Autrice di un cinema rigoroso, umanistico e fatto di ritratti femminili indimenticabili
Nata a Buxelles (Belgio) il 30 maggio 1928 e morta a Parigi il 29 marzo 2019, Agnès Varda si trasferisce presto con la famiglia a Parigi, dove compie studi secondari alla Scuola del Louvre per poi diplomarsi in fotografia presso il Théâtre national populaire di Jean Vilar nel 1951 (farà a tempo a fotografare sulle scene il grande Gérard Philippe). A 18 anni Arlette, il suo vero nome (che le va stretto), viene sostituito con Agnès, mentre ha inizio la sua carriera di fotoreporter di settimanali che la porta a immortalare soggetti famosi e anonimi, ma di grande spessore. Varda frequenta per quattro anni l’Ecole du Louvre, interessandosi anche alla fotografia e tre anni dopo scrive e dirige il suo primo film, La pointe-courte (1954), storia di una crisi di coppia sullo sfondo di uno sciopero che accresce la tensione tra i coniugi. Al film è attribuito il merito di aver anticipato la nouvelle vague per lo stile caratterizzato dall’oggettività del punto di vista: stile presente anche nei medio e cortometraggi immediatamente successivi (Ô saison, ô chateau, 1956; L’opéra-Mouffe, 1958; Du coté de la côte, 1958), applicato poi con i migliori risultati nel lungometraggio Cleo dalle cinque alle sette (1962), due ore della giornata di una donna in attesa del referto che dovrà dirle se è o no affetta da cancro. Amica degli intellettuali, ma anche solidale con la gente semplice, la Varda firma Il verde prato dell’amore (1965), Orso d’ argento a Berlino; una complicata vicenda sentimentale girata a colori con al centro la figura di un uomo egoista e insensibile nei confronti della moglie e Le creature (1966), uno sguardo al femminile i cui temi sono la coppia, la solitudine, l’amore. Nel film L’une chante, l’autre pas (1977) segue le vicende di due amiche tanto desiderose di comunicare quanto impedite di farlo. Nel 1967 gira un episodio per il film collettivo Lontano dal Vietnam e nel ’68 è negli Usa per il documentario Black Panthers. Poi per alcuni anni si dedica solo all’attività letteraria. Nel 1977 torna dietro la macchina da presa per Una canta, l’altra no (è ancora la storia di donne) che vince il festival di Taormina. Nel 1985 vince anche il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con Senza tetto né legge, premio Fipresci e menzione speciale a Sandrine Bonnaire, come miglior attrice protagonista. Girato tra febbraio e aprile 1985 in presa diretta in Provenza, il film racconta la storia di Monà, una diciottenne stenodattilografa che ha scelto la strada della libertà e della solitudine vagabondando nel Midi con il suo sacco a pelo, sporca e cocciuta nel suo peregrinare on the road. Lungo la strada incontra una galleria di personaggi curiosi: una simpatica plantologa (Macha Meril); un’anziana signora dedita all’ alcol (Marthe Jarnais); un operaio tunisino che le insegna a potare i vigneti prima che gli stagionali marocchini non la caccino via; un camionista con cui litiga e poi ancora un lavoro temporaneo come lavamacchine; una minestra dalle suore e la conoscenza di tanti altri reietti, infelici e soli rappresentanti di un mondo crudele. Lei però non cerca compassione, né un vero aiuto, ma solo la possibilità inconscia di andare incontro al suo destino già annunciato. Il suo corpo sarà rinvenuto in un fosso ucciso dal freddo della notte. La Varda non giudica, ma mette a fuoco la vita e la morte di una giovane che non vuole regole e che non chiede di essere capita e aiutata. 750.000 spettatori solo in Francia all’ epoca andranno a vedere il film, trampolino di lancio per Sandrine Bonnaire, la nuova star del cinema francese acclamando al tempo stesso la regista come un’autrice di talento. Successivamente dirigendo, fra l’altro, i documentari Les demoiselles ont eu 25 ans (1993) e L’Univers de Jacques Demy (1995), ha tenuto desta la memoria del marito Jacques Demy morto nel 1990 e con il quale aveva scritto Jacquot de Nantes (1991). Alla sua figura è dedicato anche il film Garage Demy. L’ultimo lungometraggio di finzione è Cento e una notte (1995), suo tributo all’arte cinematografica mentre del 2018 e 2019 sono i documentari Visage Villages e Varda par Agnès. Agnés Varda ha ricevuto la Palma d’Oro alla carriera a Cannes nel 2015 e l’Oscar alla carriera nel 2017.







































