The Apprentice-
Alle origini di Trump
di Ali Abbasi
con Sebastian Stan, Jeremy Strong, Maria Bakalova, Martin Donovan, Emily Mitchell (II)
Usiamo le frasi fatte: Ali Abbasi (svedese iraniano autore di Holy Spider e Border. Creature di confine) prende il Sogno Americano e lo sporca, nel senso che “sporca” la pellicola al punto che sembra tutta emulsionata tra gli anni ’70 e ’80 come le riprese dei documentari di allora: in una New York tra la topaia e il default per bancarotta il giovane Donald Trump, figlio di palazzinaro, va a riscuotere affitti in case fatiscenti con inquilini incazzati (come in un vecchio film: Il padrone di casa, or. The super, di Rod Daniel) ma sogna in grande: frequenta posti costosi per gente ricca e vorrebbe trasformare quartieri e tirar su grattacieli. Ma il padre è prudente… Poi attira l’attenzione dell’avvocato Roy Cohn, seguace di McCarthy (da viceprocuratore mandò alla sedia elettrica i coniugi Rosenberg per spionaggio) e uomo spregiudicato che gli spiega il suo metodo: Primo: Attaccare, attaccare, attaccare. Secondo: Negare, mai ammettere niente. Terzo: Dire sempre ho vinto. Mai ammettere la sconfitta. Praticamente il patto col diavolo, dove ci rimette il diavolo. Il giovane Trump da quel momento trova i soldi, la forza e la faccia di bronzo per rimodellare New York, se stesso (con la chirurgia estetica) e la politica americana, fino alla presidenza. Lasciamo stare la questione delle elezioni imminenti. Il film di Abbasi, che ha praticamente usato dei sosia di Trump e Cohn (Stan e Strong) è terribile e insieme percorso sottopelle da un’ironia elettrica: vi si legge in trasparenza anche il Trump dei giorni nostri nutrito dalle bugie televisive di Nixon e dagli ottimismi della dottrina Reagan. Il titolo The Apprentice viene dal format tv in cui Trump scopriva (o silurava ) imprenditori. Notate che Trump considerava la sua rapacità un’arte e che sia lui che Andy Warhol portano strabilianti toupet e si piacciono…






































