Iniziamo subito con un domanda provocatoria. Il pubblico del jazz viene spesso definito elitario e “di una certa età”. Francesco Bettini, tu sei al 18esimo anno di direzione artistica di uno dei più importanti festival italiani, cosa ne pensi? Il jazz è poco attrattivo per i giovani?
«Il jazz tradizionale nasce con intenti tutt’altro che elitari, orientandosi a fruitori giovani, desiderosi di svagarsi ballando sui suoi ritmi sincopati. Persino in Italia a partire dagli anni Trenta la musica d’oltreoceano era di gran moda come proposta musicale nei night club, e lo resterà anche nel dopoguerra, incrociando la propria strada con il mondo della canzone leggera. Nel corso degli anni, con la rivoluzione del be bop prima, e del free jazz poi, si è trasformata in musica di rottura, in auge negli ambiti della controcultura giovanile.
L’avvento del rock e della musica pop ha relegato progressivamente il jazz a essere percepito come musica per musicisti, nelle sue forme più sperimentali, e come musica di repertorio, nelle sue forme derivative. In pratica il jazz ha sempre vissuto due anime, quella del qui e ora, capace di assorbire la sensibilità del presente e di rimodularla con modalità di volta in volta differenti, e quella retrospettiva e classicizzata, che arriva spesso a ottenere lo status di musica colta.
Questo per dire che ancora oggi continua a essere un luogo creativo d’elezione per chi ha una solida formazione musicale e a intercettare un pubblico giovane in contesti più underground, ma allo stesso tempo è presente nella sua forma storicizzata nei teatri, non solo nei jazz festival, ma sempre di più anche nelle stagioni di concertistica classica. Quindi la risposta alla domanda se trattasi di musica elitaria per ascoltatori “di una certa età” può essere sia affermativa che negativa, a seconda del contesto di cui stiamo parlando.»

Per rimanere ancora sui giovani: sono stati numerosi i jazzisti che hanno miscelato jazz e hip hop, il genere più diffuso oggi tra i ragazzi, ma sono pressoché scomparsi dai cartelloni di tutti i festival. Come mai?
«Il rap e l’hip hop primigeni hanno fortissime analogie con la musica jazz, come dici giustamente. Le loro strade si sono incrociate spesso, ma con il tempo questa prassi ha ceduto il passo a forme che hanno meno a che vedere con elementi jazzistici, vedi per esempio la trap. Elementi fondanti del linguaggio jazzistico li ritroviamo nell’R&B, nel funk, nella musica latino-americana, nell’afrobeat: i palinsesti di molti jazz festival propongono formazioni in bilico tra questi linguaggi, che attraggono un pubblico diverso e più giovane rispetto a quello dei teatri. Comunque, di progetti in bilico tra free style e jazz ce ne sono ancora molti, non sono del tutto scomparsi dalle programmazioni dei festival.»
Proprio con questa ottica ad amplissimo raggio si sviluppa la proposta del festival jazz più longevo d’Italia, il Bologna Jazz Festival. Uno dei maggiori eventi italiani dedicati alla musica afroamericana nacque nel 1958 su iniziativa di Alberto Alberti, l’organizzatore che più si è adoperato per diffondere e qualificare il jazz nel nostro Paese, e ne ha portati sotto le Due Torri tutti o quasi i giganti, da Charlie Mingus a Bill Evans, da Ornette Coleman a Ray Charles, da Miles Davis a Ella Fitzgerald, solo per citarne alcuni.
Quest’anno, tra il 21 di questo mese e il 17 novembre proporrà ben 50 concerti, diversi dei quali prodotti direttamente. Le star saranno Pat Metheny, che si presenterà in solitudine con le sue 15 chitarre diverse il 3 novembre, la fantastica cantante Cécile McLorin Salvant, attesa per il 28 ottobre, l’etiope Mulatu Astatke, imperdibile l’8 novembre, il quartetto del sassofonista di New Orleans Donald Harrison (il 6/11), il quintetto all stars McCoy Legends, ispirato dal pianista McCoy Tyner scomparso nel 2000 (il 13/11), il quartetto del violoncellista Erik Friedlander con il pianista Uri Caine (il 26/10). Le location e le altre esibizioni che si terranno a Bologna e Ferrara potete trovarle al sito bolognajazzfestival.com.

Ci sono festival che preferiscono avere un musicista di fama come direttore artistico. Tu, che hai ricevuto anche un premio come “miglior direttore artistico d’Italia”, pensi che ci siano differenze tra il modo di realizzare una manifestazione da parte di un musicista e di un organizzatore?
«Credo che non ci siano differenze sostanziali. Forse per chi è solamente organizzatore è più facile avere indipendenza nelle scelte, non avendo i rapporti che ha un musicista con il proprio management, la casa discografica di riferimento e i colleghi più prossimi.»
Anche quest’anno il BJF presenta diversi concerti a Ferrara e allinea un numero esorbitante di musicisti per 50 show. Quanto tempo impiegate a prepararlo e quali sono le principali difficoltà?
«Si parte immediatamente finito il festival in corso e si procede a definire gli eventi più rilevanti, per bloccare per tempo sia gli artisti che le sale di grandi dimensioni disponibili nelle date concordate. Poi mano a mano si compongono tutti gli altri concerti che sono in parte prodotti dal festival e in parte prodotti dai partner.
Bologna pullula di luoghi che fanno programmazione tutto l’anno, il loro coinvolgimento è fondamentale anche perché va nella direzione auspicata del differenziare proposte artistiche e ambiti. Quanto a Ferrara, si tratta di un club di assoluto prestigio, per molti uno dei migliori in Europa, e poi la storia del Bologna Jazz Festival e quella del Jazz Club Ferrara vanno di pari passo ancor da prima che il Festival ripartisse nel 2006.»
In tutti questi anni qual è stato il musicista che più ti ha creato problemi o difficoltà e quale invece si è mostrato più disponibile a superarle?
«Salvo rarissimi casi, non sono mai i musicisti a creare difficoltà, ma le strutture professionali che li circondano e i numerosi passaggi che una data informazione deve percorrere tra agenzia, management, tecnici, uffici stampa ecc. A volte, se è possibile, chiedo conferma direttamente ai musicisti riguardo ad alcuni dettagli tecnici e logistici, e quasi sempre la situazione si semplifica o se non altro non è necessario scambiarsi migliaia di e-mail. Con questo non voglio dire che le professionalità “intermedie” non siano generalmente necessarie e dialoganti.»

La gran parte dei vostri concerti si svolgono nei club. Qual è il valore aggiunto che offrono a fronte del dubbio che quella dei jazzofili sia una specie di “consorteria” che si ritrova sempre nei soliti locali?
«I club coinvolti nel festival sono molto diversi tra loro e quindi il pubblico che li frequenta varia molto da luogo a luogo. Cantina Bentivoglio e Bravo Caffè sono ristoranti con musica dal vivo, ovvero luoghi in cui il concerto segue la cena. Camera Jazz & Music Club, Binario69, Locomotiv e Sghetto sono luoghi per il dopo cena, con il solo servizio bar, e sono locali dove fare anche eventualmente le ore piccole. Alcuni sia per tipologia di programmazione che per modalità di fruizione sono più amati da un pubblico over 40, altri esattamente l’opposto. Uno degli obiettivi più difficili da realizzare è fare in modo che i diversi pubblici si incrocino ed escano dalle rispettive comfort zone. Qualche volta ci si riesce e quando avviene spesso ne nascono serate magiche.»







































