Il consiglio di questo Halloween è quello di riscoprire i quattro film ispirati al romanzo The Body Snatchers di Jack Finney (1954).
Sicuramente gli amanti del genere lo conoscono e hanno visto le versioni cinematografiche. Il romanzo pubblicato inizialmente in tre puntate sulla rivista Collier’s ha poi avuto delle edizioni classiche e anche in libri tascabili, che negli anni ha visto anche ripubblicazioni con cambiamenti nella storia.
Tutte le versioni conosciute, sia letterarie che cinematografiche, hanno come base un’invasione aliena che arriva sotto forma di semi o parassiti in grado di clonare gli esseri umani mentre stanno dormendo. I cloni di fatto sono creature extraterrestri sotto forma umana capaci di insediarsi nelle comunità e rendere tutti inumani, privandoli soprattutto di qualunque tipo di emozione. Un’idea geniale, che si è adattata perfettamente alle esigenze del grande pubblico.
L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel (1956)
Questo film diretto dal grande Don Siegel, regista di classici come Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! e Fuga da Alcatraz, prende le vicende del romanzo e lo trasforma in un gioiello di pura tensione, con pochissimi effetti speciali, anche a causa dello scarsissimo budget, e una descrizione precisa della coppia di protagonisti, interpretati da Kevin McCarthy e Dana Wynter, in cui il pubblico si ritrova perfettamente perché non evidenziati come eroi, ma come persone normalissime in una normalissima cittadina americana, Santa Mira.
In un crescendo di angoscia e isteria il giovane dottor Miles Bennell, stesso nome e lavoro presenti nel romanzo, scopre che le persone della sua cittadina si stanno trasformando in doppi senza anima dopo aver dormito vicino a dei “baccelli” provenienti dallo spazio e posizionati, proprio dai loro cari o amici, vicino ai loro letti. Nessuno si fida più di nessuno e tutti possono essersi già sostituiti in creature aliene.
Il film fu un successo straordinario e superò le accuse di anticomunismo quando il regista e lo sceneggiatore Daniel Mainwaring dichiararono in ogni intervista che la storia era una riflessione molto più ampia sulla repulsione al conformismo.
Inizialmente il film non aveva il prologo all’ospedale e l’epilogo che dava un minimo di speranza, ma si concludeva con il volto stravolto in primo piano di Kevin McCarthy che urlava verso il pubblico «tu sarai il prossimo».

Terrore dallo spazio profondo di Philip Kaufman (1978)
Il primo film tratto dal romanzo di Finney è quello che non a caso viene definito un capolavoro, ma questo remake è un’opera totalmente differente dall’originale che attualizza, e non ricalca assolutamente, il suo predecessore.
La novità più importante è che i fatti non avvengono più in una piccola cittadina dove gli abitanti si conoscono tutti, ma in una grande città americana, San Francisco, dove si cammina e si vive normalmente già a fianco di estranei e dove regna l’incomunicabilità. Quindi i cloni nati dai baccelli alieni non sono più i parenti e gli amici, ma è soprattutto l’intera civiltà che si trasforma in un’entità priva di empatia e amore.
Il regista qui segue l’ispettore sanitario Matthew Bennell (interpretato da un magnifico Donald Sutherland), l’amica, a cui non ha mai confessato il suo amore, Elizabeth Driscoll (Brooke Adams) e un’altra coppia (Jeff Goldblum e Veronica Cartwright) con cui c’è una forte sintonia e amicizia.
La paranoia nasce in questo gruppo e proprio nei confronti di tutto ciò che ruota intorno alle loro vite, mentre i sospetti ricadono su istituzioni, polizia e politici, tutti potenziali alieni.
Girato da Kaufman con una tecnica quasi documentaristica, con angolazioni a volte sbilenche, dialoghi che si sovrappongono e un eccelso utilizzo degli effetti sonori, evidenziati soprattutto nella scena del giardino dove i cloni dei protagonisti stanno prendendo forma. Gli effetti speciali sono estremamente curati e utilizzati con il giusto equilibrio.
Tutto funziona bene e questa volta il regista non ha dovuto cedere alle pressioni dei produttori che subì invece Siegel nell’originale, creando così un finale privo di speranza che diventa ancora più agghiacciante con l’urlo di Sutherland, diventato ormai uno dei momenti più iconici del cinema horror.
Da sottolineare la presenza di Leonard Nimoy, il famoso Spock di Star Trek, e del protagonista de L’invasione degli ultracorpi, Kevin McCarthy.

Ultracorpi – L’invasione continua di Abel Ferrara (1993)
Questo lavoro di Abel Ferrara si inserisce tra i tipici B-movie del periodo 80/90, facendo l’occhiolino anche al genere teen grazie al coinvolgimento della giovanissima Marty (Gabrielle Anwar) nei panni della protagonista. Questo solo in apparenza perché il controverso regista de Il cattivo tenente e Fratelli ci porta in una parabola antimilitarista e anticonformista.
Le dinamiche che si creano con l’arrivo dei baccelli spaziali già le conosciamo, ma Ferrara le muove all’interno di una base militare, nel periodo in cui l’America risultava vittoriosa nella Guerra del Golfo, mostrandoci che la minaccia aliena arriva proprio da chi teoricamente dovrebbe proteggerci. Attraverso i militari per gli alieni è più facile arrivare tra le persone comuni e gli organi di potere perché la divisa funziona sempre molto bene come lasciapassare e inconsciamente, per la maggioranza delle persone, infonde un senso di sicurezza.
Sarà invece una ragazzina in fase di ribellione familiare, e qui il regista gioca molto bene con i conflitti generazionali, ad agire in modo istintivo contro chi è al comando.
I riferimenti ai due film precedenti non mancano. C’è la voce fuori campo della protagonista che sottolinea le sue emozioni come faceva Kevin McCarthy nel primo film, ma ci sono anche i giochi di ombre e le urla stridenti degli alieni come in Terrore dallo spazio profondo. Qui però è tutto più cupo, più “horror” e più violento.
I tratti psicologici dei protagonisti principali vengono un po’ accantonati per lasciare più spazio alla critica verso “i piani alti” che inevitabilmente porteranno all’apocalisse.

Invasion di Oliver Hirschbiegel (2007)
Produzione di serie A e grandi star per questa quarta versione, ma deludenti incassi al botteghino e critiche feroci da gran parte della stampa.
The Invasion, così è il titolo originale ma in Italia hanno tolto il “the”, inizialmente era tutto un altro film. L’autore tedesco Oliver Hirschbiegel, già regista del notevole La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, aveva una visione moto più originale rispetto al risultato finale perché ribaltava completamente i significati base dei film precedenti e del romanzo. L’idea infatti era che l’uomo con la sua “umanità” è in grado di seguire solo gli istinti primari e di generare violenza e conflitti; il disumano, invece, porta una riuscita omologazione in grado di portare pace e armonia.
Un paradosso interessante che il genere fantahorror avrebbe raccontato molto bene, ma la Warner Bros la pensò diversamente e giudicò il progetto troppo autoriale. Decise allora di chiamare le sorelle Wachowski e il regista di V per Vendetta, James McTeigue, per rigirare diverse scene e rendere il film più action. Il risultato fu una vera porcata.
In realtà però tutta la prima parte del film è ottima ed assolutamente azzeccata è la scelta della protagonista Nicole Kidman nel ruolo della psichiatra Carol Bennett che si accorge, grazie anche ai suoi pazienti, che qualcosa di strano sta accadendo nella sua città, Washington.
Hirschbiegel modifica anche gli elementi del contagio cambiando i baccelli con spore che arrivano dopo lo schianto di uno Shuttle, non a caso proprio nella capitale americana. Gira tutta una prima parte con le paranoie e i presagi di quello che sta per accadere in modo esemplare e mostra una città, in cui la Kidman si muove ogni giorno, dove vengono evidenziati i clacson, le urla, le musica a tutto volume dagli stereo e il caos di una tipica metropoli. Le tv danno solo notizie di guerre e disastri a cui tutti sembrano un po’ abituati.
Tutto cambierà nel corso della storia e la Kidman si ritroverà tra strade silenziose, con gente molto calma e la tv che parla di accordi di pace tra leader politici prima impensabili.
Nella seconda parte invece un montaggio frettoloso ci mostra dialoghi e situazioni che sembrano messi a caso per dare veloci spiegazioni e il personaggio del dottore, interpretato da Jeffrey Wright, che inspiegabilmente sembra capire tutto in un attimo. Ma il peggio avviene quando iniziano un paio di inseguimenti in macchina, girati da James McTeigue, che sembrano usciti da un pessimo film action anni 80, rovinando tutta la tensione paranoica della prima ora del film.
Si salvano comunque anche le scene in cui la protagonista cerca di rimanere sveglia in tutti i modi per non trasformarsi e le passeggiate in cui finge di non avere emozioni per non farsi catturare.
Qui la Kidman con il suo volto glaciale è bravissima. Invasion, nonostante alcune cose buone, rimane un’occasione sprecata e purtroppo non sembra esistere la possibilità di vedere un director’s cut probabilmente molto più avvincente. A tenere compagnia alla Kidman ci sono anche Daniel Craig e Veronica Cartwright, già apparsa in Terrore dallo spazio profondo.







































