Ciao Massimo, scusa se ti scrivo solo ora, ma in questi giorni ero talmente frastornato che probabilmente avrei messo giù solo qualche banalità. Non dico che non lo faccia anche nelle righe a venire, ma perlomeno adesso ho capito che sei stato talmente folle da architettare il più geniale dei tuoi scherzi.
Certo, che tu fisicamente non sia più tra noi nessuno può metterlo in dubbio. Ma per tutto quello che hai dato e fatto resterai per sempre nei nostri cuori e nelle nostre menti.
C’è che dice che eri un giornalista, per altri un Dj, per altri ancora uno scrittore o un affabulatore sopraffino. Per me eri questo e molto altro ancora, ma sopratutto eri uno dei pochi amici veri che avevo in questo ambiente che non amo più molto, uno dei pochi col quale potevo parlare a cuore aperto, di cose serie, ma anche di belinate, di cui eri uno specialista. Dato che in questi giorni ci sono le Olimpiadi, tu meriteresti una medaglia di platino per le tue battute a volte così triviali da riuscire a far arrossire persino me.
Eppure dietro ognuna di quelle battute c’era un pizzico del genio di cui sopra. E chiaramente nella tua vita non c’era solo questo. È già stato scritto tante volte, ma vale la pena ripeterlo: con te se ne va un pezzo di cultura rock, di rock vero, non quello fatto prevalentemente di interviste inginocchiate, ma raccontato da uno che sapeva guardare oltre, che sapeva tirar fuori dai personaggi aneddoti inediti, che guardandoli fissi negli occhi o scrutandoli nel cuore riusciva a farsi dire una frase, un particolare, una chiave di lettura che all’intervistatore precedente o a quello successivo non avrebbe mai rivelato.

Quando lavoravo a Max ero fiero di potermi avvalere della collaborazione di tre campioni della critica musicale: uno eri tu, gli altri due Riccardo Bertoncelli e Cesare G. Romana (lì cito perché so che ti faceva piacere che i vostri nomi venissero affiancati). Ogni volta che ti affidavo un articolo, sapevo che in breve tempo mi avresti restituito un gran pezzo.
Ecco, un’altra cosa che ti ho sempre invidiato è la velocità. In più con te non c’era bisogno di sprecare troppe parole per spiegarti quello che volevo: mi parevi lo Speedy Gonzales del giornalismo. Ma anche Archimede Pitagorico e a volte Salinger.

Lo ripeto. Non eri bravo solo a scrivere. Sul palco stavi da Dio, con le tue mise improbabili, ma soprattutto con le tue citazioni colte e la capacità di sintetizzare un personaggio o qualcosa di importante in poche battute. Così come eri bravo come autore di pièce teatrali e attore/narratore.

Per dirla tutta, sei stato bravo, ma anche molto fortunato a ritrovarti a fianco nella vita quotidiana una donna bella in tutti i sensi come Chiara, e a mettere al mondo un figlio come Francesco, che ti somiglia come una goccia d’acqua (ma in meglio). A proposito, lo sai che quando ti veniva a trovare usciva dalla sala di rianimazione dicendo la tua frase-kult: «W la figa, sempre!».
Un giorno te l’ho detto anche io. Mi è parso di veder comparire sulle tue labbra un lieve sorriso. Forse mi sarò sbagliato, sarà stata solo un’impressione. Ma ti prego, lasciami illudere che quel lieve sorriso tu l’abbia fatto davvero.









































Ottimo ricordo Massimo