Limonov
di Kirill Serebrennikov
con Ben Whishaw, Viktoria Miroshnichenko, Tomas Arana, Corrado Invernizzi, Sandrine Bonnaire
Prima di arrivare a Serebrennikov, Limonov (accento sulla prima o) è stato valutato da Saverio Costanzo, sceneggiato da Pawel Pawlikowski e messo sulla carta da Carrère anche per parlare (come al solito) dei fatti suoi. Il Limonov di Serebrennikov è volutamente esasperato: poeta a cui fa schifo la poesia, bolscevico a cui fanno schifo l’ex URSS e la Russia, etero a cui fa schifo l’eterosessualità, il moralista a cui fa schifo la sobrietà, via via incendiario e maggiordomo di potenti, operaio e amico di capitalisti delinquenti, e per finire bolscevico e nazionalista quando tutte le ideologie sono state spese: anche capo di un partito armato di scazzati fascisti e contemporaneamente nazionalcomunisti. In una pellicola che ricorda per uso delle musiche e degli eccessi (non le stesse musiche, non gli stessi eccessi) il cinema urlato di Ken Russell, l’uomo Limonov si divora da sé per dire “esisto e ho successo” in qualsiasi forma e modo. Persino il cameo di Carrère che lo intervista si sbiadisce nella concitazione. La sfida è giudicarlo (non fatelo, finireste comunque dalla parte sbagliata della critica). Serebrennikov è il regista dei soviet-rocker di Summer, dell’intransigenza di Parola di Dio, della variante gay di La moglie di Tchikovski. Sempre eccessivo







































