Petra lavica di Kaballà è un disco che ha fatto storia. Ecco perché viene ripubblicato 33 anni dopo la pubblicazione originale. Ha fatto storia, ed evidentemente interessa ancora molto, tanto è vero che il posto scelto per presentarlo, Cas’a Cascina Sant’Alberto, è risultato essere troppo piccolo per accogliere le tante persone intervenute: oltre a numerosi giornalisti, c’erano tanti “addetti ai lavori” che hanno contribuito a rendere grande la discografia italiana, nei decenni in cui la discografia era una cosa seria.
Primo fra tutti, Stefano Senardi, non a caso seduto a fianco di Kaballà: fu lui che, con coraggio e un pizzico di incoscienza, decise di pubblicare questo piccolo capolavoro. Un album che all’epoca in realtà non vendette moltissimo, nonostante i tanti apprezzamenti ricevuti – comunque vendette più dei dischi che oggi vanno primi in classifica, e che di sicuro non fra 33 anni, ma fra un anno nessuno ricorderà.
Petra lavica, invece, continua ad avere estimatori: il regista Luca Barbareschi, per esempio, ha inserito ben 4 brani (Petra lavica, Quanto ci voli, Fin’a dumani e Sutta lu mari) nel suo ultimo film, Paradiso in vendita, presentato alla Festa del cinema di Roma.

Pubblicato nel 1991, Petra lavica è stato una sorta di scommessa: cantato interamente in siciliano, non era però un album folk, ma un audace mix di rock, sound mediterraneo e pop internazionale. All’epoca fu definito «un viaggio musicale dove Milano dialoga con Catania passando da Algeri per arrivare a Dublino fra affascinanti panorami mediterranei, tutto azzurro e rosso fuoco, e mari tempestosi di schiuma e onde sotto il cielo nuvoloso d’Irlanda».
Alla sua realizzazione, hanno contribuito in tanti. La scintilla scaturì alla fine degli anni ’80 dall’incontro tra colui che ancora di chiamava Pippo Rinaldi, musicista catanese trasferitosi a Milano in cerca di uno sbocco, e Gianni De Berardinis.
Racconta Pippo Kaballà: «Gianni aveva un brillante passato da conduttore musicale televisivo approdato con successo all’amore della sua vita, la radio: aveva una profonda cultura musicale e un grande talento chitarristi, il bellissimo “solo” di Petra lavica è opera sua».
Il loro incontro fu fulminante: «condividevamo la stessa visione della musica di cui fin da ragazzi ci eravamo nutriti voracemente, nella nostra quotidiana frequentazione prestavamo orecchio e attenzione a tutte le novità della musica italiana e internazionale, ne subivamo il fascino e ne traevamo stimoli, scrivevamo e sperimentavamo».
Altro incontro fondamentale fu quello con Massimo Bubola, che aveva già collaborato con Fabrizio De André: «Massimo si appassionò al progetto che doveva arricchirsi di nuove canzoni accanto al brano pilota, Petra lavica appunto, nato su un volo che da Milano mi riportava a Catania. Fu lui ad inventare l’esotico nome d’arte che tuttora mi porto addosso: affidandoci alla cabala, la simbologia dei sogni che si avverano attraverso i numeri, li giocammo tutti sulla ruota del destino, e nacque Kaballà».
In quegli anni si stavano facendo i primi esperimenti di usare i vari dialetti affiancandoli ai suoni rock e d’altro genere. Creusa de ma di De Andrè e Mauro Pagani aveva fatto da apripista. Ma c’erano anche i sardi Tazenda, i pugliesi Sud Sound System, i veneti Pitura Freska, i piemontesi Mau Mau, i siciliani Kunsertu con il loro arabo-siculo.
«Per giungere a destinazione nella terra musicale immaginata da me e i miei compagni occorreva un equipaggio di prim’ordine, che arrivo!».
Tra i primi a credere nel progetto furono Antonio Marrapodi e Paolo Corsi, rispettivamente amministratore delegato e direttore artistico delle edizioni musicali della Emi. Proposero quel progetto a Stefano Senardi, allora direttore generale della Cgd/Warner, che si buttò a capofitto nella sua realizzazione.
A De Berardinis e Bubola, che lo produssero artisticamente, fu affiancato come supervisore e arrangiatore il maestro Lucio “violino” Fabbri, che ingaggiò musicisti di altissimo livello, da Mauro Pagani a Walter Calloni, da Paolo Costa a Fabrizio Consoli, Mark Harris, Amedeo Bianchi, Demo Morselli e altri ancora. Il mixaggio fu fatto nel mitico studio Metropolis da Alberto “schizzo” Bonardi.

Anche il video di Petra lavica fu una novità assoluta per i tempi. Racconta Kaballà: «Un cortometraggio davvero emozionante girato il 16mm dal visionario regista Daniele Pignatelli e prodotto da quello che di lì a poco sarebbe diventato l’astro nascente di tutti i più grandi eventi del mondo, Marco Balich. Il piccolo film era ambientato a Portogallo di Capo Passero nell’estrema punta della Sicilia, dove per una casualità del tutto fortuita il mite e caldo clima dell’isola fu stravolto da un episodio di maltempo estremo che non si vedeva da anni, con mare forza 7 e cieli nuvolosi, che però non scoraggiò la troupe e il regista che, facendo di necessità virtù, trasformarono quel lembo di Sicilia in un pezzo d’Irlanda».
Stefano Senardi, con la complicità di un altro dirigente della Cgd/Warner, Tino Silvestri, riuscì a convincere Alex Peroni di Radio 105 (all’epoca unica emittente nazionale) a far diventare Petra lavica “disco lancio” della settimana, regalandogli così una grande visibilità. Anche i live che seguirono furono intensi e pieni di energia, e il progetto incuriosì persino le tv.

Tuttavia i risultati in termini di copie vendute non furono esaltanti (anche se parecchio superiori al niente che si vende oggi). Eppure, come dicevamo, quel disco ha fatto epoca ed è considerato una pietra miliare.
Dopo aver pubblicato altri 3 album, tutti molto apprezzati dalla critica, Kaballà si è messo a scrivere canzoni per altri: a tutt’oggi ne ha pubblicate circa 450, incise e spesso portate al successo da personaggi come Eros Ramazzotti, Mario Venuti, Anna Ora, Antonella Ruggiero, Baustelle, Irene Grandi, Nina Zilli, Alex Britti, Ron, Andrea Bocelli, Placido Domingo. Ha firmato anche numerose colonne sonore: Brucia la terra, per esempio, composta sulle musiche di Nino Rota, è stata usata da Francis Ford Coppola per Il Padrino III.
«La voglia di rimettermi un gioco con un nuovo lavoro tutto mio» dice Kaballà, «è rimasta sempre in bilico, complice i tempi che hanno radicalmente cambiato il mondo della canzone italiana. Ma nella vita capitano eventi che mutano le prospettive! A Cagliari, in una delle ultime edizioni del prestigioso “Premio Andrea Parodi”, il casuale incontro con Rodolfo “Foffo” Bianchi, storico produttore e ingegnere del suono, ha deviato il mio percorso».
Poi aggiunge: «Quando il comune amico Duccio Pasqua ci presentò, Bianchi disse: “Certo che so chi sei. Nel ’91 hai fatto un vinile che ho a casa ed è un capolavoro, con un suono tuttora bellissimo, attuale e unico, che meriterebbe di essere ripubblicato… Per me fu un’emozione, una folgorazione».
Ed è in seguito a quell’incontro e quelle parole che Kaballà ha deciso di riportare alla luce Petra lavica: «Paolo Corsi, l’amico di sempre colui che ha creduto in me sin dal primo momento, ha supervisionato il progetto; Mario Cianchi, con la sua energia, lo ha coordinato; e non poteva mancare l’amico di mille avvenute artistiche: da Catania, con furore, Nuccio La Ferlita, che ne ha curato la produzione esecutiva». Il disco è stato rimasterizzato da Tommaso Bianchi, figlio di Foffo, il quale ha supervisionato tutto il lavoro mettendoci tutta la sua esperienza, maestria e professionalità.
Insomma, 33 anni dopo la prima pubblicazione, Petra lavica è nuovamente disponibile, in digitale e in vinile giallo a tiratura limitata. Il consiglio, rivolto soprattutto ai più giovani, è di ascoltarlo. Potreste rendervi conto che decine di anni fa si incidevano dischi destinati a rimanere nel tempo.







































