Consideriamo due fatti. Il primo è che, inutile negarlo, non tutti i cd che poggiamo sul nostro lettore sono dei nuovi Kind Of Blue (solitamente neanche hanno la pretesa di esserlo). Il secondo è che, inutile negarlo, non tutti (o almeno non tanti) ascoltano un cd per intero, per più volte e con un adeguato livello d’attenzione. E vi proponiamo una considerazione e un consiglio. La considerazione è che tutti i “non-Kind Of Blue” sono sempre (o perlomeno quasi sempre) frutto di un grande sforzo artistico. Il conseguente consiglio è quello di considerare questo sforzo artistico in un’ottica di scambio: l’artista ci fa dono della sua arte, mentre l’ascoltatore, l’appassionato, lo ricambia con la propria attenzione. Non c’è niente di perverso: un artista e i suoi “n” ascoltatori sono gerarchicamente paritetici!
Parafrasando significa: prima di tutto ascoltare e capire, dopodiché dirigere la propria attenzione su ciò che si ritiene interessante e meritevole d’approfondimento. I cd che vi proponiamo, senza pretese di essere dei riferimenti assoluti, sono fatti proprio per questo. Noi l’abbiamo fatto prima di voi ed abbiamo costruito un elenco di lavori che dimostrano una volta di più come il jazz italiano sia di altissimo livello internazionale, sia quando a proporlo sono innovativi nuovi talenti sia quando ce lo offrano personaggi la cui qualità è consolidata da tempo e continua a esserlo. Vi spieghiamo perché in attesa che siate voi stessi a offrire loro ascolto e attenzione e a produrre una valutazione.

Francesco Venerucci – Daniele Defranchis

Partiamo da un musicista che si esprime in totale solitudine. Daniele Defranchis nel suo Raw Wood (Dodicilune/IRD) – un album dedicato “a tutte le anime coraggiose e solitarie” – suona chitarre, soprattutto la classica acustica, e percussioni, cui somma qua e là un sottofondo preprogrammato oppure dei misurati effetti elettronici. Il musicista milanese, che è passato dal rock-blues al jazz e ai concerti classici e che oggi vive e lavora in Cina, è al suo secondo cd da titolare, dopo The Source uscito nel Paese del Dragone nel 2018, e dimostra tutta l’abilità di un one man band che sa muoversi con sicurezza e dedizione alla sei corde in svariati territori, dall’ispanico al meditativo (tre le Meditation, tra loop di canto mistico ed effetti riverbero), dall’adrenalinico al melodico, dal gypsy al narrativo (la quasi western Ride), fino alle due conclusive Sundance dal lirico gusto orientale l’una e di squisita ritmicità folk l’altra, grazie a un virtuosismo straordinario e a una mise en place rigorosa (merito anche del produttore Maurizio Bizzochetti). La qualità della sua scrittura – tutti e nove i temi sono composti da Defranchis – e della sua interpretazione dimostrano talento e immaginazione, tanto da rendere questo disco originale ed emozionante. In breve, perfettamente riuscito.

Francesco Venerucci è un pianista e tastierista romano affermato come compositore di colonne sonore per il teatro, la danza e la televisione e di tre opere liriche, oltre che come jazzista di valore. Indian Summer (Alfa Music/Egea) è il quarto album jazz a suo nome, ma numerose altre registrazioni appaiono nel suo curriculum honoris. Sono con Venerucci il sassofonista argentino, ma romano di adozione, Javier Girotto, formidabile con il suo sound inconfondibile – cui ha fatto riferimento la scrittura e gli arrangiamenti di tutti i brani – sospeso tra il Gato Barbieri dei primi anni, per levigata creatività nel linguaggio e per arditezza nelle soluzioni armoniche, e le linee vellutate e cangianti à la Stan Getz, e l’eccellente coppia ritmica composta dal contrabbassista Jacopo Ferrazza e dal veterano Ettore Fioravanti alla batteria. L’andamento è decontratto, confortevole, da caminetto acceso, con momenti latini, swing, jazz valse, perfino citazioni dal compositore barocco Henry Purcell o brani che sono Just A Ballad. Il che, statene certi, non impedisce al cd di essere originale, immaginifico e pregnante dal primo al decimo e ultimo titolo. Quasi tutto in lentezza ma senza la minima lungaggine, con una musica morbida ma mai mielosa, Indian Summer è un eccellente album e Venerucci un musicista che va seguito da vicino.

Alessio Zoratto – Elly

È al suo debutto da leader invece Alessio Zoratto, che si avvale di un quartetto composto dal bravo vibrafonista Giovanni Perin, dal convincente chitarrista francese Manu Codjia e dall’affidabile batterista lussemburghese Paul Wiltgen, oltre che del sassofono di Girotto in due brani. Canvas Melodies (Per Chi Crea) fa immaginare delle opere pittoriche fin dal titolo – e dai titoli dei singoli brani e dalle opere visuali dell’artista digitale Giacomo Urban proposte sul booklet – e il giovane contrabbassista friulano, noto per essere nel quartetto di Glauco Venier, afferma proprio di aver «composto dieci brani che si ispirano a opere d’arte del secolo scorso e che hanno segnato alcuni momenti chiave della mia vita». Brani che si muovono nell’ambito di un contemporary jazz elegante, che sa combinare malizie melodiche (Two Lovers), illuminazioni policrome (Basquiat), contaminazioni con il rock (“This Is Not Jazz”) e la contemporanea (“For Guernica”), nitida agilità (Drippin’ Memories), improvvisazioni mai spericolate (Landscape). Queste “melodie di tela” mostrano il talento promettente di un musicista che si muove a suo agio nel dominio delle musiche improvvisate e dà prova nella scelta dei partner di un incontestabile acume.

Il compito più complesso tra quelli di tutti i musicisti presenti in questa segnalazione se lo assume Elly, alias Chiara Bertelli, che con il suo quarto cd propone A Tribute To Sheila Jordan, come recita il sottotitolo di I’ve Grown Accustomed To The Bass (Diffusione Arte). E lo fa in un duetto minimale con il contrabbasso di Pietro Ettore Gozzini, come una sorta di recital adatto ai piccoli teatri che punteggiano l’Italia, magari a cominciare dal magnifico, palladiano Teatro Olimpico di Vicenza. La cantante bresciana, che ha iniziato la carriera in ambito pop cantautorale nonostante una laurea in canto jazz al conservatorio, propone nove brani praticati spesso dalla splendida vocalist di Detroit (già con Charlie Parker, Lennie Tristano e Carla Bley, per citarne alcuni) e un lirico inedito a lei dedicato Sheila, scritto da Bertelli e dal giovane Scott Francis Pesenti. Detto che accostare voce e contrabbasso è complicato dalla differenza timbrica tra i due “strumenti” e dalla difficoltà di intonazione e che la Jordan (oggi 95nne) amava farlo a fianco di Harvie Swartz o Cameron Brown, Elly riesce a farci vivere l’ebbrezza del jazz, quella sensazione impalpabile, ma assolutamente percepibile che si avverte quando si propongono guardandosi negli occhi brani eccellenti di Parker, Hoagy Carmichael, Thelonious Monk, George Gershwin, Roberta Flack e della Jordan stessa.

Roberto Magris – Elisabetta Antonini e Alessandro Contini

I musicisti che hanno fatto la storia, conosciuti in tutto il mondo non solo dagli specialisti, non possono essere attratti dal denaro o dalla fama altrui, partecipano a opere non loro solo se convinti dell’effettiva importanza del progetto, se “credono” in ciò che viene proposto. In R(Evolution) (Musicvox), il nuovo album dei cantanti Elisabetta Antonini e Alessandro Contini, è determinante la presenza del norvegese Nils Petter Molvær, uno dei pochi che hanno cambiato l’approccio alla tromba dopo Miles Davis, facendola partecipe dell’avvento dell’elettronica nel jazz. Nel cd – quarto per Elisabetta e secondo per Alessandro, che comunque vantano entrambi una carriera artistica poliforme – la utilizzano tutti come tappeto di una ricerca che inizia dal jazz per attraversare rarefazioni nordiche e ambient imbevute di sussulti variegati e delle liriche del poeta inglese Michael Rosen. Molvær disegna grappoli di note piene di suggestioni, che il pianista Alessandro Gwis e il batterista Michele Rabbia immergono nelle coordinate del jazz europeo del futuro, quello avulso da inutili e glaciali sperimentazioni, quello che si nutre di file ma vuole umanizzarsi, ispirato qui da Fela Kuti, Sebastiao Salgado, Dino Buzzati, Pina Bausch, Charles Bukowski e David Sylvian, che firma l’unica cover, la magnifica Nostalgia.

L’album numero nonsoquanto del pianista triestino Roberto Magris ricostituisce (in parte) il suo gruppo europeo di vent’anni fa – con cui incise Check-In e Il bello del jazz nel 2005/6 – denominato Europlane. In Freedom Is Peace (JMood) riecco il bassista tedesco Rudi Engel e il sassofonista ungherese Tony Lakatos, cui si aggiungono il trombettista slovacco Lukáš Oravec, il batterista sloveno Gašper Bertoncelj e l’altro sassofonista, l’austriaco Florian Bramböck. Musicista coerente e organizzato, Magris ci riporta al jazz che più jazz non si può, frequenta lo straight-ahead e l’hard-bop (gli stili più ortodossi, amatissimi dagli americani: l’etichetta del cd ha sede a Kansas City e il Nostro ne è il direttore musicale), ma ne supera con personalità i confini ormai angusti, sia nella progettualità degli ottimi inediti, compone 5 track su otto, sia nell’intelligente e particolare scelta delle cover, firmate dall’israeliano Boaz Sharabi, dal sudafricano Hotep Idris Galeta e dall’americano Andrew Hill (il suggestivo standard Laverne). I ritmi spingono, i solisti si avvicendano (ottimo al solito Lakatos), le melodie scorrono, anche perché tutto il lavoro è stato registrato dal vivo durante uno degli eventi organizzati dalla cittadina termale austriaca di Bad Ischl in qualità di “capitale europea della cultura 2024”.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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