Enrico Rava, il jazzista italiano più conosciuto al mondo, è un uomo sempre avanti, sempre alla ricerca. Anche quando non suona e non cerca la nota giusta da proporre al momento giusto, del timbro corretto, della sonorità adatta, parla denso di musica, di melodia, sempre utilizzando quella parola, quel ricordo, quella citazione che esprime appieno il suo pensiero. Conversare con lui è come ascoltare la sua tromba: Enrico offre saggezza, umanità, sense of humour, fascino, e trasmette, esattamente come il suono della sua tromba, vibrazioni positive e un amore infinito per il suo strumento e per la musica. Il tono pacato, sempre riflessivo, invade di informazioni, aneddoti, citazioni, rimandi culturali e si starebbe ore a conversare con lui, così come mai si smetterebbe di ascoltarlo suonare.
Dopo il successo riscosso con il lavoro in duo con lo splendido pianista americano Fred Hersch, The Song Is You, del finire del 2022, Rava ha messo in piedi il nuovissimo quintetto Fearless Five con Francesco Diodati, già con lui da una decina di anni, «è il miglior chitarrista jazz italiano», Matteo Paggi al trombone, «quando ho finito il mio ultimo seminario a Siena Jazz gli ho chiesto “cosa fai nei prossimi giorni? devo fare un concerto dopodomani in Emilia” e lui non aveva impegni», Francesco Ponticelli, propulsivo contrabbassista, e la batterista e cantante Evita Polidoro, «lei è fantastica».
Con loro il trombettista 85enne si è confrontato con sé stesso, con le sue idee, le sue sfide, la sua musica sempre in perenne evoluzione, come mostra il recente cd che porta lo stesso nome del gruppo e che “rivede” dieci brani, tra cui gli storici Cornettology, Amnesia, Le solite cose, della carriera di Rava. «Io fornisco melodie e accordi», ci dice in esclusiva, «qualche riga per dare indicazioni sugli arrangiamenti, ma se i musicisti decidono di suonare qualcos’altro, sono ben contento! So perfettamente che loro, aggiungendovi del proprio, mi permetteranno di raggiungere il risultato che ho in mente. La bellezza di questa musica sta nella sua capacità di sorprendere. Alla base della riuscita di un gruppo ci deve essere il rispetto e la consapevolezza di una grande fiducia reciproca.»
Come trova sempre nuovi, ottimi musicisti per i suoi gruppi lei, che è considerato il miglior talent scout del nostro panorama?
«Tutti gli anni a Siena Jazz si tengono seminari molto importanti, dove vengono a insegnare star da tutto il mondo, a cominciare dagli americani. Dall’82 allo scorso anno io ho tenuto un corso di musica d’assieme. La selezione per partecipare e suonare in uno dei due gruppi, quintetto e sestetto, che curavo era veramente severissima. Solo quelli super super bravi potevano accedervi, anche musicisti che non studiavano a Siena, ma già professionisti esterni. Il livello dei partecipanti è sempre stato altissimo e tutti o quasi i musicisti dei miei gruppi li ho scoperti a Siena.
Alcuni li ho chiamati subito, come Paggi, che è strepitoso. Anche Diodati, Evita, così come Stefano Bollani, Gianluca Petrella, Rosario Bonaccorso, Roberto Gatto e tantissimi altri venivano da Siena. Ho avuto un gruppo che si chiamava Electric Five, molti anni fa, uno di quelli che ho amato di più, con musicisti che venivano tutti da Siena Jazz. Senza quello non avrei assolutamente avuto la possibilità di conoscerli, perché in Italia, contrariamente a quasi tutte le altre nazioni è rimasta tipo l’Italia dei comuni, ogni città ha una sua scena, a volte molto interessante, però rimane circoscritta. In Francia invece tutti finiscono per suonare a Parigi, anche se ci sono scene locali importanti a Grenoble, a Lione, a Montpellier; in Gran Bretagna arrivano a Londra; non parliamo degli Stati Uniti dove basta andare a New York, difatti non c’è quasi nessun grande musicista che sia nato a New York, né Miles Davis, né Charlie Parker, nessuno, ma tutti ci vanno.»
I musicisti degli ultimi vent’anni sono tecnicamente eccellenti, vengono tutti dal Conservatorio, ma un po’ anche per questo sono meno fantasiosi e creativi di quelli della sua generazione o di quella appena successiva?
«Sicuramente sono preparati da paura, anche in Italia, in Europa e non parliamo degli americani. Però sta di fatto che il grande jazz non lo fanno loro, anzi lo hanno fatto degli altri che non ci sono più, molti dei quali erano autodidatti. Con il loro suono particolare hanno inventato un mondo. A partire da Louis Armstrong che ha imparato a suonare la cornetta all’orfanotrofio, a Bix Beiderbecke che ha imparato così, comprando la cornetta e imparando, ai vari Parker, Gillespie, Roy Eldridge, Miles, Thelonious Monk, che hanno inventato il jazz. Non c’è nessuno oggi che possa competere, ma neppure avvicinarsi a questi, però il livello medio è molto molto alto, anche se certamente non ci sono queste vette.
È normale, ci sono i cicli storici. In America c’è stata questa cosa pazzesca che è nata all’inizio del secolo e in 50/60 anni ha prodotto una musica straordinaria, con musicisti che erano dei geni veri e propri, poi naturalmente si è avuta una caduta, come è successo per altri grandi momenti storici dell’arte come il Rinascimento, il neorealismo, l’800 letterario francese. Mi ricorda la letteratura italiana che nella prima metà del 900 aveva Moravia, Morante, Calvino, Fenoglio, secondo me il più grande di tutti, Pasolini eccetera. Oggi chi abbiamo? Meglio persino non menzionarli, perché siamo su un livello non paragonabile. Lo stesso nel jazz. Oggi ci sono musicisti che suonano benissimo, però propongono quello che si suonava 40 anni fa. Un po’ come quelli che ai miei tempi, invece di suonare moderno, suonavano dixieland. Oggi come oggi stiamo un po’ rimasticando tutto quello che i grandissimi hanno fatto. Però il jazz cambia con l’innesto dell’elettronica, di altri stili, non è sicuro che in un futuro si chiamerà ancora jazz o avrà uno sviluppo inatteso verso nuovi lidi.»

Enrico Rava – foto di Roberto Cifarelli

Non c’è una rivoluzione pronta a scoppiare sotto la calma piatta?
«Non che io sappia. L’ultima vera rivoluzione sul linguaggio l’ha fatta Ornette Coleman nel 1959 e anche Cecil Taylor. Poi basta, si è passati a riproporre e rimasticare tutta la storia del jazz. Ovviamente nel frattempo sono sorte scuole del jazz importantissime, come la Berkley. Adesso lo si suona nei conservatori di tutto il mondo, così il livello tecnico e anche teorico si è alzato in maniera esponenziale. Infatti ci sono giovani come Steve Lehman che fa una musica complicatissima, quasi impossibile da suonare se non si è dei supervirtuosi, ma che non arriva, almeno a me. Mi basta una nota di Miles o una di Chet Baker per emozionarmi, mentre Lehman può suonare anche tutta la notte, ma mi fa rimanere freddo. Hanno un loro seguito, ma mica tanto.
Non c’è nessuno dei nuovi che sia riuscito a conquistarsi uno spazio anche nei media come Armstrong o come Davis o come Coltrane, nessuno. Mark Turner, uno dei più grandi sassofonisti di oggi, lo conosciamo noi musicisti, nessun altro. Il grande momento è passato. Se voglio ascoltare la musica che mi piace ascoltare compro i dischi dei grandi oppure me la devo fare io con i miei gruppi. Io faccio della musica che a me piace molto, non sto rimasticando niente, però io sono un personaggio un po’ particolare, perché ho sempre fatto la mia musica senza seguire le mode, senza niente. Ammetto il mio grande amore per Miles, ma sono stato molto influenzato dall’ideologia di Miles più che dal suo suono.»
Che differenza di rapporto, anche interpersonale, c’è tra il suonare con veterani famosi, come Fred Hersch nel suo penultimo disco, e suonare con i giovani di oggi?
«Nessuna differenza. Non cambia. In molti credono io faccia il talent scout, non è così. Per esempio, purtroppo se n’è andato a novembre dell’anno scorso a 93 anni Dino Piana, trombonista eccezionale, ma fino a poco prima del covid quando ne aveva 87 o 88 spesso lo chiamavo a suonare, perché suonare con lui per me era altrettanto divertente e intenso che suonare con dei ragazzi di 20-25 anni.
Quello che conta per me è la visione che hanno della musica, l’apertura mentale che hanno e la capacità di interagire, di fare un interplay quando si suona. Quella di non essere il solito solista narcisistico che ti fa vedere quanto è bravo. Dino Saluzzi, il grande bandoneonista, diceva che fanno un esercizio atletico. Non mi interessa. Mi interessa per dire il quartetto di John Coltrane, con McCoy Tyner e gli altri. Loro costruivano veramente delle cose insieme. Non è che c’era Coltrane che faceva il bullo e gli altri dietro. No.
Per non parlare del quartetto di Miles con Tony Williams, Herbie Hancock e Ron Carter, che, come dico sempre e come si ascolta nel Live at Lincoln Center – My Funny Valentine del 62, ci sono brani talmente incredibili, con il loro senso drammaturgico della narrazione, delle storie che riusciva a raccontare. È talmente bello che è uno dei momenti più alti di tutta la musica del 900, incluso Ravel, incluso Stravinsky. Loro avevano un rapporto quasi telepatico, in particolare con Williams, gli altri si infilavano genialmente. Non erano mai la ritmica che suona e gli altri che fanno assolo inutili di ore.
A questo punto viva i 78 giri che ascoltavo da bambino. Erano quelli di mio fratello. Non c’erano ancora gli LP che oggi chiamano orrendamente vinili. Erano 3 minuti e mezzo per facciata, in quel tempo dovevano stare brani che erano capolavori assoluti, come Potato Head Blues di Armstrong del 1927, una narrazione senza una sbavatura, tanto che Woody Allen disse che «Potato Head Blues è qualcosa per cui vale la pena vivere». Duke Ellington, con l’orchestra di fine anni 30 e primi 40 con Ben Webster e Jimmy Blanton, ha registrato brani pazzeschi in quei pochi minuti. Quindi quando ascolto quelli che fanno assolo lunghi ore dopo un po’ non ricordo nemmeno cosa stanno suonando.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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