Bob Dylan Live in Berlin 11 ottobre 2024: parole e ritmo in una città che è dieci città

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Berlino, in un periodo autunnale, fondamentalmente per vedere Bob Dylan live ma anche per godere del fascino di una città che mi piace di più ogni volta che la visito.

Grandi viali larghissimi, negozi celati alla vista dentro cortili interni, gente che gira in bicicletta sulle ampie piste ciclabili. Silenzio e rigore.

Ci portiamo subito appena arrivati alla Neuegallery voluta dal genio Mies Van Der Rohe, una dimostrazione efficace del suo concetto di minimalismo elegante.

Spazi enormi che non sembrano mai fuori scala, una bella mostra, fortunatamente gratuita perché è giovedì, sulla importanza delle controculture, concetto che mi sta particolarmente a cuore.

Il tutto ti mette nel mood.

La Berlino dei parchi, accogliente, la Berlino dei giovani, tanti, 30enni spesso già con famiglia al seguito. L’impressione che se ne ricava è che fare il genitore non è un mestiere impossibile.

Certo, la mentalità teutonica è rigida, con un sotto-testo di autarchia linguistica che avverti subito, una sorta di ritrosia a usare l’inglese.

Berlino con una bella aria globale, importante, stratificata.

Pezzi di quel terribile muro fanno capolino, così come le testimonianze del passato sanguinoso dei totalitarismi che in Berlino hanno avuto una eco enorme.

Le pietre di inciampo saltano fuori con terribile regolarità sul selciato.

E’ domenica.

Suonano le campane, fanno una musica distante, festosa, in una mattina fredda e autunnale.

Berlinale berlinese  su strade che mantengono il silenzio del villaggio nel giorno di riposo.

Viaggio che diventa essenza per il processo di conoscenza. Motivo e significato.

Vita.

Viaggio e Amore.

Venerdì 11 ottobre ho rivisto Bob Dylan live per la settima o ottava volta.

Una rappresentazione live del genio compositivo e performativo di uno dei più importanti artisti della storia della musica.

Uber è una presenza costante nella città tedesca.

Uber che abbiamo usato per muoverci dall’aeroporto alla sistemazione trovata. Lo trovo un servizio funzionale, che in Italia non ha trovato posto, chissà perchè.

Come per ogni personalità artistica per la quale è giusto e legittimo spendere l’aggettivo geniale va ricordato come questa caratteristica sia sempre in divenire, in the making, non è una caratteristica statica.

Poter assistere alla concezione dello spettacolo live da parte di Bob Dylan é la conferma che il talento si deve sempre accompagnare al coraggio.

Il coraggio di mettersi sempre e comunque in gioco e di guidare una esibizione lontano, lontanissimo dal concetto esiziale e odioso del “give the people what they want”, in direzione della libertà artistica. Ecco cosa fa Bob, è un presidio di libertà per tutti noi, musicisti e no.

Lui esce e come annunciato dalla scaletta di ieri, suona la chitarra.

Diciamo che si intuisce, perché lo spettacolo luci è pericolosamente vicino al buio totale.

Noi ci troviamo nella terzultima fila oltre la quale saremmo fuori dalla sala.

Ma intuisco che Bob ha la chitarra anche se in modo mileasdavisiano, la suona dando le spalle al pubblico.

La prima canzone è “All Along The Watchtower”, un grido profetico neppure troppo surreale trasformato in un raga con un solo accordo a girare sulla griglia.

Drammatico.

Finisce la canzone e un backliner è pronto a fornire a Bob una acustica ma lui dice “It Ain’t Me Babe” No no no non sono io quello che stai cercando, come se la cantasse al backliner che se ne va  mentee Bob si mette a suonare con una certa precisione ora devo dire, il pianoforte a muro dietro al quale delineerà le immagini e il balletto di liriche e suoni delle prossime due ore.

L’idea che mi sale alla mente è che siamo ammessi, per il prezzo del biglietto, a assistere a un atto performativo, come se Picasso o  Rothko ci avessero fatto entrare nei loro studi ad assistere a una seduta di pittura.

Senza telefoni perché quelli vanno giustamente chiusi in una busta ermetica ed è giusto così, nozione che viene corroborata dal nativo digitale che è mio figlio ventunenne che trova sollievo nel fatto di non avere il telefono a distrarlo.

Il pubblico.

Come reagisce?

Il tedesco si presenta al concerto disciplinato, beve una ventina di birre, con maglietta abbinata, poi qualcuno, una specie di scherano alla mia destra, si lamenta che parliamo chiedendo di smetterla.

Gli dico un ferale e italianissimo “Stay Calm”.

Intanto ci confrontiamo, senza scaletta alla mano, tentando di riconoscere i pezzi che si susseguono, molto interessante e artisticamente irreprensibile la proposta di brani tratti di “Rough & Rowdy Ways”, coerente con l’idea sempre proiettata in avanti del nostro Bob.

L’inserimento o meglio, il reinserimento di un fuoriclasse della batteria come il gigantesco tonitruante favoloso batterista e musicista Jim Keltner, fornisce all’esibizione dylaniana delle dinamiche da pelle d’oca e un piede saldo nel portare i pezzi blues che Bob usa come canovaccio per spargere le sue parole sempre acuminate come solo gli amerigos sanno fare.

Avendo ascoltato tanto il disco, mi godo anche i momenti più dilatati e spoken word del concerto, mentre il sempre pertinente Tony Garnier passa dal contrabbasso, penalizzato da una impossibilità di distinguere le note se non quando usa l’archetto, fino a un Fender Bass VI ovvero una chitarra baritona, accordata come una chitarra ma una ottava sotto, è in quei casi che il suono di Garnier prende una curiosa punta che si lega perfettamente alla implacabilità del groove keltneriano, soprattutto perché Garnier usa il plettro per pizzicare le corde.

Sicuramente la scelta di ripescare quel capolavoro di “Watching The River Flow” dalle session del 1971 prodotte da Leon Russell, è una conferma che quando Bob dice di non ricordare nulla del suo passato sta raccontando una balla, stessa cosa succede per “When i Paint My Masterpiece” entrambe suonate in studio nella versione originale proprio da Jim Keltner, che ricorda pure che rimase impressionato dal fatto che Bob scrivesse i testi in studio poco prima di registrare.

Bob si alza a metà show per venire avanti, lasciando lo sgabello del pianoforte e mostrando una mossa che equivale a sguainare una virtuale spada da samurai scorrendo con la mano lungo il cavo del microfono.

L’uomo ha 83 anni, lo si nota dal modo in cui si muove ma le luci creano una suggestione e spesso è come avere davanti il Bob dei sixties o dei seventies.

 

Nessuna comunicazione col pubblico se non un laconico “Thanks” alla fine di un pezzo, nessuna presentazione della band che lo accompagna.

Solo, solitario come sempre, a spargere un flusso di parole e ritmica inesorabile e luccicante.

Lo pensavo rivedendo in questi giorni un estratto da “The Last Waltz” ove si vede Bob cantare una “I Shall Be Released” mentre il gotha della musica è sul palco con lui, si nota un Neil Young in awe of Bob mentre si percepisce che Dylan è lì, in mezzo alla folla delirante di piacere ma è da solo.

Due ore di concerto.

Mi viene da pensare che se vuoi puoi.

Puoi guidare la tua arte e la tua carriera per fare in modo che le persone possano vederti dal vivo se vogliono, facendo certo sacrifici ma non chiedendo il sangue.

Circa 100€ di biglietto, per assistere a uno show come quello di Bob sono una cifra giusta. Fuori c’è il solito menestrello dylanesque che, mentre le persone defluiscono, canta i pezzi che forse qualcuno avrebbe voluto sentire e mi sovviene che forse li paga Bob stesso questi impersonator.

Penso agli altri, quelli che guidano la loro carriera per suonare solo stadium rock e poi martellare con le centinaia di milioni di dollari guadagnati.

Ma, mi chiedo, chi ama vedere un concerto rock dentro uno stadio che è pensato e progettato per usufruire di un evento sportivo?

Che senso ha?

Godibile la figura di una freakkettona che, con un cartello scritto su una scatola di scarpe, chiedeva un biglietto omaggio. Coerente. Ci sta accidenti.

Spero qualcuno glielo abbia donato.

E’ domenica e le campane suonano.

 

Chissà cosa starà facendo adesso Bob Dylan.

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