Intervista a Mauro Repetto: “L’Uomo Ragno siamo tutti noi”

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Mauro Repetto Alla Ricerca dell'Uomo Ragno
foto: Katia Maldoni

Tra dieci giorni Mauro Repetto debutterà proprio nella sua Pavia con Alla ricerca dell’uomo ragno, lo spettacolo teatrale sulla vera storia dei mitici 883, e ha deciso di raccontarcelo in una lunga intervista.  
Non poteva che essere la città dove tutto ebbe inizio a dare il via a questa tournée in cui sarà proprio Repetto, ideatore e co-fondatore di una delle band culto degli anni ‘90 e autore di molte hit del gruppo, a ripercorrere le tappe di un percorso straordinario, trasportando il pubblico in un viaggio a ritroso nel tempo attraverso il racconto della sua vita e dell’avvincente storia degli 883. 

Nella nostra lunga chiacchierata, Mauro ci parla dello spettacolo (di cui trovate tutte le info qui), ma anche di quei magnifici anni in cui è nato il mito degli 883.

Come mai sei ancora alla ricerca dell’Uomo Ragno? Non era stato ucciso?

No, e sai perché? Perché Peter Parker poteva essere anche uno di Pavia, talmente era un banalone, come ogni provinciale.
Il superpotere dell’Uomo Ragno non è nemmeno la ragnatela o volare tra i grattacieli, ma quello di affrontare la vita come Peter Parker, un banalone qualsiasi, e arrivare alla fine della giornata dicendo “ce l’ho messa tutta”.
Quindi vedi che questo superpotere ce l’abbiamo tutti, e l’Uomo Ragno che è dentro di te non lo può uccidere nessuno in questo senso.

Raccontata così sembra quasi che in realtà l’Uomo Ragno sia tu…

Ognuno di noi è l’Uomo Ragno, perché ognuno di noi ce la mette tutta, affronta le difficoltà della vita col sorriso, e arriva alla fine della giornata dicendo “oh, vada come voglia andare, io ce l’ho messa tutta!”. Questo è il superpotere.
Come Peter Parker, come te, come me, tutti abbiamo questo superpotere, nessuno può togliercelo. E sai come funziona? Semplicemente se crediamo in noi stessi, quindi nessuno può uccidere veramente l’Uomo Ragno.

Chi verrà a teatro a vedere lo spettacolo cosa si dovrà aspettare?

Di sicuro vedrà l’Uomo Ragno, perchè sarà presente con me sul palco e mi aiuterà.
In effetti è lui che mi ha messo in questa storia qui: io ad un certo punto vado nella sua città, New York, e quindi lui mi aiuterà a cercare la donna dei miei sogni, quella Brandi che ho cercato veramente nella mia vita.

Però chi verrà a teatro vedrà soprattutto la storia di due menestrelli in una Pavia medievale, quindi in una sorta di fiaba, che devono consegnare una canzone al conte Claudio Cecchetto.
Il Conte aveva una corte piena di giullari, menestrelli già conosciuti come l’oratore Cherubini, il cavaliere Fiorello, il dottor Amadeus, la nobildonna Sabrina Salerno…
I due menestrelli, quindi, faranno di tutto per arrivare al conte, e ci riusciranno.

È una storia che volendo può essere anche disneyana, nel senso che la storia di due menestrelli nel medioevo che devono consegnare una canzone, potrebbe essere sia da Disney che da BardoMagno, fino al Signora degli Anelli.
Una storia di due banalissimi provinciali che diventa una storia universale.

Ho letto che Max, Cecchetto, Jovanotti e Fiorello saranno ricreati sfruttando l’intelligenza artificiale. Come l’hai usata per questo spettacolo?

È un omaggio che ho deciso di fare a tutte queste persone che hanno fatto e fanno ancora parte della mia vita, e per le quali provo un affetto estremo.
Per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale ho posto solo una condizione a Stefano Salvati e Maurizio Colombi, che hanno scritto lo spettacolo, ovvero che deve essere lei nostra schiava e non il contrario.

L’IA ha creato un me stesso di quando avevo vent’anni che chiaramente non mi riconosce, però io so dei testi che all’epoca stavo scrivendo con l’altro menestrello di Pavia, quindi il mio alter ego giovane si stupisce e si chiede “ma questo come fa a sapere i nostri testi?”
Io glielo dirò, “è semplicemente perché sono te, Mauro, 35 anni dopo”, solo che lui non mi riconosce e mi dice “è impossibile, sei invecchiato malissimo”.
Quindi in sostanza abbiamo usato l’intelligenza artificiale finalizzata alla nostra voglia di divertimento, per fare dell’entertainment.

Facendo un salto indietro nel tempo… Quando nel 1994 hai deciso di mollare tutto, avresti mai immaginato che dopo trent’anni centinaia di migliaia di persone avrebbero riempito gli stadi per cantare le tue canzoni?

No, perchè all’epoca io vedevo solo il domani. Ma proprio nel senso se era il 4 aprile vedevo solo il 5 aprile, quindi non mi interessava neanche immaginare il futuro.
Avevo solo l’American Dream come presente, come voglia, come giostra che mi attirava, quindi mi bastava l’oggi, il domani e il nuovo sogno che avevo.
E una volta esaudito il sogno 883, questo si è esaurito per cercarne un altro, quindi ho mollato tutto perchè il mio sogno era cambiato.

Non voglio fare citazionismo, soprattutto di una canzone che non hai scritto tu, però non hai nessun rimpianto del fatto che la tua vita è andata così, quando quel giorno, prima di salire sul palco, se avessi veramente imbracciato quella chitarra e poi avessi imparato a suonarla, magari poteva andare diversamente?

Anche se amo Richie Sambora, Nuno Bettencourt, Slash, all’epoca era impossibile che suonassi la chitarra, perché era più figo campionare e fare il rapper.
Non solo era più figo, ma era anche lecito: prendere una chitarra dagli AC/DC, dai Van Halen e metterla su una base ritmica di James Brown era proprio una disciplina.
Quindi anche se amavo questa icona del chitarrista tipo Slash dei Guns N’Roses, tipo Richie Sambora dei Bon Jovi, il mio sport preferito non era suonare la chitarra, ma campionarle e metterle in loop su una base come facevano tutti i rapper all’epoca.

Oggi chiaramente è illecito e vieni considerato un ladro se campioni la chitarra della canzone di qualcun altro senza autorizzazione, quindi poi è venuto da sè il fatto di imparare a suonarla. Nello spettacolo ci saranno molti pezzi degli 883, o di Bon Jovi stesso, fatti appunto chitarra e voce, perché adesso ho avuto questo approccio alla chitarra che non volevo avere nel passato, dato che la campionavo.
Ma comunque, per essere proprio precisi, non ho nessun rimpianto, senza citare nessuno.

Mi offri la sponda per un’altra domanda che volevo farti: che sensazione ti dà riappropriarti delle canzoni che avevi scritto, ma stavolta cantandole tu?

È sempre una sensazione vera e di festa: dentro di me c’è la bellezza di un’emozione più che di una canzone.
Ad esempio Con un deca è un road movie, e io mi rivedo, di notte, in macchina con Max, e poi via negli anni Ottanta. La canto come celebrazione di un’emozione, non come cantante o come interprete, ma per rivedere certe emozioni, dare voce nel senso pratico a un’emozione, e condividerle come in una festa col pubblico.

Credo che gli 883, oltre ad aver portato un nuovo tipo di pop/rap che in Italia ancora non esisteva, hanno rivoluzionato il linguaggio in un’epoca dominata dai cantautori storici, portando dentro le canzoni il linguaggio del quartiere, quello comune, che tutti usavano quotidianamente.

Noi eravamo dei rapper, e tra l’altro venivamo dal rap in inglese, quindi ci cimentavamo con la metrica italiana, e dovevamo metterci dentro tonnellate di parole. Poi chiaramente chi è rapper deve utilizzare un certo linguaggio parlato della vita di tutti i giorni, quindi noi abbiamo portato dal rap in inglese alla pop italiana il nostro bagaglio di Public Enemy, Run DMC, Beastie Boys.

Mi ricordo che all’epoca mi chiedevo “ma può esistere il rap in italiano?”
Una volta l’ho chiesto direttamente ad Afrika Bambaataa: gli detto “ma secondo te può esistere il rap in italiano? Perché io a un mio amico lo facciamo”.
Lui mi ha risposto: “ma certo, chiaramente deve esistere in italiano”.
Quindi all’epoca, per dire, mi ponevo addirittura la domanda se il rap si dovesse fare solo in inglese, perchè venivamo da un universo che erano i Beastie Boys, i Run DMC, Visceral, Paddy Kane.

Una volta che li hai messi col calzascarpe in una canzone italiana, ecco che sono venute fuori tutte le canzoni di Hanno ucciso l’Uomo Ragno, il primo album, ma anche quelle di Nord Sud Ovest Est e alcune de La donna, il sogno e il grande incubo, perché le avevamo scritte tutte tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90.

Quando facevate rap in inglese siete andate anche a 1, 2, 3, Jovanotti

Lui è stato un maestro, oltre al fatto che a livello umano ci ha aiutato moltissimo.
Jovanotti è stato letteralmente il primo che ci ha considerati, ed è stato il vero tramite con Claudio Cecchetto. Inoltre ci metteva in radio cose che gli inviavamo da Pavia, dei rap in inglese.
A livello umano è stato grandissimo, e a livello professionale è stato il primo, o comunque uno dei primi, a fare il rap in italiano, dopo gli inizi con quello in inglese.

Nell’intervista uscita ieri su Repubblica ieri hai detto che non ti vedi come un eroe o una star, anzi sei tu il fan delle star. Quindi ti chiedo, di quali star sei fan?

Diciamo che non è un caso che apra il mio spettacolo con una canzone dei Bon Jovi, che per me a partire dagli anni Ottanta sono sempre stati un punto di riferimento, e che considero degli eroi ancora oggi, come lo sono stati i Guns N’Roses o Whitney Houston.
Quindi non so, se dovessi fare un altare con tre divinità metterei Whitney Houston, Bon Jovi e Guns N’Roses.

Una Santissima Trinità di tutto rispetto, non c’è che dire…
Passando per un attimo alla tua carriera da solista, prima o poi canterai le canzoni di Zucchero Filato Nero? E magari ci sarà la possibilità di ascoltarlo sulle piattaforme di streaming, oppure rimarrà un feticcio per collezionisti?

In realtà quel disco è stato una delusione.
Mi spiego meglio: dovevo produrlo con degli artisti americani, poi alcuni fatti da malavita, da gangsta rap veri, mi hanno portato ad andare via da New York.
Questo rapper era ricercato addirittura da Russell Simmons perché aveva picchiato una ragazza, quindi io mi sono trovato dalla possibilità di fare un disco negli Stati Uniti a doverlo tradurre, o in ogni caso adattarlo in italiano, in una settimana sul divanetto dei miei genitori a Pavia.

Per me questo ha rappresentato la fine del sogno americano ed è stato un periodo di grande sofferenza, per questo non lo faccio mai volentieri.
È stato doloroso passare dal fare un disco con la Def Jam a dover lasciare New York immediatamente, tra situazioni rocambolesche e scene da film, quindi non ho un ricordo bellissimo di quell’album.

E invece che cos’è il progetto Another 24?

Another 24 era una cosa nata con degli amici qui in Francia: volevo rimettermi in pista, quindi è stata una specie di palestra. Sai tipo Rocky quando dà i pugni alle carcasse di animali, o fa la scalinata di Philadelphia? Volevo allenarmi, e ho fatto queste cose un po’ in inglese con degli amici.

So che è una domanda che ti è stata fatta circa un milione di volte, ma pensi che magari un domani ci potrebbe essere una possibilità di vederti lavorare di nuovo con Max, oppure il tempo che è passato, la vita che ognuno ha costruito nel frattempo, i tempi che sono cambiati, non permetterebbero più di ricreare quella magia?

Di certo non lo faremmo mai per farlo di proposito, ma deve essere una cosa che viene da sola.
So che basterebbe che un pomeriggio: se per caso ci incontrassimo da qualche parte passeremmo tutto il tempo a sghignazzare, e sarebbe già bello così.
Poi se dovesse venir fuori qualcosa, perchè no? Ma non dovrebbe essere nulla di costruito a tavolino.

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