«Mi considero assolutamente un musicista di jazz. Si suona jazz solo quando è una questione di vita o di morte. È in ogni situazione per questo che sono un musicista di jazz. Il mio è jazz per l’attacco, per la maniera in cui affronto i tocchi, per la carica che metto in ognuno di essi. Ma quello che è fondamentale è che, se si tratta di una questione di vita o di morte, ognuno suona in maniera differente.» E Keith Jarrett, che diceva queste parole a un giornalista di Jazzman nel 2005 suonava vero, autentico, profondo, seminale jazz. Tanto che è universalmente considerato il più grande jazzista vivente.
Purtroppo non può più suonare, come aveva annunciato nel 2020, durante una delle sue rarissime interviste, rilasciata stavolta al New York Times. «Non so quale futuro mi attende, in questo momento non mi sento un pianista: è tutto quello che posso dire.» Vittima di un doppio ictus, a febbraio e maggio 2018, Jarrett non si è ripreso. «Il mio lato sinistro è ancora parzialmente paralizzato. Provo a camminare un poco con il bastone ma non riesco a girare per casa. Provo a suonare con la mano destra, ma non mi convince. Anche in sogno sono incasinato come nella vita reale. Non riesco più a suonare neppure durante i sogni.»
Suonava magnificamente, e non solo jazz, il 79enne pianista di Allentown, in Pennsylvania.
Lo dimostrò come un fulmine inatteso nel cielo del jazz il capolavoro Facing You, registrato nel 1970 e considerato una pietra miliare del pianismo del XX secolo. Lo dimostra oggi The Old Country, che offre la parte mancante della registrazione dello show in trio tenuto il 16 settembre 1992 nel club Deer Head Inn, il più antico dove ancora si suona jazz, situato in un romantico hotel in legno del 1840 ai margini di un parco nazionale Delaware Water Gap, in Pennsylvania, (la prima parte, At The Deer Head Inn, era apparsa trent’anni fa).
Anche autore di musica contemporanea ed esecutore pignolo di brani classici, Jarrett è un aristocratico della tastiera, il cui tocco raffinatissimo unisce un flusso ritmico-melodico senza fine a eleganti ballad, situazioni ruvide al limite del free a momenti quasi solenni, giochi in punta d’invenzione a malinconie profonde. The Old Country (ECM/Ducale) lo vede in compagnia di una ritmica d’eccezione, formata dal partner abituale del suo Standards Trio, il formidabile contrabbassista Gary Peacock, che ci ha lasciato nel settembre del 2020, e il raffinato batterista Paul Motian, anche lui deceduto nel novembre 2011, già con Jarrett nel suo quartetto “americano” della prima metà degli anni 70, chiamato per quella sola occasione a sostituire Jack De Johnette. Va ricordato che i due ritmi avevano già accompagnato insieme per alcuni anni dei primi sixties il grande pianista canadese Paul Bley e nel 1963 il sommo Bill Evans nell’album Trio 1964.

Non lontano da casa sua, il Deer Head Inn fu il primo jazz club che lo ingaggiò appena sedicenne a suonare in trio, ma dove si esibiva spesso anche alla batteria accompagnando il pianista “residente” Johnny Coates e dove Stan Getz, ascoltandolo suonare la chitarra, gli offrì un lavoro come chitarrista. Jarrett, in occasione del passaggio di proprietà del locale, accettò di partecipare alla festa organizzata per beneficenza e propose una carrellata di standard della musica americana e del jazz, rivisti con un incedere ora contrappuntistico e circolare, ora intimistico e descrittivo, ora “fugato” e swingante, vivificando bebop e contemporary con frammenti blues e romantici.
Everything I Love, il classico di Cole Porter, diventa un vortice swing dall’andamento mirabile, Straight No Chaser di Thelonious Monk è una rivisitazione dell’improvvisazione bebop fatta di fraseggi succinti dal groove intenso, mentre Keith si accompagna anche con la voce, All Of You, ancora di Porter, ci mostra le solide radici evansiane di Jarrett, la title-track del trombettista Nat Adderley diventa un blues volatile e la conclusiva How Long Has This Been Going On parte interiore e pensosa per crescere come un’onda emotiva e appassionata. Questi e gli altri tre brani suonano secondo il solito progetto jarrettiano: «più strade conosci, più è difficile sapere dove vuoi andare». E, come scriveva allora il Nostro nelle note di copertina qui riprese, «questo nastro ci può far ascoltare cos’è il jazz».






































