Beetlejuice Beetlejuice
di Tim Burton.
I vivi e i morti all’americana hanno aperto Venezia 81 Fuori concorso. Il sequel, 36 anni dopo il primo Beetlejuice, torna alla casa infestata nel villaggio in cui due neofantasmi invocavano il demone Betelgeuse (pronunciato “Beetlejuice”, succo di scarafaggio fa più schifo) per tenere lontano i vivi che volevano quella casa. Winona Rider che conduce un programma su fantasmi e infestazioni è sempre ossessionata da Michael Keaton (un Beetlejuice invecchiato) e in ansia per la madre vanesia appena rimasta vedova e per la figlia dark malinconica per il padre perduto. Tutti morti che torneranno nel film, più o meno riconoscibili. Keaton, novità, è ossessionato da Monica Bellucci, moglie succhia-anime (estrema anche per lui) che aveva fatto a pezzi quattrocento anni prima: la ricostruzione dei pezzi è un piccolo capolavoro. Il resto è un va e vieni di molti personaggi tra vita, morte e zone intermedie. Tutto l’immaginario di defunti dementi e divertenti di Burton tira al virtuosismo, ma si gira in tondo, con tanta musica e la trovata che quando vanno all’inferno o in paradiso le anime (Soul) sono molto Soul e danzano in una stazione come in discoteca su musica Soul. Finale aperto se proprio si vuole aggiungere un capitolo. Personaggi (anche famosi: Danny De Vito) svuotati dell’anima come bigné, il ritorno dei funzionari voodoo con la testa rimpicciolita, del plastico del villaggio in cui si annida Beetlejuice e della canzone di Harry Belafonte Banana Boat Song che ha sempre un effetto esilarante anche sui vivi in sala.





































