Anora
di Sean Baker
con Mikey Madison, Mark Eydelshteyn, Yuriy Borisov, Karren Karagulian, Ivy Wolk
Anora è una ballerina di lap dance. Sul palco tiene le distanze, nel retro si prostituisce. Però se la definisci prostituta si arrabbia, perché la vita è dura. Un giorno fa sesso con Ivan, giovane, squinternato, spesso strafatto. Ivan è entusiasta, la invita nella sua villa, è figlio di un oligarca russo, stramiliardario, stravede per Anora, la porta a Las Vegas e la sposa. Anora vede esaudire i suoi sogni. È sposata, stramiliardaria, chiude con la vitaccia di prima. Pretty Woman nell’enclave russa di Brooklyn. Sì? No. Nessun oligarca russo permetterebbe al figlio di sposare la prima che incontra senza stipulare documenti che mettano al riparo i soldi di famiglia. Arrivano i russi per annullare il matrimonio. Un consigliere, una forza d’intervento: legali, religiosi, i soliti tirapiedi scemi o sentimentali, la mamma dello sposo. Sono ovviamente tutti cialtroni, eccessivi, maneschi, anche molto, molto stupidi, da un certo di vista dovrebbero far ridere. E considerando i precedenti di Sean Baker (Tangerine, Un sogno chiamato Florida) dovrebbe essere una storia d’amore agrodolce in stile “indie” con un’apertura al caos alla maniera di Hellzapoppin. In realtà l’effetto ottenuto è in qualche modo simile all’ultimo Polanski, The Palace, quello sul Capodanno del 2000 con il millennium bug e tanti mafiosi russi stupidi. La differenza tra i due film è che quello di Polanski aveva una struttura verticale di citazioni da film del passato e Anora ha uno svolgimento orizzontale, dove dopo un po’ tutti strepitano e invochi qualche taglio di montaggio. La cosa che stupisce di più è che si sia portato via la Palma d’oro a Cannes. Mikey Madison era nella famiglia Manson in C’era una volta a Hollywood.






































