«Suonare è una questione di disciplina. Una disciplina che ha per fondamento l’amore per gli spazi, e non sottosta mai a un’ideologia di rigore anoressico e minimalista. Tentare di conciliare il mio interesse per l’esplorazione creativa e la mia passione per le melodie e le miniature è la colonna vertebrale della mia attività musicale.»
Con queste parole il pianista norvegese Tord Gustavsen ci illustrava la sua visione espressiva alcuni anni fa. Ai tempi, pianista emergente da poco “scoperto” dal grande produttore Manfred Eicher (un incontro avvenuto per caso, grazie all’ingegnere del suono del primo demo del suo trio, che l’ha inviato al boss della ECM), doveva superare la pletora di paragoni che in molti mettevano in campo. Perché, quando emergi dal nulla e ti imponi per la tua personalità, la tua classe, la tua originalità, la critica – anche per dare un’idea di musicalità agli ascoltatori – cerca di affibbiarti una filiazione diretta da questo o quell’artista, un “rifarsi a…”, un “epigono di…”

foto di Ann Carpentier

Il pianista norvegese, che si presentò da leader su album nel 2003 con Changing Places, il debutto di maggior successo dell’etichetta tedesca di tutto il decennio, oggi considerato un classico, non ha mai rischiato di venire stritolato da questa consuetudine, imponendosi in breve come una delle più belle realtà del pianismo europeo, forte della convinzione e della lucidità che le parole di cui sopra sapevano dargli.
Del resto Tord vanta in curriculum oltre 30 lavori come sideman, spesso irreperibili fuori dal suo Paese, tra cui alcuni in quartetto che lo vedono esplorare il jazz-funk neworleansiano e la musica afrocubana, le collaborazioni con cantanti come Solveig Slettahjell, Kristin Asbjørnsen, Silje Nergaard, la cura dello splendido album Dype, Stille, Sterke, Milde del coro Skruk di Per Oddvar Hildre, il rapporto con il coro della cattedrale di Oslo, l’attività nel Nymark Collective, Carl Petter Opsahl e nel duo Aire & Angels, con la vocalist Siri Gjære, che è stato il suo primissimo progetto di registrazione eponimo nel 1998.
Oggi, ancora in trio, dopo alcune registrazioni allargate a fiati ed elettronica, propone il suo decimo album per ECM, Seeing, un’opera che non può passare inosservata, ma che anzi lascia un segno ben preciso e distintivo. «Riflette il mio sviluppo personale man mano che invecchio, puntando all’essenziale nella vita e nella musica», afferma il pianista, che è affiancato dal suo batterista storico Jarle Vespestad e dal contrabbassista Steinar Raknes, con lui da Opening del 2022.
È un ulteriore passo avanti da parte di un musicista che paga tributo ai grandi pianisti del passato e del presente, Lennie Tristano e Brad Mehldau in primis, oltre a vantare un solido legame con Keith Jarrett e con la “scuola bianca”, tanto per non smentire gli abituali “vezzi” dei critici, ma continua a gettare un ponte verso il futuro dello strumento. Con personalità e idee, con talento e passione, con una specifica individualità e un gusto unico per la melodia e la composizione, con il lirismo assoluto di un discorso autonomo e sincero, dimostra ancora una volta di essersi scavato un suo posto preciso nell’universo pianistico contemporaneo.
Seeing è un lavoro da assaporare lentamente, da scandagliare nota per nota, in cui il jazz sottile e malinconico , quasi timido e mistico, incontra le sfumature, le luci e le ombre, della magia interiore e profonda del folk norvegese, delle intense atmosfere smooth jazz, dei sottili bagliori di un gospel assimilato nel tempo (Tord ha iniziato suonando a lungo nelle chiese) e dell’incanto sublime della musica classica. Gustavsen riesce a trovare un senso assoluto della narrazione concentrandosi sui minimi dettagli, trovando un’intensità ricca di lirismo e romanticismo, di chiarezza e densità insieme.

foto di Caterina Di Perri/ECM Records

Quasi raccogliendo il testimone dal compianto Esbjörn Svensson (scomparso nel 2008 per un incidente subacqueo), il cui E.S.T. impressionava immediatamente con ciò che appariva in superficie, Gustavsen porta la linea del pianismo nordico verso l’andare più a fondo, lo scavare nelle trame compositive, nelle evoluzioni delle musiche, nella loro costruzione, nel loro svolgersi dall’introduzione al finale. Per lui solo allora i momenti espressivi si fanno sentitamente intensi, mai fine a sé stessi.
Con sei brani originali, due cantate di Johann Sebastian Bach rivisitate, un tradizionale inno della chiesa norvegese, più il corale inglese del XIX secolo Nearer My God, To Thee, il trio – con i due amici che sanno come impreziosire il solismo a tutto tondo del leader con interventi precisi, calibrati, e che sanno come interagire con lui per esaltarne le capacità descrittive e di scrittura – incanta con una narrazione esemplare, piena di suggestioni, che si rivolge verso l’interno, verso il profondo sé, per raggiungere momenti di spiritualità assoluta. Con la continuità di un “recitativo” dalla religiosità primordiale, umana, supplichevole, vera. Che ognuno può fare proprio e recepire come stimolo ammaliante e riverente verso una personale ricerca dei significati profondi dell’esistere.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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