Europa
di Lars von Trier
con Eddie Constantine, Barbara Sukowa, Jean-Marc Barr, Udo Kier, Ernst-Hugo Järegård
Europa è il film del bastian contrario. Forse è la variante a specchio di Amerika di Kafka. È il film che anticipa le polemiche sul presunto nazismo di Von Trier a Cannes. La storia è quella di un americano di origine tedesca che torna nella Germania del 1945, distrutta dalla guerra e devastata dagli attentati, si innamora della figlia neonazista di un industriale e viaggia verso la sua autodistruzione. È anche un film kafkiano: il bianco e nero è di Henning Bendtsen, direttore della fotografia di Dreyer, trafitto da schegge di colore con montaggi e inserzioni. Il protagonista lavora agli ordini di un parente nei vagoni letto della Zentropa, e partecipa alla grande simulazione per cui, in un paese in cui nulla è rimasto indenne, se le ferrovie vanno la normalità è ristabilita. Ma tutto il film (il treno, soprattutto) è una specie di macchina/patibolo per l’esecuzione del protagonista. Che è terribile e insieme buffo: Jean Marc Barr è un uomo-ingranaggio, pazzo e tenero, ma in una scena chiave diventa l’ingranaggio di un orologio che ticchetta la sua fine imminente. Von Trier appare nella parte di un ebreo “portatile”: ancora nell’uniforme da deportato viene portato in giro dagli americani per discolpare industriali ex nazisti ora molto utili agli alleati. Perché quel ruolo? Perché Von Trier credeva d’essere ebreo. Poi scoprirà che la mamma aveva avuto una storia con un nazi e da estremista coerente e nichilista dichiarerà di adorare l’architettura di Speer. Vero? Falso? Però Europa è una gioia per l’occhio.





































