Siamo abituati a veder passeggiare nelle nostre strade, a vederci lavorare accanto, a veder affacciati al balcone di fronte persone che non hanno il nostro stesso colore della pelle, che hanno gli occhi con un altro disegno, che parlano idiomi di cui non comprendiamo se non le sfumature delle inflessioni facciali. E vorremmo conoscerle meglio, vorremmo che le loro tradizioni, le loro culture, i loro costumi, fossero per noi decifrabili, per poterli “utilizzare” al fine di migliorare i nostri, di dialogare meglio con loro, di aumentare il nostro bagaglio culturale tout court. Anche perché siamo certi che, con un’indagine articolata e anche solo con un contatto poco più che superficiale, potremmo scoprire una quantità di legami stupefacente, comprendendo meglio noi stessi.

Legami articolati e senza fine che hanno però bisogno di un primo canale di approccio che sia insieme semplice ed efficace, emotivo e sincero, per non creare quei fraintendimenti e quelle fratture – oggi purtroppo sempre più frequenti e sempre più pronte a incancrenirsi – che sono foriere di reciproca ignoranza, quando non di drammatici manicheismi culturali e politici. Siamo certi che la musica di tradizione popolare e i suoi sviluppi nella world music siano probabilmente i più piacevoli, e quindi validissimi, tra questi canali, che ci trasportano verso un mare di occasioni conoscitive, senza l’ansia di restituire particolari con la volontà di precisione che portava il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, in un celebre racconto, a ironizzare sul “delirio del cartografo”: quello che conduce inevitabilmente il compilatore a immaginare una mappa uno-a-uno, estesa per quanto è esteso il globo.

Nell’attuale villaggio globale telematico, sempre più desolante nella sua corsa verso un appiattimento culturale alla soglia più bassa, la world music è un segno di presenza confortante. Vista non in quanto serbatoio per un’asettica ricerca scientifica, né tantomeno quale territorio da saccheggiare per aggiungere esotici aromi a miscele sonore volute solo per ragioni di mercato, bensì come patchwork coloratissimo e “impuro” di tasselli viventi, che riutilizzano creativamente la miriade di impulsi e suggerimenti, di proposte culturali e semplici divertimenti, di delicatezze e passioni, che costituiscono il grande fermento di musiche tutt’altro che “fuori dalla storia”. Anzi, vicinissime all’oggi e alla sua voglia di panculturalismo trasversale. E di creazione di nuove, individuali, inimitabili, nostre “razionalità del cartografo”.
Lo dimostrano album come Keel Road del Danish String Quartet (ECM/Ducale), che costruisce un percorso musicale cameristico sulla base di canzoni popolari scandinave, inglesi, delle isole Faroe e celtiche, così come su composizioni del primo violino Rune Tonsgaard Sørensen. I quattro archi incontrano eroi di cento battaglie e marinai che conoscono terre desolate, contadini che vivono la loro esistenza di sofferenza e fatica e gente delle più varie condizioni, e li portano senza canti alla dimensione “alta”, ma non più “alta”, della musica colta.
Una forma di fusione che è sempre avvenuta ed è sempre stata amata dal pubblico fino alla metà del secolo scorso, quando la miopia intellettuale e la non volontà (dettata dal mercato in continua espansione) di valutare in maniera olistica la musica ha preso il sopravvento. I quattro danesi la attuano di nuovo in maniera elegante, convincente, aperta, offrendoci un disco cameristico di ottimo livello e di grande prospettiva.
Altrettanto sapiente è il percorso world-jazz intrapreso dal duo Lucian Ban/Mat Maneri. Il pianista rumeno e il violista americano si incontrano per la seconda volta dal vivo – dopo il Transylvanian Concert del 2011 – per elaborare il riuscito album Transylvanian Dance (ECM/Ducale), basato su canzoni e danze raccolte dal grande compositore classico Béla Bartók proprio nella terra del principe Dracula in persona.
Brani che elaborano con arrangiamenti «che ne catturano lo spirito ma ci consentono di improvvisare e portare il nostro mondo in loro. Se si approfondisce il materiale originale, si aprono nuove prospettive, perché queste canzoni popolari ci insegnano molte cose». Come volevasi dimostrare. E come si sviluppa un discorso che è dialogo e improvvisazione, urlo e carezza, sogno e concretezza, ricchezza melodica e lanci continui, “bellezza malinconica ed esuberanza ribelle” (come scrisse John Fordham del precedente live). Tra la distensione dell’uno e il graffio dell’altro, senza che i ruoli siano mai minimamente definiti.
E ancora Za Górami (ECM/Ducale), il disco più articolato della terna, firmato dalla cantante e violinista Alice Zawadzki, dal pianista Fred Thomas, impegnato anche alla batteria e alla medievale viella (un liuto che si suona con l’archetto), e dal contrabbassista Misha Mullov-Abbado, pluripremiato figlio di cotanti genitori. I tre si avventurano in un repertorio che ha come base brani tradizionali sefarditi, cui si sommano momenti latini come Suéltate Las Cintas dell’argentino Gustavo Santaolalla e Tonada De Luna Llena del venezuelano Simón Díaz, la rinascimentale “Je Suis Trop Jeunette”, la title-track polacca e la Gentle Lady di Thomas confezionata sul testo di James Joyce.
La combinazione di canzoni folk, musica da camera, improvvisazione e jazz acustico offre un esito in ogni istante sorprendente, capace di ipnotizzare con la sua alchimia unica. Da vari anni insieme sul palco, debuttano discograficamente in trio con un cd magnifico, pieno di una malinconia esistenziale profonda, di una saggezza costruttiva senza tempo, di uno stoicismo umano costruito sulla verità del vivere contemporaneo. Una discesa sconfortata verso il profondo dell’io e insieme verso la comunione triste con l’altro (che non sempre è un amico), non a caso chiusa dal lamento Arvoles Lloran Por Lluvias di un soldato in partenza che si lascia alle spalle la felicità.

Come avrete notato tutti e tre i lavori che vi segnaliamo sono firmati ECM – Edition of Contemporary Music, la prestigiosa etichetta tedesca di Manfred Eicher, che produce personalmente pressoché tutti i dischi che stampa. E che, dopo aver ricevuto i più prestigiosi premi internazionali, anche più di una volta, Grammy e Down Beat Poll compresi, dimostra, a 81 anni suonati, di possedere ancora il coraggio e la sensibilità per realizzare musica che sa acquisire la funzione di farci stare insieme, di farci “frequentare” persone diverse da noi solo esternamente, di divertirci anche senza l’impegno di una conoscenza approfondita. La funzione di produrre socialità e di attivarne un contesto d’uso piacevole e immediato, mai discriminante. Funzione che la musica di tradizione popolare, etnica e mondiale, specie quando attualizzata con il contributo di mille influssi e combinazioni, possiede fin nel proprio dna.







































