Era il finire del 1994, esattamente trent’anni fa, quando il sassofonista Gianluigi Trovesi (impegnato per l’occasione solo ai clarinetti) e il fisarmonicista Gianni Coscia presentarono un’accoppiata assolutamente inusitata per i linguaggi assimilabili al jazz. Lo fecero con l’album Radici, che riscosse un successo clamoroso e inatteso, tanto da essere ristampato per ben dieci volte. L’unione venne poi reiterata tra i due in altre tre occasioni, più o meno a cinque anni di distanza l’una dall’altra, con altrettanto successo e l’imprinting della prestigiosa etichetta tedesca ECM.
La stessa label nel 2008 (poco prima dell’uscita dell’ultimo Trovesi/Coscia, intitolato Round About Weill) pubblicò il debutto di un’accoppiata simile a quella bergamasco-alessandrina, ma proveniente da regioni europee geograficamente all’opposto di quelle mediterranee. Si trattava di Yeraz, un’esplorazione a vasto raggio di percorsi musicali che passavano dal reggae di Bob Marley al jazz, dalla musica spirituale di Georges Ivanovic Gurdjieff all’improvvisazione libera, firmata dal sassofonista Trygve Seim e dal fisarmonicista Frode Haltli, che già era parte del suo ensemble Sangam. Una sorta di passaggio del testimone, anche perché i nostri hanno in due oltre 70 anni in più degli scandinavi.
Ci sono voluti più di tre lustri perché Seim e Haltli tornassero in sala insieme da soli, nonostante nel frattempo non abbiano disdetto di apparire in tour, in cattedrali e in vari festival jazz europei. La loro fusione appare oggi più matura, trasformandosi quasi in un amalgama indissolubile di ance, quelle del fiato “lamentoso” del tenore o del soprano e quella libera dei soffi “pulsanti” della fisa. L’impasto sotteso tra sonorità popolari e antiche e l’incedere diafano e onirico si sintonizza con il respiro della natura, rivisitato a metà strada tra il puro lirismo sognante, sospeso e dilatato, e l’inquietudine metafisica dreyeriana oppure bergmaniana.
Our Time (ECM/Ducale), questo il titolo del nuovo lavoro del duo norvegese, ritrova la magia dei lavori da solisti dei due musicisti e se ne discosta insieme, alla ricerca di un magnetismo in cui la visionarietà dell’improvvisazione è sempre ancorata a un bordone popolare, il “canto” spirituale si arrotola su sé stesso e diventa dolore, il paesaggio è quello brullo e incombente della “trilogia del silenzio di Dio” di Igmar Bergman. Eppure è una musica che accarezza in un contrasto di luce e ombra, di tranquillità d’animo e interiori deflagrazioni, anche quando, nei rari momenti quasi giocosi che rievocano Les Cinq Doigts No.5 di stravinskyana memoria oppure nelle appassionate visioni di Arabian Tango, sembra suonare una carica lieve, come un’evocazione dalla grazia infantile.

Haltli e Seim fotografati da Antonio Armentano

Musica che galleggia tra colto e popolare, tra improvvisazione e riferimenti tradizionali (la song del nord dell’India Shyama Sundara Madana Mohana e la ninnananna ucraina Oy Khodyt’Son, Kolo Vikon), tra ripetute aperture cameristiche (anche nelle quattro Improvisation numerate) che illuminano una continua disponibilità ad “ascoltarsi” evitando qualsiasi narcisismo, tra brani nuovi che illustrano una miracolosa empatia a partire dai tragitti folk-ambient dell’iniziale Du, Mi Tid di Haltli fino alla malinconica e lugubre conclusione della Elegi di Seim.
Se Coscia e Trovesi scattavano «fotografie di un’altra epoca attraverso l’occhio del presente, con il profumo della nostalgia che aleggia su ogni traccia senza trasformarsi mai in reazionario ricalco stilistico e tutto sembra nascere per la prima volta sotto le dita di questi alchimisti delle sette note», come scrive il musicologo e compositore Carlo Boccadoro, Seim e Haltli spaziano sulle suggestioni, ricercano di esprimersi con un’autentica anima zen, rivestono le note di mistica poetica. Le loro improvvisazioni danzano magicamente sulle melodie tradizionali, si immergono nella fonte di un jazz minimale e di un suono contemporaneo distillati e purissimi, acqua che sgorga dai monti sui fiordi, e si nutrono della preghiera che un silenzio evocativo satura, anime contemplative alla ricerca della propria quiete interiore.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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