Una delle etichette internazionali più importanti, la Edition of Contemporary Music, nota in tutto il mondo con l’acronimo ECM, ha fondato la sua attività seguendo il claim iniziale: «la più bella musica dopo il silenzio». Opere di jazz, di musica contemporanea e di musica classica ne costituiscono il repertorio, che consta ormai di più di 1800 album, che rappresentano uno spicchio determinante nel panorama delle migliori proposte di ascolto possibili dal 1969 a oggi. Eppure da allora il boss, nonché produttore musicale di tutti i lavori dell’etichetta, Manfred Eicher, ha mantenuto una sua predilezione particolare – inevitabile ascoltata la parola d’ordine di cui sopra – per i lavori realizzati in solitudine, da un unico solista capace di sviluppare un discorso lirico ed emozionale talmente personale da non ricorrere ad alcun aiuto esterno. Predilezione che in queste settimane ha visto come esiti i tre lavori di cui andiamo a parlarvi, firmati da musicisti d’eccezione come Stephan Micus, Arild Andersen e Anja Lechner.

Arild Andersen – foto di Chris Tibble

Arild Andersen
Landloper (ECM/Ducale)
Voto: 8/9

8 novembre 1972, studio Arve Bendiksen, a Oslo. Jan Garbarek, Arild Andersen ed Edvard Vesala sono in procinto di registrare uno album straordinario. È da quelle registrazioni infatti che sarebbe nato Tryptikon, uno dei capolavori assoluti della storia del jazz europeo, testimonianza di come non ci fosse affatto bisogno di prendere a modello il jazz afroamericano di allora, copiarlo e riproporlo, perché in Norvegia e nei Paesi limitrofi era già in atto un Rinascimento culturale che avrebbe portato il jazz scandinavo a essere nettamente in anticipo sui suoi tempi. Oggi – dopo aver partecipato a momenti determinanti del jazz europeo – il contrabbassista, che ha da poco iniziato i mesi del suo ottantesimo anno di età, propone un nuovo album in cui confronta, per la prima volta in totale solitudine, il suo strumento con l’elettronica da lui stesso elaborata e suonata, muovendosi ancora sulla scia di quel capolavoro seminale, con un’eloquenza sicura, un tratto distintivo nitido e deciso, una musica dal fascino assoluto, che necessita attenzione e rispetto.
Landloper, che indica “chi dà in affitto terreni agricoli”, è la registrazione di una performance dal vivo del 2020 di Andersen al Victoria Nasjonal Jazzscene, un raffinato club di Oslo da 220 posti, dove si esibiscono jazzisti locali e internazionali. La proposta attraversa alcuni dei temi portanti del suo jazz, alternando suoi originali (Dreamhorse, Mira, la title-track), un brano tradizionale norvegese (Old Stev), un paio di standard jazz, il romantico A Nightingale Sang In Berkeley Square e il combattivo Song For Che di Charlie Haden, e alcuni “classici” del free jazz (Peace Universal del batterista Bob Moses – con lui e il chitarrista sloveno Samo Salamon Andersen ha registrato il suo precedente cd Pure And Simple -,Ghosts di Albert Ayler e Lonely Woman di Ornette Coleman). Su tutto aleggia una nuova luce, crepuscolare, introspettiva, che induce alla meditazione e alla ricerca del sé profondo.

Stephan Micus – foto di Simon Broughton

Stephan Micus
To The Rising Moon (ECM/Ducale)
Voto: 8

È il solista per eccellenza. Ventisei lavori per la ECM e non un momento di stanca. Questa dedica “alla luna nascente” è l’ennesimo viaggio condotto dal polistrumentista Stephan Micus, che anche qui – come in molti lavori passati – si concede vorticose sovraincisioni dei più disparati strumenti a corde, provenienti da Colombia, India, Xinjiang (Cina), Baviera, Cambogia, Egitto e Borneo, spesso suonati con l’archetto, e soprattutto con il pizzicato tiple colombiano, leggermente più piccolo di una chitarra acustica, cui si somma anche la voce (in In Your Eyes e in Embracing Mysteries, mentre diventa coro in Waiting For The Nightingale). Eppure il lavoro non conosce artificialità, anzi: il disco è intriso di pathos come i migliori lavori di Jan Garbarek, anche se la visione etnica è in questo caso predominante pur nel suo combinarsi con l’incedere e il sentire di quella musica strumentale che ancora una decina di anni fa veniva definita new age.
Micus, novello Bruce Chatwin con le note, è l’emblema della world music condotta con intelligenza e rispetto da un musicista dalle capacità straordinarie e dalla vena creativa inesauribile. Il musicista di Stoccarda interpreta il tema del rapporto tra suoni e sentire, tra note e bellezza, tra espressività e interiorità. Sopra l’incantesimo nato dall’incontro tra acqua e fuoco, al di là dei venti e della nostra curiosità, nell’intimità celeste e infinita delle cose, ai cui piedi introvabili stanno le pignatte piene d’oro degli gnomi, ecco la musica che intreccia il suo viaggio in atmosfere meditative e rarefatte e che abbraccia i misteri delle melodie spirituali ed eteree. Una musica che possiede il chiarore sfolgorante di ciò che non si può scomporre né studiare e che attira lunghe file di uccelli in volo. Una musica, una parabola. Per trascendere la finitezza e dare slancio alle nostre emozioni.

Anja Lechner – foto di Martin Hangen

Anja Lechner
Bach/Abel/Hume (ECM/Ducale)
Voto: 9

Non preoccupatevi, è proprio musica classica. Anzi musica barocca, scritta tra l’inizio dei Seicento e la prima metà del Sette, ma talmente appassionante, ricca e avvincente da suonare attualissima e viva, per certi versi persino sobria, tanto è diretta nel colpire l’essenza di chi ascolta. Protagonista una delle più grandi violoncelliste mondiali, la tedesca Anja Lechner, che ha il pregio e la personalità per attraversare i territori vasti del jazz (in duo con Dino Saluzzi, Vassilis Tsabropoulos o Pablo Márquez) e della contemporanea (citiamo ad esempio i meravigliosi Quartetti per archi di Tigran Mansurian che ha registrato con il suo Rosamunde Quartet), oltre a quelli classici, anche con il Quartetto Tarkovskij. In questo album, che porta nel titolo i nomi dei compositori da cui prende i brani proposti, sceglie innanzitutto le prime due delle sei suite scritte da Johannes Sebastian Bach nel 1720, dei monumenti immortali nella letteratura per lo strumento solista. E le contorna prima e dopo da otto composizioni di Tobias Hume per viola da gamba (lo strumento di cui il violoncello è l’evoluzione) e da un arpeggio e un adagio di Carl Friedrich Hume, scritte per il fratello Christian Ferdinand, violoncellista e “gambista” nell’orchestra della corte di Köthen, diretta proprio da Bach.
Lechner possiede un’espressività impressionante, che, pur essendo molto rispettosa e attenta nella forma a quanto espone, riesce da un lato a far intravvedere le sue culture diversificate, quasi fosse “una mediatrice tra secoli e stili” (come è stata definita), dall’altro a far emergere la sua capacità impressionante di lasciare l’ascoltatore come immerso in un tappeto sonoro che sembra prodotto da un gruppo di archi insieme, da due o tre personalità in sintonia tra commozione, lievità, intensità. Un debutto da solista profondamente toccante.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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