Parthenope

Una parte della Grande Bellezza?

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Parthenope
di Paolo Sorrentino
con Celeste Dalla Porta, Luisa Ranieri, Silvio Orlando, Isabella Ferrari, Peppe Lanzetta, Stefania Sandrelli

Parthenope la sirena si suicidò perché Ulisse si era tappato le orecchie e lei, incantatrice, non sopportava d’essere ignorata: il suo corpo alla deriva diventò Napoli. Parthenope, figlia del  collaboratore “fragile” di un “Comandante” che sembra l’armatore Achille Lauro, viene partorita in acqua di mare, la battezzano come la sirena e come Napoli è  città-donna-creatura bella e infelice: dorme in una carrozza di Versailles (che però somiglia anche al carro funebre tradizionale, tirato dai cavalli col pennacchio), e come una sirena per tutta la vita incanta, misteriosa, ondivaga e indecisa. Potrebbe far l’attrice, ha la risposta pronta come gli attori nei film (perché i film -diceva qualcuno- sono come la vita senza le parti noiose…), intriga donne e uomini, sfiora anche l’incesto, fa quasi innamorare lo scrittore John Cheever in grand tour napoletano, è troppo cerebrale per un amore normale, studia antropologia perché non sa lasciarsi andare e l’antropologia non si sa cos’è (però- bella citazione del professor Silvio Orlando-  Billy Wilder lo sapeva…), sfiora il tesoro di San Gennaro e il Tesorone (cardinale lussurioso, teatrale  e seduttore), miracola il sangue del santo, assiste a un rito sessuale di camorra e scopre con tenerezza un’altra creatura chimerica fatta d’acqua e sale (come il mare…). A pensarci bene Parthenope ricorda la ragazza che una notte di anni prima, in un altro film, su un’isola, sotto la luce intermittente di un faro, mostrava le sue grazie al giovane Jep Gambardella che poi farà della sua vita un romanzo (uno solo) e una festa mobile. Ma non è che Parthenope è La grande Bellezza? Mi arrendo: Sorrentino si spiega solo con Sorrentino. Bravo. Io però,  Parthenope l’ho tagliata: non la sirena,  l’ultima parte della sua vita (e del film). Per ricordarla com’era.

 

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