Nel 2011 al Late Show With David Letterman la band Fountain of Youth si è presentata a suonare con un batterista composto e impegnato, con una giacca dai motivi elaborati, camicia e cravatta impeccabili e occhiali da sole avvolgenti e riflettenti. Il brano era Summer Nights, tratto dall’album del 1992 When It’s Haynes It Roars, e il batterista, alla sua ultima apparizione in pubblico era proprio l’86enne Roy Haynes, uno dei massimi drummer della storia del jazz.
La sua eleganza vistosa come sempre – nel 1960 era stato nominato uno degli uomini meglio vestiti d’America dalla rivista Esquire, a fianco di Fred Astaire, Cary Grant e Miles Davis – e il suo amore per le auto di lusso (gareggiava con Davis in Central Park ed entrambi prendevano multe salate per eccesso di velocità) facevano il pari con il suo stile batteristico, che non lo relegava mai al semplice accompagnamento. Lo ricordiamo così oggi, annunciando la sua morte, avvenuta martedì nella sua casa sulla costa meridionale di Long Island, vicino New York, a 99 anni, dopo una breve malattia.
Snap Crackle, com’era soprannominato negli anni 50 per la chiarezza stimolante del suo stile, che però aveva anche la forza propulsiva di un locomotore e la fluidità veemente di una cascata. Fu tra i primi batteristi jazz a liberarsi delle frasi metronomiche in quattro e otto battute, proponendo un uso espressivo del piede sinistro sul pedale del charleston e offrendo una libertà “di scopo” al rullante e alla grancassa, che suggerivano un sottofondo continuo spesso in contrasto con il ritmo dei piatti. Un modus operandi adottato ed evoluto da tutti i più grandi dello strumento che vennero dopo, da Tony Williams e Jack DeJohnette, entrambi nati negli anni 40, alla generazione che include suo nipote Marcus Gilmore, del 1986.

A partire dal bebop, Haynes è stato presente in ogni sviluppo importante del jazz moderno, grazie a una forza energetica che gli ha consentito negli anni di non modificare più di tanto il suo stile. In pochissimi hanno avuto come lui la possibilità di suonare con un numero così grande di leggende del jazz, dal mitico sassofonista dello swing Lester Young al chitarrista contemporaneo Pat Metheny, dalla cantante Sarah Vaughan ai miti del bebop, il sassofonista Charlie Parker e i pianisti Bud Powell e Thelonious Monk. E ha partecipato a decine di album, tra cui vari capolavori come Outward Bound (1960) di Eric Dolphy, Focus (1962) di Stan Getz e Now He Sings, Now He Sobs (1968) di Chick Corea.
Da apprezzare anche i suoi lavori come leader, tra cui We Three (1958) in trio con il pianista Phineas Newborn Jr. e il bassista Paul Chambers, Out Of The Afternoon (1962) con Roland Kirk alle ance, Tommy Flanagan al piano e Henry Grimes al basso e The Roy Haynes Trio (2000) con il pianista Danilo Pérez e il bassista John Patitucci. Ha proposto della funky-fusion nei seventies con l’Hip Ensemble e ha collaborato poi con talenti della penultima generazione di grandi jazzisti come il trombettista Roy Hargrove e il bassista Christian McBride. Nella prima decade del secolo ha formato i Fountain of Youth con musicisti giovanissimi e con loro ha inciso il suo ultimo album Roy-Alty, nel 2011.
Roy Owen Haynes nacque il 13 marzo 1925 a Boston, terzo dei quattro figli di una coppia originaria delle Barbados. Si avvicinò presto alla batteria, grazie a Herbert Wright, che viveva nella stessa strada ed era stato membro della band di James Reese Europe. Iniziò a lavorare da adolescente, avendo come riferimento Jo Jones, il batterista dell’orchestra di Count Basie, e ben presto arrivò a New York con la band di Luis Russell. Lì si ritrovò richiesto come turnista e divenne un frequentatore abituale delle numerosissime jam session, fu al fianco di Young dal 1947 al 1949 e poi entrò nel leggendario quartetto di Parker (1949-52), subito dopo un breve periodo nella primissima band di Davis.

Con Bird e poi con Monk e Powell, con il sassofonista Sonny Rollins, il bassista Charles Mingus e il trombettista Fats Navarro, elaborò le frenetiche innovazioni ritmiche del bebop diventando rapidamente “il” batterista con cui suonare. Ma Haynes dimostrò di essere anche un sensibile accompagnatore nei cinque anni a fianco di Vaughan (1953-58) e di sapersi evolvere nel post-bop sperimentale, verso un’astrazione non priva di forti slanci, perciò lo vollero con sé altri big come Corea, i sassofonisti John Coltrane (nel cui quartetto sostituiva Elvin Jones quando era indisponibile per la sua dipendenza dalla droga) e Jackie McLean, gli altri pianisti Andrew Hill e McCoy Tyner.
Meno invaghito dal jazz-rock degli anni 70, con l’Hip Ensemble partecipò alla sua evoluzione nella fusion, pur preferendo nelle band a suo nome di muoversi in ambito hard-bop e contemporary lavorando moltissimo dagli anni 90 ai primi Duemila, ottenendo vari riconoscimenti. Nel 1991 ha ricevuto la laurea honoris causa dal prestigioso Berklee College e nel 1995 il premio come Jazz Master del National Endowment for the Arts. Nel 1988 con la partecipazione a Blues For Coltrane di Tyner e nel 2000 per Like Minds, registrato con Metheny, Corea, il vibrafonista Gary Burton e il bassista Dave Holland, vinse due Grammy Award. Nel 2011 fu insignito del premio alla carriera dalla Recording Academy e nel 2019 dalla Jazz Foundation of America. Gli piaceva dire: «ho sempre voluto essere uno di quegli sconosciuti che sono più grandi di chiunque altro». Ci è riuscito.






































