Il suo ultimo album era datato 2013: Antonio Lombardi, cantautore ligure attivo dagli anni Novanta, pensava di aver definitivamente chiuso la sua carriera con KMZero. Invece «questo “Spoon River” così personale e intimo, è salito su con un impeto irrefrenabile, come acqua fresca che buca la terra, che da fango pian piano diventa chiara, cristallina, o come diceva Franco Fortini, trasparente come l’alabastro». Un lavoro dunque alla Edgar Lee Masters che si intitola Canzone della Contea di Levante e che è uscito da poco per l’etichetta squi[libri], in concomitanza con l’omonimo primo romanzo di Lombardi.
In due formule artistiche differenti il cantautore racconta la storia della sua famiglia e della comunità cui appartiene, vissuta tra mare e collina nella lingua di territorio che si stende tra il Levante ligure e le Alpi Apuane. Si tratta di una conferma delle tematiche amate nel tempo dal Nostro, che, dopo il primo LP Cinque rose del 1996, ha raccontato di mare e terra con testi tratti dai romanzi di Maurizio Maggiani e dalle poesie di Bianca Gaffuri in Estrella del 2000, con i versi del poeta Paolo Bertolani in Raità, con le sue liriche intense in Seinàda de mae, realizzato nel 2005 in collaborazione con il chitarrista Armando Corsi (l’eccellente accompagnatore di Ivano Fossati, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Paco De Lucía e vari altri ci ha lasciato pochi giorni fa, r.i.p.), in L’uomo che ascolta le formiche e in KMZero, punteggiato dall’elettronica di Paolo Gaggero.
Canzone della Contea di Levante parte dal nome dato a quei luoghi da Mario Soldati, il grande scrittore e regista morto nel 1999 a Tellaro, pochi chilometri da Ameglia, dove è nato e vive Lombardi. E si sviluppa in dieci canzoni d’autore molto ben costruite, grazie al contributo di quattro collaboratori eccellenti, guidati dal polistrumentista – chitarre, basso, piano – Massimo Azzarini. Vanno citati per il perfetto amalgama e per le capacità coloristiche che sanno distribuire: Livio Bernardini a fisarmonica e harmonium indiano (un incrocio tra fisa e pianola), Egildo Simeone a percussioni, cori, flauti e chitarra battente e il sacerdote violoncellista Franco Pagano.
I brani sono dedicati – come le poesie dell’Antologia di Spoon River – ciascuno a un personaggio emblematico della Liguria orientale. Si inizia con Il cuoco di bordo, marinaio sui generis cui manca l’amore lontano alla quale dedica la lettera-canzone, sensibile e intensa, un po’ alla maniera del Gianmaria Testa pre-jazz. Poi Il messo comunale innamorato, ritratto del timido nonno del protagonista, una ballata ampia e ritmata, coinvolgente. Il figlio di Maddalena, che racconta della mamma del messo di cui sopra, che ha il solo desiderio di tornare a morire in Barbagia, dove nacque, scorre intima confessione, lenta, contrappuntata da una lontana vocalità femminile.
Olivo, con la sua giacca trapuntata di mille medagliette, è il protagonista de Il pozzo dello spiazzone, ritrovo di personaggi e rifugio sicuro per sfuggire a colpe e ingiurie, con un incedere spezzettato da vocalizzi ritmici e con un canto quasi declaratorio. Idilliaca e soft, con liriche aperture quasi corali Il contadino del mare precede Il prete di collina, dedicata a don Franco, zio del protagonista, una ballata che rotola rotonda come quelle di Pierangelo Bertoli. La casa dell’oratorio è quella dove vive il cantautore, che lì ci è nato e ne conosce tutti i fantasmi e i gatti, ed è una canzone lieve e in delicato crescendo alla Fabio Concato.
Il contadino de Il Cristo sul trattore è una classica ballata chitarristica, che ci parla del valore della terra, “questa terra avvicinarla/ poi mangiarla/ come un frutto già maturo/ come il seno di una donna/ questa terra mi consola/ è lei la sola, la sola e mia padrona”. Il testamento è una canzone che potrebbe essere uscita dalla chitarra del primo Fabrizio De Andrè, sia per il bellissimo testo che descrive “un infinito di poche cose”, sia per la musica tesa e piena di slanci. Infine Il cantore soggettivo è l’autoritratto conclusivo con cui Lombardi si inserisce di forza in questa carrellata su, come è stato scritto, «figure dimesse di una normalità che, lungi dal confinarsi nella banalità di tutti i giorni, hanno l’ambizione di stagliarsi come esemplari su un orizzonte molto più esteso, incarnando moti e aneliti universali».
Benché i richiami cui abbiamo fatto riferimento siano numerosi, il cd è personale e inquieto, appassionato e solidamente in possesso di quell’antica vocazione del canto a narrare degli uomini e delle loro vicende. Canzoni che sono ballate d’autore con qualche riferimento alla musica popolare ligure, alla melopea degli chansonnier francesi, ai canti di lavoro, ma soprattutto che sanno immergere chi ascolta in un microcosmo autentico come solo quelli che si portano appresso una lunga tradizione possono essere.
Antonio Lombardi e la sua Liguria di Levante
Ritorna a 11 anni di distanza dall’album precedente il cantautore di Ameglia, per raccontarci della gente e della vita nella sua terra bagnata dal mare e chiusa dalle Alpi Apuane.







































