April
di Dea Kulumbegashvili
In Concorso. Una figura tra la mummia e lo zombie, un corpo senza aperture verso l’interno o l’esterno, prigioniero e solo, domina i sogni d’angoscia di Nina, ostetrica sotto inchiesta per un parto sfortunato e perché si è diffusa la voce che aiuterebbe le contadine a fare prevenzione delle nascite o ad abortire. E in Georgia è vietato. La solitudine di Nina viene accentuata da una vita sessuale radicale e triste e dal taglio e dal tempo delle inquadrature: Dea Kulumbegashvili predilige spostamenti in tempo reale, inquadrature ferme per lunghi minuti, tempo che in apparenza non scorre ma si muove sugli orologi, sequenze statiche e fisse di parti difficili, di un aborto, di un temporale, di fiori, della furia degli elementi, del fango che nell’immaginario di Nina ha un rilievo angoscioso. E intorno un universo femminile vittima e un universo maschile colpevole bilanciati da una legislatura ottusa e da una fede bigotta. April potrebbe essere la caricatura del film impegnato e d’arte così radicale da rischiare l’immobilità. Ma potrebbe anche diventare un film da premi.







































