Venezia 81. The Room Next Door

La questione del fine vita secondo Pedro Almodóvar

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La stanza accanto

The Room Next Door
di Pedro Almodóvar

“La stanza accanto” di Almodóvar
(in Concorso) è così calligrafico che verrebbe voglia di titolarlo “La morte in copertina di una rivista d’arredamento”. Non per sminuire il valore del film:  la tavolozza di colori in Almodóvar è sempre più elegante anche per accompagnare una storia così. Tilda Swinton, ex inviata di guerra malata di tumore ritrova l’amica Julianne Moore scrittrice di fama che ha appena fatto uscire un libro sulla morte. Discettano di amori, figlie, guerra, scrittura, Dora Carrington ed Eleonora Carrington, della libertà nel circolo di Bloomsbury, di amanti comuni e infine la Swinton propone alla Moore di accompagnarla in una casa da Architectural Digest e stare nella stanza accanto mentre lei prende una pillola della morte trovata sul dark web. Tutto è stato preparato perché la Moore non venga coinvolta in un processo per eutanasia. E dopo una parentesi con l’ex amante comune John Turturro -giusto per non farci mancare anche un’annotazione sul disastro climatico a braccetto con l’avanzare delle destre estreme- la Swinton se va in una splendida mise gialla sdraiata su una chaise longue color penicillina. Squisita. La comparsa della figlia della Swinton (sempre interpretata dalla Swinton, sì) ci ha convinto meno. Ma serviva per chiudere la questione dei rimorsi e dei rimossi. Elegante.

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