Tre progetti italiani che presentano altrettante, inusuali vie alla proposta jazz contemporanea. Sempre con un’attenzione al nuovo e al prospettico. Da tre punti di vista differenti e con altrettante combinazioni strumentali diverse, sia il Triorox che il Luca Gelli Organ Trio che i Pericopes + 1 riescono a farci entrare dentro panorami sonori talmente lontani da apparire quasi contrastanti, eppure sono sempre attualissimi e lucidi. Sanno pescare nel passato per illuminare il presente e aprire lo sguardo verso il futuro. Sanno convincere e intrigare.

Triorox
Moods (Irma)
Voto: 8
DJ Rocca, ovvero Luca Roccatagliati, è il motore di questo progetto, che vede insieme a lui il pianista Giovanni Guidi e il bassista Joe Rehmer. L’anima del mitico Maffia Sound System, dedito alle elettroniche e ai sample, al flauto e alla programmazione della batteria, è diventato famoso a partire dagli ultimi Novanta per i suoi remix e le sue produzioni in ambito dance ed elettro-disco, che lo hanno messo a contatto con i migliori, da Jazzanova a Dimitri from Paris, da Howie B ad Andrew Wheaterall.
La sua passione per il jazz è però apparsa in piena luce con il trio Franco D’Andrea Electro Tree, di cui faceva parte insieme al grande pianista e al sassofonista Andrea Ayassot. Oggi ha riunito l’ex enfant prodige dalle divagazioni più ampie – pupillo di Enrico Rava e a fianco dell’elettronico Matthew Herbert – e l’americano trapiantato in Italia, benché già attivissimo negli States.
Il risultato è eccellente con un panorama elettronico che si sviluppa in un ventaglio multicolore di soluzioni, un viaggio nell’inesplorato combinarsi di suoni inediti e pieni di inflessioni. Un jazz avanzato, che aggiorna la lezione del Davis elettrico e quella posteriore di Roni Size, facendole decollare grazie a spinte drum ‘n’ bass (Sax And The City), a pulsazioni post house e a sogni balearic. Tra pura invenzione e slanci groove, tensioni che hanno il piglio della techno (Space Rain) e momenti in cui la ambient appare come motore di base (i tre Mood), è la creazione di un amalgama così immediato e convincente che fa di questo Moods un cd assolutamente da ascoltare.
Ottimi anche gli ospiti, che aggiungono un feeling quasi contrappuntistico con i loro fiati: il sassofono per Luigi Di Nunzio, presente in tre brani, il trombone per Gianluca Petrella e la tromba per Jacopo Fagioli, ciascuno in una track. Difficile scegliere un frangente da preferire. Se obbligati si potrebbe andare sulla corsa nei canyon di metallo e cristallo tra i grattacieli della downtown di Toronto e tra le gallerie della sua Path di Next To Canada, con Dan Kinzelman al clarinetto basso.

Luca Gelli Organ Trio
Shorter Notes (Dodicilune/IRD)
Voto: 8
Dagli esordi nella big band di Maynard Ferguson all’esplosione del suo talento grazie ad Art Blakey, che per primo ne intravide il genio e le potenzialità, Wayne Shorter ha sempre avuto un’ascesa costante e continua. Autentico gigante della musica post anni 50, arrivò allo zenith della perfezione jazzistica con il mitico quintetto dei “ giovani leoni” di Miles Davis, per poi svilupparne ulteriormente i portati insieme al mitteleuropeo Joe Zawinul nei grandissimi Weather Report e nella carriera da leader. Interpretare le sue intricate costruzioni, che mostrano una naturale tendenza alla progettualità, a una scrittura intellettuale, alle architetture complesse è compito da spezzare i polsi.
Luca Gelli e i suo
i due partner ci provano con il coraggio della coscienza di una preparazione concettuale approfondita (e rodata in due anni di ricerca e di proposte live) e di una dedizione dettata solo dall’amore “filiale”. Il chitarrista fiorentino, visto da anni insieme ai Dirotta su Cuba e leader dei Jelly Factory, è affiancato dall’organista Mantico Seghi, molto old style all’Hammond, e dal batterista Giovanni Paolo Liguori, che ha già frequentato artisticamente vari big. La loro scelta è quella di proporre le composizioni shorteriane dei primi anni 60, sia grandi classici come Yes Or No che brani meno conosciuti come House Of Jade.
Il risultato è pregiato e colto, quasi una formulazione cameristica dei nove brani, sia che mantengano gli arrangiamenti originali, sia che presentino una rielaborazione personale. Un ascolto che scorre fluido, senza inghippi né capriole, ma con un raffinato senso della ricerca e della citazione, guidato da una chitarra che “canta” come un sassofono. Ognuno del trio ha una personalità solida, ricca di sfaccettature, e sa entrare emozionalmente nel climax delle composizioni e insieme proporre il proprio afflato esecutivo, di volta in volta bluesy, soul oppure notturno. Ottimi anche gli ospiti Dario Cecchini al sax baritono nella corposa Adam’s Apple, Cosimo Boni (tromba) e Pierre Do Samoiedo (sax tenore) nella riscoperta Fee-Fi-Fo-Fun e Nico Gori al clarinetto nella conclusiva Armageddon. L’esito migliore è per l’evergreen Speak No Evil, che non perde nulla del suo fascino iconico.

Pericopes + 1
Good Morning World! (Losen)
Voto: 8
Dal 2020 a oggi, molto è cambiato nella formazione dei Pericopes, che hanno debuttato su cd nel 2012 in duo e hanno aggiunto il + 1 alla batteria nel 2015. Hanno lasciato il trio il fondatore e autore di quasi tutti i brani Alessandro Sgobbio e il batterista newyorchese Nick Wright, avvicendati dal pianista e sintetista Claudio Vignali e dal drummer Ruben Bellavia, mentre le redini della formazione sono passate decisamente nelle mani solide dell’altro fondatore Emi Vernizzi, sassofonista di spessore, che compone tutte le track del cd.
Good Morning World, quarto album in trio dopo gli altrettanti in duo, segna un cambiamento, che però è più un ritorno al passato piuttosto che un balzo nel futuro, un riprendersi il lirismo degli esordi per svilupparlo entro coordinate prismatiche e non lineari,
che offrono un senso di continuo movimento. Un jazz ad ampio spettro, in cui momenti parlati “storici” danno la definizione progettuale, ispirata all’evoluzione verso l’homo deus prossimo venturo, fusion di “animale, dio e macchina”, in un incrociarsi di suoni che raffigurano le mille complessità del vivere odierno, gli scontri insiti nella natura umana, la voglia di spirituale e di trascendente e il complesso rapporto con l’intelligenza artificiale, il metaverso e gli algoritmi onnipresenti. Un jazz che sa essere europeo a 360 gradi, con elettroniche nordiche e stimoli mediterranei, con rigidità teutoniche e dolcezze francofone, ma senza dimenticare le origini afroamericane, senza rifiutare i suggerimenti del post-rock e del prog più intellettuali.
Un jazz crossover che ci ricorda spesso come i suoi protagonisti abbiano nel loro bagaglio ascolti approfonditi di musica dodecafonica e avantgarde, così come di world music a 360 gradi e di musica liturgica non banale. Significativi e stimolanti i contributi al femminile della violinista Anaïs Drago in Cosmic Nirvana e della contrabbassista Rosa Brunello in Assange, brani cardine dell’album, insieme alla magnifica, paradigmatica title-track, con la frase cardine di 2001 Odissea nello spazio ripetuta in loop in varie lingue, posta in chiusura.







































