Che il clarinettista perugino Gabriele Mirabassi abbia un rapporto “speciale” con la fisarmonica lo si capisce anche solo dai musicisti impegnati allo strumento con tastiere e soffietto con i quali ha inciso. A cominciare dal primo album a suo nome, Coloriage del 1992, che vedeva come contitolare colui che oggi è il maggiore fisarmonicista vivente, Richard Galliano. Proprio il grande francese lanciò il Nostro nel circuito del grande jazz europeo, portandolo spesso in tour e partecipando a un altro suo album, Cambaluc del 1998, che vedeva anche la partecipazione di Riccardo Tesi, magnifico organettista folk (l’organetto diatonico è un antenato popolare della fisarmonica di dimensioni ridotte).
Nel 2002 Mirabassi ha poi inciso un ottimo cd con il fisarmonicista spoletino Luciano Biondini intitolato Lakatia Blend e nel 2021 l’altrettanto interessante Il gatto e la volpe con lo specialista romagnolo Simone Zanchini (con cui aveva già collaborato nel 2011 per il cd Basso profilo, attribuito al contrabbassista Giovanni Tommaso). Proprio con quest’ultimo oggi il clarinettista continua l’esperienza in duo nel recentissimo albo Un ballo con la luna, pubblicato come il precedente dall’etichetta Egea. «La musica del cd – riportano le note di copertina – ci conduce in un mondo immaginario, magico, tragico, fatto di mille personaggi, mille tempi, mille luoghi, mille musiche. Verrebbe quasi da dire che il ballo viene vissuto come una particolare metafora delle imprevedibili vicissitudini dell’esperienza umana.»
Il “pifferaio”, come ama definirsi il musicista umbro, distribuisce ancora una volta il suo talento, forgiato in ambito classico e contemporaneo, oltre che in lunghe stagioni di attività jazzistica, in 11 brani che miscelano tristezza e nostalgia, liscio e virtuosismo, ritmo e divertimento, Sudamerica e solitudine, jazz solare ed escursioni colte. Gli originali sono tre, tutti a firma di Simone Zanchini, partner che peraltro vanta fama internazionale, avendo suonato in tutto il mondo sia con jazzisti top, da John Patitucci a Bill Evans, da Paolo Fresu ad Adam Nussbaum, sia con i Solisti del Teatro alla Scala, oltre a essere titolare di vari album, tra cui l’ottimo tributo a Michael Brecker Don’t Try This Anywhere.
Apre le danze – è il caso di dirlo – il valzer Rebello del chitarrista bolognese Sergio Mondadori, scritto alla fine dei 70 sull’onda della diffusione del liscio e riproposto in una versione a metà tra raffinata filologia e spinta swing. Il seguente L’Accordeon Magique è invece una mazurka scritta dai francesi André Astier (un nome importante nel repertorio de “la fisarmonica magica”, traducendo il titolo) e Vincent Marceau, che vola leggera grazie alla sensibilità musicale e all’agilità nel tocco dei due protagonisti.

Carioca, un brano del 1933, scritto per la colonna sonora del film Flying Down To Rio (in Italia prese il titolo del brano), che vide il debutto della coppia Fred Astaire e Ginger Rogers, è diventato uno standard jazz abbastanza praticato per la sua combinazione di samba, foxtrot e choro. Mirabassi e Zanchini lo trattano con rispetto, senza enfasi, in una versione quasi stilizzata, in cui distillano la musicalità dalla danzabilità con il setaccio dei cercatori d’oro. È un classico bolero del repertorio romantico messicano La Puerta – la firma è del compositore e cantante Luis Demetrio e risale agli anni 50 – e lo ascoltiamo lento, malinconico, suadente, con un vestito confezionato in ambiente jazz contemporary.
Il primo originale è una combinazione tra il saggio di puro virtuosismo alla fisa Strepitosa, inseguita da un clarinetto infuocato, e la discesa emozionale e ironica, dalle venature swinganti di Elisa, mentre il secondo, immediatamente successivo, Ballata per Giacomi’, scritta da Zanchini per il collega Giacomo Rotatori, un altro che ha collaborato con Mirabassi, sprizza un’intensa energia comunicativa, calibrata con una perfetta dinamica sonora.

Gabriele Mirabassi
foto di Fabrizio Magrini

Bellissima la versione di Besame Mucho, la canzone in lingua spagnola più famosa nel mondo e interpretata da un’infinità di artisti (Beatles compresi), che parte come una poesia oscura e si sviluppa poi in un ballo in tondo quasi forsennato, variegato e impulsivo. Seguono due famosi choro brasiliani: Segura Ele di Pixinguinha e Diabinho Maluco di Jacob do Bandolim, compositori tra i più grandi del genere. Il tipico “modo” sonoro della musica popolare carioca ha influenzato Mirabassi fin dai tempi del cd Velho Retrato (Egea, 1999), registrato insieme con Sergio Assad, chitarrista classico sudamericano di origini libanesi, facendogli capire che «la radice culturale brasiliana, con la sua ascendenza latina, europea, africana e nativa, è più vicina a me di quanto non lo sia quella nordamericana anglosassone».

E aggiungeva in una vecchia intervista molto interessante. «Ci sono zone del sud del Brasile che sono state colonizzate completamente da comunità tedesche e italiane. Per non parlare della lingua portoghese, molto più vicina a noi dell’inglese. La scuola barocca brasiliana data al XVII secolo, mentre a Lisbona c’era un maestro di cappella che si chiamava Alessandro Scarlatti, una circostanza che collega la scuola barocca brasiliana a quella napoletana. Queste relazioni contano e si riscontrano. C’è anche un altro fatto storico, sconosciuto ai più. Durante la Seconda guerra mondiale, il dittatore brasiliano dell’epoca, Tullio Vargas, per compiacere il presidente Roosvelt e suggellare un patto economico, mandò in Europa un contingente di 25mila soldati. E dove approdarono questi poveretti, mandati a morire per non si sa che cosa? Sull’Appennino tosco-emiliano.»

Simone Zanchini
foto di Erminio Garotta – Fgmusicphoto

Le due riprese, una più rapida condita di sapori ragtime, l’altra più urban e dialogata, entrambe con l’intensità divertita di scanzonati rondò, sono ludiche, semplici e leggere nella loro complessità, e sanno trascinare in un vortice di spunti folk e jazz. Più paradigmatica la Tanghite di Zanchini, che ha richiami precisi al mito argentino Astor Piazzolla, ma anche, come dice l’autore, «in forme espressive che sono una specie di virus, perché sono forme con le quali la fisarmonica funziona, si esprime bene. È un suono particolare, che non è solo Piazzolla, è tutta una cultura legata alla fisarmonica, che ancora oggi è imperante, un suono che ha un’influenza tanguera molto forte.»
Chiude il disco la polka Spick And Span del catanese emigrato in California a suonare il vaudeville e poi a New York (dove è morto nel 1951) Pietro Frosini, fisarmonicista che ha lasciato molti standard per lo strumento. Quasi un divertito ritorno al liscio iniziale, ma più ricco di valenze jazzy, sia anni 20 che modernissime, in un incrocio di temi che sfiora la multidisciplinarietà, il nuovo imperativo di tantissimi musicisti a cui un solo ambito sonoro sta stretto. Del resto il jazzista, specie se di formazione e di pratica classica come sono Mirabassi e Zanchini, è la figura più adattabile a questo nuovo ruolo, in virtù della naturale duttilità e adeguatezza a diversi contesti.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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