni che il sassofonista Oded Tzur ha lasciato Tel Aviv, dove si è diplomato in conservatorio e ha frequentato anche territori contemporanei e approfondito la musica indiana con il leggendario flautista Hariprasad Chaurasia, per approdare in quel di New York. Nella capitale mondiale del jazz ha saputo in questi anni imporre la sua personalità come quella di “un vulcano sul fondale oceanico”, parole della prestigiosa rivista Downbeat, grazie a cinque – con questo – album apprezzati da tutti e allo stile unico di Tzur, che sta diventando virale nel jazz di oggi perché lo fa quasi scivolare tra le note per evidenziare singoli microtoni con grande maestria ritmica.
Il Nostro qui si esprime come sempre in quartetto, accompagnato dalla tecnica fluente e delicata del pianista conterraneo Nitai Hershkovits e dalla coppia ritmica greco-brasiliana formata dal contrabbassista Petros Kamplanis e dalla new entry alla batteria Cyrano Almeida, entrambi capaci tessiture propulsive quanto discrete. Registrato in Francia nel novembre 2023, poche settimane dopo l’attacco terroristico di Hamas a Israele, My Prophet si distende fra le sofferenze di chi scopre la propria fragilità e le invenzioni di un mago al culmine del suo potere incantatorio.
Attenuati i profondi contrasti tra passaggi silenziosi e crescendo drammatici, il sassofonista, dopo l’iniziale intro evocativa Epilogue, sviluppa cinque lunghi brani che stanno a metà strada tra il viaggio visionario e mistico alla Charles Lloyd ma di un’intensità sciamanica priva di ogni sentimentalismo e la visione panica di chi sa ridefinire la sofferenza in un flusso sonoro non privo di spruzzi di dissonanza e agitazione eppure capace di lasciare l’ascoltatore estatico come davanti a un sogno di Erik Satie. Questo ensemble è stato definito “il quartetto Coltrane del XXI secolo”. Forse è un po’ esagerato, ma non troppo.

Matthias Hopf

Matthias Hopf
Homenagem ao Brasil (Dodicilune/IRD)
Voto: 8

Il chitarrista tedesco Matthias Hopf, da anni bolognese di adozione, è noto soprattutto in ambito classico, anche se, oltre a quello in composizione e chitarra classica, vanta un altro diploma al Conservatorio nella sei corde jazz. E ovviamente un curriculum importante, come concertista prima, poi come compositore da camera (rinomata Rückblick In Acht Bildern per clarinetto, violoncello, pianoforte e percussioni), spesso utilizzando riferimenti letterari, e come direttore artistico di vari festival di musica contemporanea e apprezzato didatta.
Questo suo “tributo al Brasile” nasce dal desiderio di confrontarsi con la musica del grande Paese sudamericano, oltre gli stereotipi e i cliché che siamo abituati ad ascoltare. «Il suo fascino per me – scrive nelle note di copertina – è dovuto alla strana combinazione di melodie e di armonie europee dal sapore spesso malinconico con l’elemento ritmico vitale della musica africana, un’apparente contraddizione.» Invece non c’è nessuna contraddizione, anzi, nel mix di jazz, musica colta e tradizione carioca che Hopf mette in campo in queste dieci tracce con un’eleganza e un sentimento che attirano un’ampia adesione, pur centellinata e “pesata”.
Quattro i brani originali, sei le rivisitazioni di arie firmate dai chitarristi Guinga, Yamandu Costa, Jean Chamaux e dal genio Tom Jobim, per un sound cameristico di chitarra e contrabbasso (il narrativo Andrea Lamacchia, dalla cavata profonda), cui si aggiunge nella metà dei brani il clarinetto sensibile del jazzista Gabriele Mirabassi, sempre più attento alle seduzioni della musica colta. Nonostante l’esiguità dell’organico, il disco è “pieno”, gli incastri sonori sono corposi, pieni di richiami a compositori come Ravel e Messiaen, Schonberg e persino Chopin, l’incedere è suadente tra citazioni e improvvisazione quasi con il sapore delle musiche amate da mister ECM Manfred Eicher, mentre il Brasile è presente con l’evidenza fatta di segni e di pennellate, tanto amata da mister Dodicilune, Maurizio Bizzochetti, che coproduce il cd.

Tomasz Stanko e Slawomir Kurkiewicz – © Caroline Forbes/ECM Records

Tomasz Stanko Quartet
September Night (ECM/Ducale)
Voto: 8

Ovvero “quanto eravamo avanti venti anni fa!” Già perché questo “nuovo” cd del quartetto di inizio millennio del trombettista polacco che ci ha lasciato nel 2018 è stato registrato dal vivo nel settembre 2004 alla Muffathalle di Monaco di Baviera. Fin dalle prime battute si capisce che ci troviamo di fronte a un’opera intensa, frutto dell’incontro di uno dei grandi interpreti e autori di jazz del Vecchio Continente con una formazione di “giovani leoni” – allora lo erano – che si mettono al servizio della musica, se ne fanno testimoni e portavoce, la amano, la impreziosiscono con i loro interventi, la vivono intensamente. I compagni di strada sono Marcin Wasilewski al piano, Slawomir Kurkiewicz al contrabbasso e Michal Miskiewicz alla batteria, che già suonavano anche come trio del lirico pianista.
Il cd è dominato dai paesaggi cupi e introspettivi cari fin dagli esordi ai quattro, che di solito prediligono le parentesi pittoriche, perfette anche per “descrivere ambienti”, dove assume un ruolo centrale il sound “scuro” (retaggio degli inizi di Stanko come sessionman nelle registrazioni delle colonne sonore di Krysztof Komeda per i noir di Roman Polanski) e il fraseggio scarno del trombettista, le cui evoluzioni sono costantemente posizionate sulla gamma media dello strumento.
Il leader, che dai suoi percorsi free jazz alle invenzioni contemporary è una sorta di alter ego del nostro Enrico Rava (con cui ha anche suonato in duo), lascia spesso spazio ai suoi pard che sanno come sollecitarlo e, soprattutto, come esprimersi secondo una musicalità prospettica e in divenire, con un amore vero per i mitici trii di Keith Jarrett e Paul Bley. Il periodo vede il quartetto esprimersi tra l’emozione di Song For Sarah, tratto dalla rivisitazione jazz della forma canzone dell’albo Suspended Night da cui è tratta, e le voglie improvvisative della instant composition collettiva di Kaetano che i musicisti polacchi avrebbero esplorato nel successivo Lontano.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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