Nuovi, interessanti e vitalistici album di tre formazioni anglosassoni, che rappresentano il top del jazz-funk europeo e mondiale. I Jazz Defenders di Bristol, il Joe Tatton Trio di Leeds e i Resolution 88 di Cambridge disegnano – con questi eccellenti album lavori – una mappa briosa ed eccitante di come questo genere musicale raggiunga nel Regno Unito oggi vette importantissime, superiori anche a quelle degli artisti americani di oggi, per la gran parte troppo rigidi nei loro prevedibili schemi.

The Jazz Defenders – foto di Simon Holliday/simonholliday.com

Jazz Defenders
Memory In Motion (Haggis)
Voto: 8/9

L’album numero tre della band guidata dall’eccellente pianista George Cooper esce a due anni dal precedente King Phoenix e a quattro dal debutto Scheming. I cinque “difensori del jazz”, il cui organico presenta un avvicendamento con Jake McMurchie al posto di Nick Dover al sax tenore (restano ai loro posti i formidabili Nick Malcolm alla tromba, Ian Matthews alla batteria e Will Harris al basso), propongono un accostamento più lieve e “pensato”, più d’autore e quasi idilliaco – il conclusivo duetto piano-contrabbasso Enigma, registrato dal vivo a Parigi, è pura poesia – al loro marchio di fabbrica, ovvero all’aggiornamento del soul jazz à la Blue Note, quello disegnato nei primi anni 60 da immortali come Art Blakey, Horace Silver, Wayne Shorter e, principale riferimento di Cooper, Ramsey Lewis.
Il leader, anche pianista degli Haggis Horns, altro supergruppo funk jazz, e della big band hip-hop Abstract Orchestra, nonché già al fianco di “personaggini” come Hans Zimmer, Nigel Kennedy, Slum Village e U2, firma da solo o in compagnia otto delle nove track, lasciando ad Harris la swingante e serena Fuffle Kerfuffle.
Se il magnifico singolo Snakebite Playfight, con le sue aperture di shuffle neworleansiano e di jazz psichedelico, e l’abituale incontro con l’hip-hop (è ancora la volta del rapper inglese Doc Brown, che segue linee old school su un funky jazz elastico) aprono orizzonti nuovi alle strade più movimentate del quintetto, il resto del lavoro è un elegante post hard bop come se ne ascolta poco oggi, aperto e libero dagli schemi old time, immediatamente godibile (il cd, come il precedente, è già entrato nella top ten jazz americana), fantasioso e punteggiato di assolo brevi quanto efficaci, brillante e lucidissimo.

Joe Tatton Trio

Joe Tatton Trio
Galáctico (Rodina Music)
Voto: 8

Al secondo cd da titolare il pianista degli eccellenti New Mastersounds, nonché apprezzato sessionman, cambia gli accompagnatori. Dagli americani Kenneth Blevins e Steve Mackie, macchina ritmica efficientissima, passa alla coppia ispanico-anglosassone formata dal chitarrista Lucas De Mulder – scoperto grazie all’altro “nuovo maestro dei suoni” Eddie Roberts, che, dopo una casuale jam session a Madrid, gli ha prodotto il debutto Feel The Spirit chiamando Joe alle registrazioni – e il batterista della Cinematic Orchestra, il duttile Luke Flowers (alternato in tre brani da Eryl Roberts, già con Kenny Wheeler e Damon “Blur” Albarn).
Il giovane guitar hero combina perfettamente il proprio sentire con quello del vecchio leone dell’Hammond, tanto che tutti i brani di questo lavoro sono cofirmati dai due. Unica eccezione la cover di Sugarman, il classico del cantautore americano Sixto Rodríguez, morto lo scorso anno dopo una vita complicata e una rinascita ottenuta grazie al documentario premio Oscar Searching For Sugar Man del regista svedese Malik Bendjelloul, suicidatosi un anno dopo il riconoscimento sotto un treno della metro di Stoccolma. Il brano del 1970 parla di spaccio e la ripresa di Joe solo strumentale è molto rispettosa e tranquilla.
Se il precedente Big Fish emanava la passione del Nostro per il leggendario Mose Allison, questo lavoro sposta le coordinate verso quella di De Mulder per Grant Green, uno dei big che nei 60 cambiarono le coordinate della sei corde jazz. Il risultato è un elegante e pieno di vitalità soul jazz contemporaneo, che riprende la lezione dei vari Les McCann e Jack McDuff, il funk sudista dei Meters e i momenti più sereni dell’acid jazz di James Taylor. I groove melodici del trio, stretti e sincopati, ricchi di forti riff di chitarra e tastiera e di assolo stringati, si susseguono senza soluzione di continuità tra le due più mosse e vibranti track del cd, l’iniziale Double Talk, distesa alla maniera di Jimmy Smith, e Lost On You, in un vibrante crescendo bensoniano. Il tutto con l’aiuto dei due Haggis Horns, Malcom Strachan e Atholl Ransome, che innervano la latineggiante El Gato e la mobile title-track, di Aoife Hearty, che vocalizza qua e là, dell’ottimo violinista Graham Clark e del percussionista Sam Bell.

Resolution 88 – foto di Rob Monk

Resolution 88
Vortex (Synthethesia)
Voto: 8

Apre una spettacolare Boss From Boston, in cui il funk e il jazz si divertono a fare capolino e nasconderello tra le impennate dei fiati e lo slap del basso elettrico. È una intro degna in tutto e per tutto del nuovo cd dei Resolution 88, che continuano ad alzare l’asticella della loro creatività, allineando idee brillanti e ricche che catturano immediatamente l’attenzione di tutti gli ascoltatori, anche i più distratti e superficiali. Il quartetto di Tom O’Grady – impressionante il numero e la varietà delle tastiere vintage che utilizza elencate sulla cover, dall’ARP Odissey al mellotron, dall’Echoplex all’Oberheim 4 Voice, dal glockenspiel al classico Rhodes e via dicendo – arriva al quarto album in studio togliendosi dalle spalle la definizione, pur elogiativa, di “nuovi Headhunters” (la band del periodo funky-jazz di Herbie Hancock: eravamo negli anni 70 del secolo scorso), per seguire un tracciato più vicino a personaggi della fusion più raffinata e di ricerca, tipo Patrice Rushen oppure i Mizell Brothers, ovvero i cugini del mitico produttore Ronnie Spector Larry e il compianto Fonce. A loro è dedicata la sinuosa e avvolgente Sky High.
Anche gli altri cinque brani propongono musica molto stilosa e di ottimo impatto, costruita con tutti i crismi di un jazz funkeggiante (ovviamente soprattutto tastieristico) da club “in”, old style nell’impostazione ma che suona moderno e vivo e convincente. La formazione vede l’aggiunta del percussionista Oli Blake, che si aggiunge al treno ritmico del bassista elettrico Tiago Coimbra e del batterista Ric Elsworth, mentre lascia il sassofonista Alex Hitchcock, sostituito in tre brani dall’ospite Tom Smith della Patchwork Jazz Orchestra e del Queertet (intrigante al clarinetto basso nella melliflua title-track). Altra guest è Vanessa Haynes, voce degli Incognito, che offre soul e sensualità sottopelle alla conclusiva riproposizione cantata della ballad, un po’ “quadrata” nella versione strumentale, Love Will Come Around.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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