Stanno per volgere al termine i concerti di David Gilmour al Circo Massimo di Roma, anteprima mondiale del tour di presentazione di Luck and Strange (qui la nostra recensione), ultimo album del chitarrista dei Pink Floyd.
Si tratta di un ritorno, dato che anche nel 2016 c’erano già stati due concerti proprio al Circo Massimo, nell’ambito di un tour più ampio e che aveva visto in calendario anche lo storico ritorno a Pompei.
Il palco è simile a quello degli ultimi tour solisti di Gilmour, ma con una differenza che salta subito all’occhio: Mr. Screen, lo schermo tondo circondato di fari, non c’è più. Al suo posto uno schermo led che per necessità costruttive ha forme frastagliate, ma che rimanda comunque i video nel classico formato tondo.
La band che accompagna David Gilmour in questo giro di concerti è formata da: Adam Betts alla batteria, Guy Pratt al basso, Greg Phillinganes e Rob Gentry alle tastiere, Ben Worsley alla chitarra, Hattie e Charley Webb ai cori, Louise Marshall ai cori e al pianoforte, Romany Gilmour ad arpa, voce e cori.
I concerti, organizzati da D’Alessandro e Galli con la collaborazione di Comune di Roma e Ministero della Cultura, hanno previsto che all’interno del Circo Massimo venisse allestita un’arena costruita appositamente per l’occasione con tutti posti a sedere per accogliere 15.000 spettatori ogni sera.
Una struttura che, nelle intenzioni dell’organizzazione, avrebbe dovuto offrire agli spettatori la possibilità di godere del concerto nella massima comodità, ma che ha presentato diverse criticità.
Logistica, si poteva fare di più
Tralasciando quella che è sembrata un’insufficienza di punti ristoro e bar (code lunghissime per mangiare o bere, sia nel foyer che in area concerto, e prezzi decisamente elevati – 10 € per un panino, 8 per una birra – oltre al terribile sistema dei token), è stata proprio la disposizione dei posti delle prime file il tallone d’Achille.
Diverse persone, sui gruppi floydiani su Facebook, si sono lamentate che la sera del debutto dai posti laterali di sinistra delle prime file di platea (250 € a biglietto, commissioni comprese) si vedesse poco e niente, tanto da doversi rivolgere alle forze dell’ordine per farsi spostare in una posizione migliore.
Questo ha portato ad una riallocazione di quei posti dall’altra parte della platea, nei pressi dell’area riservata ai diversamente abili, ma sparpagliandoli qua e là, facendo quindi in modo che chi aveva comprato biglietti affiancati (e di prima fila) si ritrovasse più indietro e neanche più seduto vicino.
Apprezzabile certamente il fatto che si sia posto rimedio ad una situazione evidentemente pianificata in maniera errata, ma non era lampante da subito, avendo le planimetrie dell’area concerto e del palco? C’era bisogno di arrivare alla sera del primo show e alle proteste della gente per accorgersene?
Inoltre le apparecchiature per la ripresa del dvd/blu-ray (tra fisse e mobili) impallavano la vista di Gilmour e di buona parte del palco, sempre per i posti di platea laterale.
Non male, quindi, aver speso 250 € e trovarsi con una visibilità fortemente limitata e, a volte, nemmeno la possibilità di vedere l’artista in maniera pulita.
Certo, sul pdf del biglietto (dopo averlo acquistato, però) c’era scritto “alcuni settori potrebbero avere la visuale ostruita da strutture fisse e/o apparecchiature tecniche”. Peccato che al momento dell’apertura delle vendite non sia possibile scegliere il proprio posto in pianta ma ci si debba affidare alla sorte. Quindi il disclaimer a posteriori lascia un po’ il tempo che trova, solo il prezzo pagato rimane lo stesso.
Il concerto
Passiamo a parlare di musica, certamente l’argomento più importante ed interessante della serata.
Il live inizia con due brani strumentali: il primo, 5 A.M., ricalca l’apertura dell’ultimo tour, anche a livello di luci, con atmosfera blu e un faro rosso ad illuminare Gilmour. Si passa poi al nuovo album, con i due brani che lo aprono, ovvero Black Cat, seguita dalla title track, Luck and Strange. L’assolo centrale è affidato a Ben Worsley, mentre David gioca sul riff blues nato in una jam del gennaio 2008 insieme a Rick Wright, prima di lanciarsi nel solo conclusivo del brano.
Un battito di cuore si fa spazio dal silenzio, è il segno che stanno arrivando i brani di The Dark Side of the Moon. Ed ecco che, dopo una brevissima intro tratta da Speak to Me, si sfocia naturalmente in Breathe, mentre il palco si inonda d’azzurro.
Particolare da sottolineare: dopo la vendita all’asta di quasi tutte le sue chitarre, sono due le repliche della storica Fender Stratocaster nera che Gilmour porta in tour, di cui una con un curioso adesivo di un gatto nero, tanto da farla ribattezzare Black Cat Strat.
L’ineluttabilità del tempo che passa
Dopo Breathe non poteva che arrivare anche Time, annunciata dal classico concerto di sveglie. Si tratta forse del brano dell’intera discografia floydiana più affine al tema dell’ultimo album, ed è forse proprio per questo motivo che si trova in scaletta nonostante sia la canzone che mostra maggiormente i limiti vocali del chitarrista.
Nei due concerti-prova di Brighton e nelle prime quattro sere al Circo Massimo, Gilmour ha tentato di cantare da solo il brano, arrivando però spesso a stonare anche malamente sulle strofe a causa di una voce che ha perso l’estensione di un tempo, proprio per gli effetti del tempo che passa.
Ieri sera, però, è stato trovato un accorgimento decisamente efficace: la corista Loiuse Marshall e il chitarrista Ben Worsley cantano il brano sulla tonalità originale, in questo Gilmour può permettersi di stare un’ottava sotto e cantare la sua parte senza problemi. I puristi potranno storcere il naso, ma il fine giustifica i mezzi, ed è stata certamente l’esecuzione migliore dall’inizio del tour.
Come sempre, la canzone sfocia nella ripresa di Breathe, ma è solo l’inizio di una lunga parentesi floydiana: arriva anche Fat Old Sun, brano presentato anche nell’ultima tornata di concerti e che nel 1970 indicò la via a Gilmour come autore e non più solo come chitarrista.
La grande sorpresa: Marooned
Se c’è una sorpresa in scaletta possiamo tranquillamente dire che si tratta di questa. Marooned, infatti, nei precedenti 30 anni era stata suonata dal vivo solo tre volte: due durante il tour di The Division Bell (per la precisione ad Oslo, 29 e 30 agosto 1994), oltre allo speciale concerto a Wembley per i 50 anni della Fender Stratocaster, il 24 settembre 2004. Il tutto nonostante fosse l’unico brano dell’intera discografia dei Pink Floyd ad aver vinto un Grammy, nel 1995, come miglior brano strumentale.
La Red Strat di Gilmour urla grazie al whammy, rispondendo ai rumori di gabbiani della sequenza audio, mentre lo schermo si tinge coi toni dei tre colori fondamentali: verde rosso e blu.
Una sorpresa, un vero e proprio regalo per i 15.000 spettatori, che di certo non avevano mai ascoltato questo brano dal vivo prima d’ora.
Leggermente differente la probabilità che chi era in sala ieri sera non avesse mai ascoltato prima dal vivo il brano successivo: sul palco è il momento delle chitarre acustiche, e quindi di Wish You Were Here, brano tratto dall’omonimo album del 1975, dedicato a Syd Barrett.
Un coro unico accompagna il ritornello, e l’ovazione finale è immancabile.
Il debutto di Romany
È il momento di introdurre la band, e fa il suo ingresso sul palco anche Romany Gilmour, figlia 22enne di David e Polly Samson, che prima con l’arpa accompagna il padre sulle note di Vita Brevis e poi si prende la scena con una magistrale intepretazione di Between Two Points, cover del brano dei The Montgolfier Brothers.
Sicura di sé, per nulla intimorita da un cognome così importante e una platea così vasta, è stata ricambiata da un sincero applauso del pubblico al termine della sua esibizione, mentre gli occhi di papà David brillavano d’orgoglio.
C’è ancora spazio per un salto nella storia dei Pink Floyd, e la campana annuncia l’arrivo di High Hopes, brano che chiudeva The Division Bell e che, per vent’anni, ha anche chiuso la discografia dei Pink Floyd, fino all’arrivo di The Endless River.
Sullo schermo viene proiettato il videoclip del brano, che ormai dal 1994 accompagna anche l’esecuzione dal vivo, con le sue ambientazioni a metà tra l’onirico e il distopico.
A sorpresa, all’inizio dell’assolo di lap steel, dai lati del palco vengono lanciati sulla platea dei palloni bianchi con impresso lo stemma dei Pink Floyd, disegnato all’epoca da Nick Mason, ed esatta replica di quelli che si vedono rimbalzare anche sullo schermo.
Un momento inaspettato ma estremamente giocoso e divertente, che porta verso l’intervallo.
La seconda parte
Mezz’ora di pausa e si riparte, e ci troviamo subito spettinati dalla potenza sonora dell’intro di Sorrow.
I laser dietro il palco formano una sorta di tenda, di drappo che va a chiudersi proprio alle spalle del chitarrista, mentre i led che fanno da tetto si rincorrono, ruotano, danzano, cambiando costantemente colore.
Unico brano tratto da A Momentary Lapse of Reason, è quello che forse maggiormente ha dato l’impronta stilistica del nuovo corso dei Pink Floyd senza Waters, con la chitarra a fare da grande protagonista.
È qui che la sezione ritmica dà il meglio di sè, con Adam Betts che finalmente porta nella band quella solidità alla batteria che Steve DiStanislao non era mai riuscito a dare fino in fondo, e Guy Pratt che si esalta al basso, guidando tutto il gruppo, specie negli stoppati durante l’assolo finale di chitarra.
È la volta del singolo che ha annunciato l’arrivo di Luck and Strange, ovvero The Piper’s Call, con Romany che raggiunge David a centro palco per duettare sulle strofe, in un continuo scambio di sguardi e sorrisi, prima di lasciare tutta la scena al papà per il maestoso assolo finale.
Gilmour parla poco, ma fa parlare le canzoni
Un altro ritorno (mancava dal 2006, tour di On an Island) è quello di A Great Day For Freedom, brano che parla della grande speranza che si poteva percepire dopo la storica caduta del muro di Berlino del novembre 1989, e la successiva disillusione.
La scelta di inserire una canzone che ha un testo importante, con parole come “Now frontiers shift like desert sands / While nations wash their bloodied hands / Of loyalty, of history, in shades of gray” (“Ora le frontiere si spostano come le sabbie del deserto / Mentre le nazioni si lavano le loro mani insanguinate / Di lealtà, di storia, in sfumature di grigio”) non può essere certamente casuale.
Due indizi non fanno una prova, ma il fatto che il brano successivo sia In Any Tongue, canzone contro la guerra, come esplicato anche dal video a supporto, ci fa propendere per un messaggio ben preciso lanciato da parte del chitarrista britannico.
Da sempre sensibile al tema delle guerre e dei diritti, seppur più sottovoce rispetto all’ex sodale Waters, Gilmour ha sempre preferito lasciar parlare le parole delle sue canzoni piuttosto che avventurarsi in discorsi dal palco o sui social.
Diverse parole, però, le spende subito dopo per ringraziare i componenti della sua crew: da Phil Taylor, suo storico backliner che proprio nei giorni scorsi ha festeggiato i 50 anni al suo servizio, a Marck Brickman, il light desigher, anch’egli fedele da 30 anni, così come Colin Norfield, che si è occupato dell’audio.
«Senza di loro tutto questo non sarebbe possibile», le parole del chitarrista, mentre arrivano sul palco un pianoforte e delle candele.
Il ricordo di Richard Wright
E se forse non era un caso la scelta di due canzoni consecutive come quelle precedenti, di certo non lo è quella delle successive due.
Louise Marshall al pianoforte parte con le prime note di The Great Gig in the Sky, tra gli applausi del pubblico, e la versione proposta è decisamente diversa da tutte quelle eseguite negli anni passati.
Forse prendendo spunto dalla versione delle Lucius nel tour Us+Them di Roger Waters (ma tanto David non lo ammetterebbe mai), le coriste presentano un arrangiamento che dal lato prettamente tecnico è davvero complicato: quattro voci diverse per un’unica armonia, con momenti in solo e in coro che si alternano e si fondono, regalando probabilmente la miglior versione di questo brano in un tour solista di Gilmour.
A dare un’ulteriore pennellata di classe ci sono ovviamente i contrappunti del chitarrista alla lap steel, a cui si aggiunge il contrabbasso di Guy Pratt, per una versione minimal e decisamente intima, senza batteria nè tastiere.
Per sublimare e chiudere l’omaggio a Rick Wright arriva anche A Boat Lies Waiting, con Gilmour che ancora una volta, come nello scorso tour, si trova a cantare senza imbracciare la sua fedele sei corde.
Chitarra che però torna rapidamente a fargli sia da scudo che da arma, ed è la volta di Coming Back to Life, canzone che David vuole dedicare pubblicamente alla moglie Polly Samson, compagna di vita e collaboratrice da ormai oltre 30 anni.
Un ultimo assaggio di Luck and Strange
A chiudere la seconda parte di concerto ci pensa un blocco di brani interamente tratti dall’ultimo lavoro: il primo è Dark and Velvet Nights, ultimo singolo estratto, mentre scorrono sullo sfondo le immagini del videoclip.
Sings, che arriva subito dopo, è di fatto una sorpresa. Mai eseguita durante i concerti di Brighton e nemmeno nei primi tre live romani, ha fatto capolino la sera del primo ottobre, per poi essere confermata anche il giorno successivo.
La particolarità di questo brano è che è l’unico del disco, e di conseguenza anche del concerto, a non avere un assolo di chitarra.
Ma si tratta solo di una parentesi, perchè l’ultimo brano prima dei bis un assolo ce l’ha, e che assolo. Stiamo parlando di Scattered, probabilmente una canzone che non avrebbe sfigurato in uno degli album dei Pink Floyd post-Waters, per i richiami e gli echi floydiani al suo interno.
Lo schermo ci mostra un orologio in penombra, a ricordarci lo scorrere del tempo che, per stavolta, sta a significare che ci avviamo inesorabilmente anche verso la fine del concerto, mentre Gilmour ci distrae da questa scadenza regalando un assolo magistrale.
Il gran finale e la corsa sotto il palco
Sono appena terminate le ultime note di Scattered quando parte la corsa alla transenna per il gran finale. D’altronde chi è che non vorrebbe essere lì sotto a farsi cantare in faccia Comfortably Numb e rubare con gli occhi ogni dettaglio di questi ultimi istanti del concerto, che si avvia verso la conclusione dopo 22 brani e due ore e mezza?
I laser tagliano l’aria del Circo Massimo, disegnando forme e colori sopra le teste della platea, mentre la chitarra di Gilmour dona una nuova veste a quell’assolo epico entrato ormai nell’immaginario collettivo di ogni floydiano e, più in generale, della storia del rock.
È, ovviamente, l’apoteosi. Quella che ti fa capire che il concerto è finito, ma che ti fa essere grato di aver assistito, forse per l’ultima volta, all’esibizione di uno dei più grandi chitarristi di sempre.
Certo gli anni che passano si sentono tutti, e il fatto che l’ultimo tour sia stato ben 8 anni fa permette di notare la netta differenza, sia a livello vocale che chitarristico.
Ma in fondo è proprio il tema del tempo che passa e della mortalità che incombe ad essere al centro sia di Luck and Strange che delle canzoni scelte per la scaletta di questo live, quindi questo signore di 78 anni che non ha assolutamente più niente da dimostrare a nessuno, non ha paura di mostrarsi fragile di voce e imperfetto alla chitarra.
E d’altronde ha ragione lui: la standing ovation finale, i commenti che si ascoltano durante l’intervallo e all’uscita dal Circo Massimo, oltre a quelli che si possono leggere sul web, dimostrano ancora una volta che David Gilmour sa arrivare dove deve arrivare, toccando con le sue dita le corde della chitarra e allo stesso tempo quelle della nostra anima.
E no, non è “luck and strange”, o “fortuna e strano”, come tradotto in maniera bizzarra su alcune magliette del merchandising, ma il marchio di fabbrica di un chitarrista che ha fatto dell’emozione più che della tecnica la sua cifra stilistica.
Il dvd/blu-ray di prossima pubblicazione
Come già accennato in apertura, i concerti dell’1 e del 2 ottobre sono state ripresi integralmente con l’utilizzo di telecamere aggiuntive e anche di un drone, per un futuro dvd/blu-ray.
Dalle informazioni in nostro possesso anche l’ultima data, quella di stasera, dovrebbe essere filmata. Resta da vedere se, con le previsioni di pioggia copiosa per il pomeriggio e la serata, si deciderà di riprendere lo stesso in maniera così massiccia o se ci si limiterà alla telecamere per la ritrasmissione sullo schermo.
Per David Gilmour e la sua band, sarà l’ultima replica al Circo Massimo (allerta meteo permettendo), ed è ovviamente sold out.
Non è più possibile trovare biglietti su Fansale, la rivendita ufficiale, ma se siete fortunati può capitare che durante il corso della giornata qualche biglietto singolo venga messo a disposizione su Ticketone.
E chissà che nel 2025…
La scaletta del concerto di David Gilmour al Circo Massimo di Roma il 2 ottobre 2024
1. 5 A.M.
2. Black Cat
3. Luck and Strange
4. Breathe
5. Time / Breathe (reprise)
6. Fat Old Sun
7. Marooned
8. Wish You Were Here
9. Vita Brevis
10. Between Two Points (Romany Gilmour alla voce)
11. High Hopes
12. Sorrow
13. The Piper’s Call
14. A Great Day for Freedom
15. In Any Tongue
16. The Great Gig in the Sky
17. A Boat Lies Waiting
18. Coming Back to Life
19. Dark and Velvet Nights
20. Sings
21. Scattered
22. Comfortably Numb






































Gestione dei posti della platea di sinistra VERGOGNOSA.
Lo spettacolo del 3 ottobre, l’ultimo, aveva le prime file allagate: spettatori in piedi davanti a chi avrebbe potuto vedere lo spettacolo seduto e continue grida: “seduti”. Il servizio d’ordine ha guardato per un’ora prima del concerto la situazione via via più caotica senza intervenire: nessuno è stato ricollocato, nessun tentativo di gestire l’emergenza, una incapacità da principianti. Ho dovuto intravedere il concerto in piedi, in una rissa vergognosa di persone che si spintonavano e gente che litigava con l’inesistente “servizio d’ordine”. Vie di fuga inesistenti: tutte allagate! Una sola idrovora a fare la spola; in un paio di interventi ha portato via una goccia del lago che si era creato.
Quella che doveva essere un’esperienza unica, tanto attesa e strapagata (3 biglietti = 750 euro) si è trasformata in un incubo funestato dalla mancata gestione di una criticità limitata a 100 spettatori (su 15000). Tutto filmato per richiedere rimborso.
Vi lascio con la massima di un addetto al servizio d’ordine il quale, dopo aver guardato la situazione complicarsi senza nessun intervento da parte della sua organizzazione, al momento in cui si sono spente le luci, ha gridato agli sfortunati spettatori dei posti allagati, additandoglieli:
“Signori, qui non si può stare, questa è una vita di fuga (ndr. allagata); volete tornare ai posti o stare qui?”
Ripeto, tutto filmato!
Come avete gestito la richiesta? Io ho scritto all’organizzazione ma non ho ricevuto risposta
concordo, tanto Gilmour é grande tanto l’organizzazione é stata pessima: servizio d’ordine inesistente affidato a ragazzotti decerebrati, melma e acqua senza un domani e senza alcuna protezione, prime 5 file a 600 euro a posto fradici senza che a nessuno sia venuto in mente di montare un tendone. continuo? vergognatevi e state sicuri che seguirà una azione legale già concordata tra i presenti nell’area VIP.
complimenti invece ai ragazzi del catering nel foyer: almeno voi simpatici, empatici, professionali.