Sono entrambi dedicati/ispirati alla bellezza e alla forza, all’immensità e al sostegno, che offre la distesa marina gli ultimi lavori dei formidabili artisti pugliesi Dario Muci e le Faraualla. La Talassa del cantastorie è la stessa Culla e tempesta delle vocalist, un sentire comune che diventa proposta artistica sofferta e drammatica per il primo, mentre è ironica, caustica e graffiante per le seconde. Eppure l’uno e le altre sono in sintonia non solo nell’ispirazione, bensì soprattutto nell’idea di “protesta” contro il disagio, lo sfruttamento, la vigliaccheria, l’inquinamento, la disumanità.

Dario Muci
Talassa (Zero Nove Nove)
Voto: 8
Della serie “era ora”. Dopo quasi un quarto di secolo di attività, il cantastorie salentino pubblica il primo album con brani firmati e cantati da lui. Ovviamente il suo lavoro di ricerca sul campo, di analisi di stili, testi, tecniche di emissione vocale e di rielaborazione del patrimonio popolare, ha già dato negli anni prodotti di alto livello. Citiamo nel mazzo sia le pubblicazioni che hanno tratto linfa e repertorio dal suo archivio personale – in particolare i lavori delle Sorelle Gaballo e quelli dedicati ai canti “di barberia” – sia quelle proposte con ensemble di peso come i Dakkamè e la SalentOrkestra del magnifico Centueuna, sia gli album a sua firma, dal debutto Mandatari del 2007 a Sulu del 2011, al precedente Marea, cofirmato nel 2018 con la cantante Enza Pagliara.
Tutto questo lavoro e questa ricerca sfociano oggi in un album che non si rivolge al passato, ma affonda nel presente, mettendo in mostra e in gioco esigenze e sensibilità di oggi in canzoni a tutto tondo, sia in italiano che in dialetto salentino e grico. «Talassa è l’ennesimo atto d’amore per la mia terra», dice. «Qualcosa che mi viene dall’anima e che non riesco più a trattenere. A un certo punto, mi sono detto, devo fare un lavoro nuovo, che racconti di oggi, in stile cantastorie, un lavoro di denuncia, ma anche di gioia e di speranza per un nuovo Salento.»
Tre delle canzoni hanno il testo del poeta Rocco Cataldi: l’apertura A li furisi, molto ricca e con inserti rappati sulla durezza del lavoro nei campi, la successiva Sant’Assili con Treble del Sud Sound System, che porta verso sapori dub e parla delle lotte per la difesa dell’ambiente in Puglia, e Moi ca n’cè lu sule, ballata alla Battiato sull’importanza vitale della bellezza. Nabil Salameh dei Radiodervish (già a fianco di Jovanotti e Noa, tra gli altri) scrive le parole e duetta in arabo con Muci in Ommuammare, drammatica, minimale e intensa denuncia delle morti di migranti nel Mediterraneo.
Tre i brani firmati in toto da Muci, che parla di Mohammed, il bracciante morto nel 2015 sotto il sole battente, una narrazione da cantastorie con il contributo determinante del piano di Raphael Gualazzi, del mare interiore della sofisticata title-track e ancora dello sfruttamento dei braccianti in Sciurnatieri. Chiude il gioiellino Ulivi, con le liriche del poeta Giuseppe Semeraro, le corde, il clarinetto di Marco Tuma e la voce del Nostro a cantare la bellezza anche delle piante colpite dal virus della xylella.
Da segnalare infine la presenza di molti validi strumentisti salentini, tra cui citiamo almeno il mandolinista Gianluca Longo, il sassofonista Giovanni Chirico e Adolfo La Volpe all’oud, e purtroppo l’unico difetto dell’albo, la durata, che non arriva ai 30 minuti.

Faraualla
Culla e tempesta (Zero Zero Nove)
Voto: 8/9
L’Etnofestival di San Marino è stato per una ventina d’anni uno dei più prestigiosi della nostra penisola. Tra i circa 150 interpreti di altissimo livello della musica world mondiale esibitisi su quel palco, gli italiani chiamati dai direttori artistici, il compianto Maurizio Martinotti e chi scrive, a rappresentare come da noi evolvono e si modernizzano le musiche di tradizione popolare sono stati cinque o sei. Tra questi, nel lontano 2001, si sono esibite le Faraualla, quartetto vocale totalmente al femminile, che si esibiva accompagnato dai due percussionisti Pippo Ark D’Ambrosio e Cesare Pastanella.
Oggi le splendide vocalist pugliesi sono le stesse di allora, Maristella e Gabriella Schiavone e Teresa Vallarella, con l’aggiunta di Loredana Savino che ha preso il posto di Cristina Palmirotta. E sono tuttora accompagnate da D’Ambrosio e da pochi altri ospiti, dato che il loro focus principale è rimasto, sempre più affinato negli anni, l’uso della voce come “strumento”, attraverso la pratica della polifonia e la conoscenza delle espressioni vocali di diverse etnie, di svariate formule stilistiche, di generi musicali diversificati e di periodi storici differenti, con l’aggiunta di un’ironia sempre più icastica.
Il risultato scaturisce oggi in questo lavoro sfaccettato e multiforme, in cui le voci e le percussioni esplorano una serie di territori sonori incredibili, che hanno come lame della forbice da un lato le colonne sonore disneyane (la In fondo al mar de La sirenetta non l’avete mai ascoltata in questa versione in dialetto, spumeggiante e profondamente ambientalista) e dall’altro le canzoni religiose tradizionali del periodo della Passione (Inno alla Desolata è un tragico Stabat Mater del clarinettista di fine 800 Domenico Iannuzzi, ripreso e riarrangiato per sole voci).
Al suo interno trovano posto la cover del capolavoro di Tom Waits Hell Broke Luce, trattato alla maniera del cabaret tedesco anni 20, Un due tre amen! sul tema de I musicanti di Brema ironizzato secondo la formula del vocalese jazzistico, il reggaeton Gasolina di Daddy Yankee che diventa una “provolina” dal significato pericolosamente simile a quelli delle canzoni di Francesco Nozzolino. E anche una rutilante Bella ciao, brani di Gabriella Schiavone che si confrontano con testi intensi di Charles Baudelaire e a Elsa Morante, il latino in forma di scat che diventa urlo e Miserere di Non una di meno, una poesia di Baudelaire recitata dall’attrice Sonia Bergamasco oppure Il canto delle sirene, che ripete “non puoi amare senza annegare”. Canzoni nate per spettacoli teatrali oppure da collaborazioni con musicisti prestigiosi oppure ancora dal semplice divertimento, con una voglia di non rinchiudersi in uno specifico approfondimento espressivo, ma solo con quella di sperimentare e giocare con le voci in un ventaglio coloratissimo e senza etichette.







































