Nel suo Dizionario delle belle arti e del disegno il critico principe del 700 Francesco Milizia, alla voce “paesaggio” affermava «chi non può essere pittore sia paesista, fruttista, fiorista: è meglio far qualcosa che niente». Un giudizio non certo lusinghiero per la pittura che raffigura la natura, peraltro condiviso da personaggi illustri come Charles Baudelaire, che, nel 1859, oltre mezzo secolo dopo, scriveva «voglio ammettere che la scuola moderna di paesaggisti sia particolarmente solida e valida, ma nel trionfo e nel predominio di un genere inferiore, nel culto insipido della natura, non purificata né interpretata dall’immaginazione, io scorgo un segno manifesto di generale decadimento».

Verrebbe da dire “da che pulpito…” se non stessimo per approdare alla grande stagione dell’impressionismo, che sdoganò definitivamente il paesaggio, issandolo dalle sabbie mobili di una “pittura di genere”, sì “istromento del bello” ma puro arricchimento della ben più alta pittura storica e mitologica, quando non banale e freddo ricordo da touriste.
Proprio questa stagione di paradigmatico mutamento viene analizzata nella mostra Paesaggi – Realtà Impressione Simbolo, che nel Castello Visconteo Sforzesco di Novara sarà aperta fino al prossimo 6 aprile, permettendo di valutare e apprezzare i mutamenti della rappresentazione ottocentesca del paesaggio Da Migliara a Pellizza da Volpedo, come recita il sottotitolo.
L’itinerario, tracciato senza enfasi né astrusità critica, ci porta dal neoclassicismo di Giovanni Migliara al misticismo di Giovanni Segantini e al simbolismo del suo “erede” Carlo Fornara. Tappe di un’evoluzione tanto radicale sono dapprima l’interpretazione del paesaggio ideale della tradizione classica, declinato come perfetto equilibrio tra natura e uomo. Poi è l’indagine topografica del territorio nello spirito post-illuminista e “operoso” di Carlo Cattaneo, con il bergamasco Marco Gozzi chiamato dal viceré di Milano Eugenio di Beauharnais, figlio adottivo di Napoleone, a dipingere “dal vero” 12 vedute significative dello sviluppo industriale del territorio. E il suo discepolo Giuseppe Bisi a occupare la prima cattedra di Pittura del paesaggio all’Accademia di Brera.

Seguono il “paesaggio istoriato”, predominante rispetto alla vicenda storica o letteraria che comunque racconta, di Massimo D’Azeglio, politico di primo piano del Regno di Sardegna, e le suggestioni romantiche della natura come stato d’animo di maestri quali Giuseppe Canella («dipinge come Manzoni scrive», dicevano di lui) e il Piccio, il cui caratteristico “non finito” lo fece anticipatore del divisionismo. Sono poi le influenze straniere, soprattutto tedesche e dei francesi della scuola di Barbison, a portare aria fresca nel nord ovest d’Italia, zona geografica cui sostanzialmente tutta l’esposizione fa riferimento. Angelo Beccaria, maestro di pittura dei cinque figli di Vittorio Emanuele, e Gaetano Fasanotti, che, appena ventinovenne già docente a Brera, portava gli allievi a dipingere en plein air, anticipano i liguri e i piemontesi innamorati di Corot e del cenacolo artistico ginevrino, dal grande Antonio Fontanesi agli esponenti della Scuola dei Grigi, il bucolico Ernesto Rayper, Alfredo d’Andrade e soprattutto l’innovativo Tammar Luxoro, nei cui paesaggi irrompe l’opera e il lavoro dell’uomo.
Lo spostamento verso il linguaggio impressionistico avviene attorno agli anni Settanta del secolo. La ricerca dell’impressione che il vero offre nel preciso momento in cui si dipinge è predominante in Eugenio Gignous e soprattutto in Filippo Carcano, amatissimo ai suoi tempi come “il più avanzato della pittura moderna”, che si portava anche tele enormi di quasi due metri in riva all’amato Lago Maggiore pur di ottenere un autentico senso del reale. E che fa perdere il visitatore nell’immensità di paesaggi, dipinti anche grazie alle sue invenzioni “tecniche”: i pennelli periscopici, che permettono di dipingere anche a due metri di distanza dalla tela (ottennero un grande successo commerciale) e la coltella dai denti, una specie di piccola forchetta che permette di dipingere dei tratti paralleli.

È qui che si inserisce la figura di Leonardo Bazzaro, pittore ancora troppo misconosciuto, cui la mostra novarese dedica un’intera sala. Il suo naturalismo, fatto di momenti felici rubati al quotidiano e immersi in una lussureggiante vegetazione, varia dalla partecipata introspezione della solitudine femminile a frammenti di vita serena in montagna, sempre immersi in molteplici e brillanti variazioni cromatiche, che si riverberano su tutti i dettagli delle tele.
Il naturalismo urbano di Mosè Bianchi, innamorato dei vicoli bui e innevati di una Milano che li stava distruggendo con i nuovi piani urbanistici, e del giovane Giovanni Segantini, il cui primo studio si affacciava sul Naviglio, rimettono al centro della visione gli aspetti essenziali del vero, la forma, il colore, la luce.

Aspetti che “scoppiano” nelle opere di maestri come Emilio Gola, come Carcano, la cui Arses, presentata alla I Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, fu presto acquisita da un collezionista americano, come il giocoso Lorenzo Delleani. Vari i capolavori dell’ultima sala, Mezzogiorno sulle Alpi e L’amore alla fonte della vita di Segantini, L’aquilone di Fornara, i due soggetti “domenicali” identici dipinti a 35 anni di distanza da Angelo Morbelli, alcune tele di Giuseppe Pellizza da Volpedo, che riportano al simbolismo di fine secolo, con la veduta che si trasforma definitivamente in un’interpretazione del dato visivo dettata dalla sensibilità visionaria del pittore. E il paesaggio che diventa simbolo di bellezza universale.





































