Venezia 81. The Brutalist

L'epopea americana di un architetto ungherese scampato ai lager

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The Brutalist di Brady Corbet .

The Brutalist (in Concorso) è l’architetto brutalista Laszlo Toth (Adrien Brody). Ebreo ungherese, formazione Bauhaus, scampato ai campi di sterminio, raggiunge New York, passa in Pennsylvania, definito lo stato più in crescita (e lì il film assume i colori e i formati del documentario d’epoca), sconvolge il capitalista Van Buren, di cui ristruttura la biblioteca, viene da lui  scacciato, richiamato, adulato, amato, forse persino violentato e non per metafora: gli viene affidato un monumentale incarico che deve difendere con le unghie e con i denti (un po’ come Gary Cooper architetto in La fonte meravigliosa) per riuscire a portarlo a termine come vuole lui: “bruto”, con le forme pure del cemento, mentre aspetta che lo raggiungano dall’Europa la moglie malata e una nipote. Il nuovo mondo non ama gli estranei e i diversi. Brady Corbet come già in Infanzia di un capo, parte da frammenti storici per poi allungarsi in narrazioni private, a volta interminabili. Il film ha prologo, prima parte, intervallo, seconda parte ed epilogo, quasi quattro ore, titoli di testa di design  ed è dedicato alla memoria di Scott Walker, dei Walker Brothers, che faceva rock concreto con contaminazioni  di carne e cemento nella musica. Il tema è quello del conflitto infinito tra i produttori di denaro e i produttori d’arte: l’invidia del capitalista nei confronti del creativo sconfina nella violenza del possesso. Ma il vero brutalista è il regista, che ha cementificato il film  di lunghezza anomala in una musica quasi materica

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