Ricordiamo innanzitutto l’autore del tema immortale del film La pantera rosa e di numerosi altri capolavori. Henry Mancini nasce Enrico Nicola Mancini a Cleveland il 16 aprile 1924 da genitori abruzzesi. Di formazione jazzistica, deve alla frequenza della prestigiosa Julliard School of Music di New York l’accesso con tutti i crismi nel mondo della musica professionistica. A questa formazione va aggiunta quella offertagli da Mario Castelnuovo-Tedesco, un compositore italiano (emigrato negli USA durante il fascismo perché ebreo) poco conosciuto, nonostante le sei opere liriche, la moltissima musica da camera, le 11 soundtrack da film e le infinite collaborazioni, ma ottimo didatta, alla cui scuola si sono formati, tra gli altri, anche Elmer Bernstein e André Previn, John Williams e Jerry Goldsmith.
Mancini partecipa alla Seconda Guerra Mondiale, sia sul campo sia in una delle bande che alleviavano le truppe. Conosce Glenn Miller, il re dello swing, e, dopo la morte prematura del trombonista e il termine del conflitto, entra nella riallestita Glenn Miller Orchestra come pianista e arrangiatore, sotto la direzione di Tex Beneke. Nel 1952 partecipa a un concorso per la Universal Pictures, che lo assume come compositore, arrangiatore e direttore di numerose produzioni. Inizia subito a scrivere per un regista importante come Douglas Sirk e arriva al successo e alla prima candidatura all’Oscar tre anni dopo con le musiche per La storia di Glenn Miller di Antony Mann, romanzato tributo all’amico scomparso.
Da allora le nomination sono state 18 e quattro le vittorie della statuetta più famosa del mondo. Questo grazie all’incontro con altri registi famosi: Orson Welles (L’infernale Quinlan del 1958), Howard Hawks (Hatari! del 1962), Stanley Donen (tre pellicole, tra cui Sciarada del 1963, con l’omonima canzone candidata all’Oscar), Terence Young, Norman Jewison, Martin Ritt, Arthur Hiller (quattro film, da Wagon-lits con omicidi del 1976), Ted Kotcheff, Stanley Kramer. Ma anche lo specialista dell’horror Tobe Hopper (Space Vampires del 1985), lo scrittore Michael Crichton, gli attori Sidney Poitier e Paul Newman (quattro film, tra cui Sfida senza paura del 1970, la cui canzone“All His Children fu candidata all’Oscar) e il nostro Vittorio De Sica (I girasoli del 1970, con la soundtrack nominata dall’Academy). Unico a rifiutare un progetto musicale di Mancini fu Alfred Hitchcock, non nuovo a ricusazioni del genere: non ne utilizzò la partitura scritta per Frenzy nel 1972 perché la ritenne troppo cupa.
Ben diverso fu il rapporto infinito tra l’italoamericano e Blake Edwards, che, a partire dal 1958 e dalla serie tv Peter Gunn, lo volle sempre al suo fianco fino all’ultimo film che diresse nel 1993 Il figlio della Pantera Rosa. Proprio le musiche scritte per la saga, iniziata trent’anni prima e composta da otto pellicole, dell’inafferrabile ladro di gioielli e del goffo ispettore Clouseau che gli dà la caccia consacrarono Mancini, che però era già popolarissimo per aver composto per il regista di Tulsa lo score di Colazione da Tiffany e la magnifica Moon River, una delle canzoni più iconiche tra quelle tratte da un film, entrambe premiate con l’Oscar.
Sono quasi trenta le pellicole di Edwards commentate da Mancini, spesso pluripremiate per l’intera musica oppure solo per la canzone di testa. Tra queste vanno citate ancora l’altra insignita con la statuetta (Victor Victoria del 1982) e quelle nominate (I giorni del vino e delle rose del 1962, La grande corsa del 1965, Operazione Crêpes Suzette del 1970 e 10 del 1979), cui aggiungeremmo anche lo scanzonato Operazione sottoveste del 1959, Hollywood Party del 1968 e Appuntamento al buio del 1987. Il maestro morì a Beverly Hills il 14 giugno 1994, dopo aver conquistato anche 20 premi Grammy, pubblicato più di 50 album e venduto oltre 300 milioni di copie in tutto il mondo.
La chiave compositiva di Mancini è una brillante sintesi classico/jazzistica, che qualcuno ha definito una comunione tra Giacomo Puccini e Duke Ellington, sempre di una lievità coinvolgente e una duttilità aperta e soprattutto di un melodismo raffinato e ricercato. I suoi brani – anche le canzoni scritte il più delle volte con il contributo del grande paroliere Johnny Mercer – arrivano direttamente e, oltre a permettere alle immagini e ai protagonisti di “bucare lo schermo”, riescono ad avere una vita autonoma ricca e comunicativa.

Veniamo ora a Walter Gaeta, pianista, compositore e arrangiatore pluridiplomato in Conservatorio, nonché apprezzato didatta. Molte le sue collaborazioni sia con jazzisti e non (citiamo nel mazzo Massimo Moriconi e Fabrizio Bosso, Tom Sheret e Rachel Gould, Pablo Mena Peraza e Geoff Warren, Serena Molinari e Antonella Ruggiero) che con orchestre ed ensemble. Le sue composizioni danno l’impressione di una continua evoluzione, sanno fare ricerca pur mantenendo una piacevolezza quasi innata, distribuiscono con sobrietà e imprevedibilità colori e linguaggi, spazialità e sorprese.
Il mondo di Mancini non poteva non attrarre un musicista a tutto tondo come Gaeta, che sicuramente dal maestro americano ha tratto insegnamenti e spunti, tanto che proprio nell’anno dei due anniversari, centenario dalla nascita e trentennale dalla morte, ha pubblicato il suo nuovo album intitolato Breakfast With Henry Mancini (Dodicilune/IRD). E tanto che l’ultima track del lavoro, un omaggio diretto del pianista, Prelude For Henry, non sfigura affatto con il suo afflato avvolgente e ondulatorio dopo le 11 rivisitazioni del maestro.

Delle oltre 500 canzoni composte dall’americano ne riprende in veste vocale solo due, entrambe interpretate dalla figlia Monica, special guest del cd, che propone in maniera partecipata e con un canto ricco di sfumature profonde il capolavoro inarrivabile Moon River e la divertente samba-jazz It Had Better Be Tonight, con una parte in italiano con le parole di Franco Migliacci (diventò Meglio stasera per Miranda Martino).
Come scrive il bravo Davide Ielmini nelle note di copertina del cd, negli altri brani «Gaeta si addentra in una musica che potrebbe “suonarsi da sola” con il coraggio di un equilibrista. E lo fa con desiderio e voluttà, lasciandosi folgorare dal suo universalismo e dalla sua essenza eterna. Senza debordare dal significato, dalla funzionalità e dalla fruibilità di questi brani, che, seppur composti per cinema e televisione, occupano senza alcuna riserva anche le sale da concerto».
Con un ensemble di tutto rispetto, il pianista arrangia i brani pescando a piene mani non solo dal jazz e dallo swing, ma aprendo a sottolineature più pop oppure più soffusamente blues, a incroci quasi contemporanei e a intensità emotive degne di una musica da camera di alta scuola. L’ottimo e navigato sassofonista Max Ionata è il referente primo per gli assolo, Daniele Fratini alle chitarre ha spesso la delega alle coloriture, i ritmi Pietro Ciancaglini (basso elettrico e contrabbasso) e Nicola Angelucci (batteria) sanno essere dei timonieri abili come i velisti di Luna Rossa, in più gli archi del Piemme Project Quintet aggiungono sostanza e volatilità, spazi e indirizzi.

L’incredibile mistura sonora manciniana, che fu alla base del suo successo planetario e che rende la sua scrittura imperitura nel tempo, rimane intrappolata nelle partiture innovative di Gaeta, che sanno correre sul filo di un’attesa che si placa a poco a poco, di un’adesione e insieme di un confronto con gli originali costruiti come giochi di incastri ed equilibrismi continui. Così l’iniziale Arabesque, celeberrimo (un aggettivo che è adeguato per non tutti i brani del cd) tema del film omonimo di Donen del 1966, possiede un fascino ambiguo e un andamento mainstream sfuggente e in bilico. Be Happy e Lujon, che vedono l’aggiunta di Remo Izzi al corno francese, Paola Filippi ai flauti e Domenico Pestilli al vibrafono, suonano rispettivamente come una ninnananna dalle cadenze quasi natalizie che diventa un trampolino per la bravura di Gaeta e Ionata (è il tema della serie tv stravista Uccelli di rovo) e come un’ampia bossa nova notturna e pizzicata, invece che percussiva come l’originale, dedicato, lo dice il titolo, a uno strumento tradizionale africano.
Loss Of Love, il tema de I girasoli, è magnificamente ripreso, in un crescendo che combina ballad jazz e sinfonismo cinematografico, cui il tenore di Ionata e l’elettrica di Fratini disegnano intimità distillata e nuove linee melodiche che si connotano come valore aggiunto al disegno originale. Più vicina agli standard delle soundtrack anni 50/60 e allo swing goodmaniano il tema della serie di scarso successo Mr. Lucky. Prima di questa Edwards aveva affidato a Mancini le musiche di Peter Gunn, del cui main title theme Gaeta propone una revisione accentuata nelle soluzioni – molte delle quali vennero riprese per le pellicole dell’agente segreto 007 – che inizia quasi rock e alterna fiati aggressivi e incalzare degli archi, mantenendosi pulsante e ribattuta come l’originale.
La meravigliosa melodia di Royal Blue (da La Pantera Rosa) vede ancora Ionata ottimo protagonista, sensuale, notturno, lirico. Theme Song From The Molly Maguires, dal film di Ritt I cospiratori del 1970, sa essere un passaggio che esprime appieno un senso dello spazio e della moderazione di alto livello emotivo. Infine The Days Of Wine And Roses, la canzone vincitrice dell’Oscar nel 1963e cavallo di battaglia di Frank Sinatra tra gli altri, tema dell’omonimo capolavoro di Edwards con uno strepitoso Jack Lemmon, si sviluppa facendo riferimento alla versione del 1979 di Bill Evans (album Affinity), con il sax e la batteria a prendersi la scena.







































