Per continuare dal sottotitolo, ecco la risposta: “chissene!!!” L’importante è che gli artisti, in questo caso il trio allargato a quintetto di Rory More, il corposo ensemble messo in campo da Florian Weber (e dal suo megaproduttore Manfred Eicher, va aggiunto) e l’ensemble anglo-italiano di Jon Speedy, ci facciano ascoltare della musica di volta in volta emozionante, eccitante, ricercata, profonda, fascinosa. Ci accontentiamo di questo e lasciamo le dissertazioni su generi e appartenenze ad altri recensori. A noi interessa goderci della buona musica e stop.

Les Hommes
Sì, così (Sudden Hunger)
Voto: 8
Sono in pochi coloro che, nelle riviste e nei siti jazz “ortodossi”, si sono occupati e si occuperanno di questo trio con base a Londra. Eppure questo lavoro e, per certi versi, anche i precedenti dei Les Hommes hanno molto di jazzistico e di parajazzistico. Non per nulla chi ha una mente più aperta li ricorda tra i fondatori della scena jazz exotica e lounge jazz inglese di fine anni Novanta.
Oggi il combo guidato dall’organista e pianista (usa strumenti vintage) Rory More, che compone tutti i brani, e completato dal batterista romano Vladimiro Carboni e dal percussionista Tarek Abou-Chanab, con Sì, così, quarto album, vira decisamente verso un periodo sonoro influenzato non poco dalla musica afroamericana, quello delle colonne sonore italiane degli anni 60 e 70. Delle riuscite soundtrack firmate da Armando Trovajoli, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Carlo Rustichelli, che combinavano il jazz con la musica di sonorizzazione, le orchestrazioni ampie con gli assolo, le tensioni del ritmo con le descrizioni ambientali, More e i suoi – cui vanno aggiunti l’enciclopedico bassista Gary Crockett e il sinuoso fiatista Ross Hughes – offrono una riformulazione attuale e rinnovata.
La loro è una proposta insieme elegante e ipnotica, lenta e insinuante, che sviluppa la spazialità profonda dell’organo, il funk velato del piano elettrico, il groove rallentato delle percussioni, il pulsare solido del basso elettrico. Le sonorità seguono orbite completamente diverse da quelle abituali del jazz mainstream e contemporaneamente in una parte determinante da quelle orbite sono dipartite per incontrare la lounge, l’exotica e soprattutto quel sound che gli inglesi chiamano cinematronico (un riferimento diretto è Mirage, proposta in due versioni, che fa il verso a Roy Budd, uno dei maggiori compositori di soundtrack inglesi, che certo conosceva bene i nostri citati sopra).
Insomma si può affermare che Les Hommes stanno evolvendo verso un pregiato mix tra Jazzanova e Cinematic Orchestra. Lo confermano brani quali il singolo Sonorissima Bay, ritmicamente ripetitivo e dalle ricche fluttuazioni dell’organo, The Hip Heart (così come Waltz-a-Scope e diversi altri), che sembra uscito direttamente da una library di suoni jazz oriented anni 70 da utilizzare per nuove sonorizzazioni, e Veronique, spirituale e volatile con un ottimo assolo del sax tenore di Hughes.

Florian Weber
Imaginary Circle (ECM/Ducale)
Voto: 8/9
Florian Weber è tra i pianisti del nord Europa che si situano sulla “linea dell’E.S.T.”, di svenssoniana memoria, con uno stile epurato e sottile, dai tratti spaziosi in cui il silenzio gioca un ruolo fondamentale. Da tempo si è affermato non solo come il migliore pianista jazz tedesco, ma come un’autentica star mondiale, collaboratore di big del calibro di Tomasz Stanko, Michael Brecker, Lee Konitz, Pat Metheny e Albert Mangelsdorff, pluripremiato protagonista di pregevoli album, fin dal debutto a suo nome Minsarah del 2006.
Oggi, ma la registrazione è del luglio 2022 alla Sendesaal di Brema (unica sala da concerti che afferisce a una clinica per la riabilitazione e sede di ricerca sulla musicoterapia), Weber presenta il suo lato di compositore e arrangiatore per grandi ensemble, altrettanto stimato ed eseguito da varie Radio Big Band – in particolare quella di Amburgo, di cui è membro – così come dalla Scottish National Jazz Orchestra e da vari altri ensemble. E si confronta con
la musica classica in prima persona, come ha fatto spesso in qualità di concertista. Il suo “cerchio immaginario” è una sinfonia divisa in quattro suite con un preludio e un epilogo, scritta per pianoforte, ensemble di ottoni bassi (gli eufonî del quartetto francese Quatuor Opus 333, quattro tromboni e la tuba o il serpentone di Michel Godard) e flauto (affidato ad Anna-Lena Schnabel, del cui quartetto jazz Weber fa parte).
Weber sviluppa una composizione ispirata al rituale della messa, togliendole quanto di dogmatico e trionfalistico propongono le partiture liturgiche, ma facendo riferimento alla musica religiosa scritta tra il XII e il XVI secolo, ai madrigali di Gesualdo da Venosa e Orlando di Lasso, alle strutture polifoniche rinascimentali, così come all’improvvisazione del jazz. Il sound è a volte minimale, il piano solitario appare non di rado così come in duo con la tuba o con il flauto, altre piuttosto complesso, quando l’intreccio dei fiati costruisce un rapporto con gli altri musicisti “prismatico”, cioè di un diamante le cui sfaccettature generano lampi di colori diversi. Il riferimento jazzistico più prossimo, dal punto di vista della strumentazione, è la Stan Kenton Orchestra del periodo “roboante”, ma qui il suono privilegia la nozione di profondità a quella di trasporto, così come quella di spazio a quella di tempo, trovando variazioni coloristiche molto attuali e situazioni armonicamente complesse e urgenti.

The Boom Yeh
Near-Earth Objects (Cosmosium)
Voto: 8
Terzo album (non considerando il Live In Session del 2014, offerto in download gratuito) per il gruppo assemblato dal chitarrista Jon Speedy con una coppia ritmica italiana – Matteo Grassi al basso e Alessio Barelli alla batteria, cui si somma il percussionista Jimmy Norden – e tre fiati, guidati dal sassofonista Ian Bailey al tenore, al flauto e al corno e completati dall’altro saxman Paul Silver al baritono e alle tastiere e dal trombonista Tom White. Nessuna variazione rispetto al loro singolo del 2021 Hot Tamale, qui ripreso con la sua vena rock e l’assolo del leader con il pedale wah wah in evidenza. Tutti vantano una militanza in ambito acid jazz, in formazioni come Jamiroquai, Brand New Heavies, Heritage Orchestra oppure quelle di Alice Russell e Leroy Hutson, il che ne dimostra la duttilità espressiva e la grande abilità strumentale (moltissimi i loro live, spesso sold out, nei migliori club inglesi).
I Near-Earth Objects, o più semplicemente NEO, sono asteroidi e/o comete che passano vicino all’orbita terrestre (astronomicamente “vicino” sta per circa 45 milioni di chilometri), generalmente a causa di perturbazioni gravitazionali subite da pianeti vicini,
che ne mutano il movimento indirizzandolo verso il nostro. Gli “oggetti perturbati” dei The Boom Yeh sono brani che attraversano tutti i groove più potenti ed effervescenti dell’ondata funk-jazz londinese di inizio secolo, passando dal funk-rock al soul jazz, dall’afrobeat alla fusion più estrema.
L’iniziale Keep Right On e Othership strizzano l’occhio alla fusion funky delle band allargate alla maniera dei Tower of Power, portando alla ribalta nell’una l’ottimo trombonista, già ascoltato con gli Incognito e perfino con la regina della disco Gloria Gaynor, e nell’altra il fratello del boss, Dave Speedy, trombettista ospite. Più smooth è Chronic Tonic, con qualche venatura psichedelica e boogie, mentre Pocket Rocket corre sul filo dell’ambiguità alla maniera del funk alla George Clinton, corroborato dagli assolo del baritono e dell’altro ospite Carl Hudson al sintetizzatore. La presenza di Hudson è determinante anche nel frizzante Mind’s Eye, che ricorda certo chill out elegante e che scivola via come sabbia tra le dita. La title track è il brano più decisamente jazz, un jazz alla maniera del Miles Davis di On The Corner, con l’attenzione riposizionata sul funk duro. Chiude Possibilities, dal sapore cinematico, il cui titolo ci ricorda che, come dice Speedy, «il concetto alla base di questo album era quello di creare un gruppo di strumentali concisi (il cd dura 30 minuti appena, ndr.), in contrapposizione alle lunghe composizioni che abbiamo esplorato in precedenza. Si tratta di una piccola finestra sui nostri live set, che elimina tutti gli eccessi e arriva ai fondamenti dei brani. Quando li eseguiamo dal vivo, questo ci dà la libertà di improvvisare, ampliando le aspettative dell’ascoltatore, dandogli ogni volta qualcosa di fresco e nuovo.»







































