Piombano contemporaneamente sul nostro impianto stereo due album di pregio, capaci di interpretare, ciascuno alla sua maniera, le possibilità espressive del più “classico” pianismo jazz. Quello che il solista della tastiera acustica offre in compagnia dei due ritmi più usuali, ovvero il contrabbasso e la batteria. I lavori che stiamo per presentarvi appartengono a due filoni jazzistici che fra loro sono “cugini”, un po’ come noi e i francesi, i nostri cugini d’Oltralpe. Da un lato Francesco Scaramuzzino affronta l’idea del racconto, della narrazione tramite le note, delle storie che la musica lascia immaginare. Dall’altro Colin Vallon si cimenta invece in un lirismo poetico, che sa passare dalla malinconia piena alla gioia sommessa. Il loro “fare letteratura con le note” più che un confronto aperto è una possibile simbiosi. Un doppio ascolto integrato che ci ricorda il “dogma” che Eufemia Scannapieco nel suo volume Content Marketing ricorda a chiunque scriva, ovvero che «l’aggettivo (leggasi “il sound poetico di Vallon”) deve essere l’amante del sostantivo (leggasi “l’andamento prosaico di Scaramuzzino”) e non già la moglie legittima, perché fra le parole (leggasi “le note che si fanno verbo”) vogliono legami passeggeri non matrimoni».

Colin Vallon
Samares (ECM/Ducale)
Voto: 8
Il pianista di Losanna è sbocciato ed è ricercato soprattutto per le sue prestazioni in trio. Non che le altre uscite, sia come compositore di sonorizzazioni, in particolare per il balletto e i documentari, sia come membro di formazioni rock psichedeliche (gli Ocre), minimaliste e improvvisative (i Coriolis), sia come titolare di un quintetto con il bravo trombettista francese Erik Truffaz, oltre che come partner di Nicolas Masson e di Elina Duni, abbiano avuto meno spessore, ma di sicuro sono state meno aderenti alle sue corde.
Non per nulla questo Samares è il suo sesto album in trio e conferma il giudizio ripetuto finora: Colin Vallon mostra ogni volta il lirismo della malinconia e l’essenza del suo diventare musica emotiva, ipnotica, struggente. Le sue melodie sono soffici come nuvole mosse da una brezza appena accennata, sono sempre venate da sottili e spesso inattese variazioni, sono elaborate su progressioni costruite su triadi minori di piano e una ritmica quasi pudica.
L’incedere elementare e intenso di Racine apre le porte all’estasi e al canto di Mars, mentre la gioia timorosa di Lou (dedicata all’ultimo nato di casa Vallon) si rilascia e si trattiene per poi decollare nei ritmi di Ronce, scanditi dalla batteria di Julian Sartorius e frenati da un piano pensoso e fragile. Étincelle è un balletto sinuoso condotto dal contrabbassista Patrice Moret, Timo (che porta il nome dell’altro figlio del pianista) è più solida e ferma, quasi terrigna, la title-track è un’ariosa melodia evansiana, Souch è cristallina e insieme nebbiosa grazie alle dissonanze del pianoforte preparato, la conclusiva Brin è pura meditazione contemplativa.

Francesco Scaramuzzino
Evening Conversations (Barly)
Voto: 7/8
Il pianista calabrese giunge al terzo album a suo nome – cui andrebbe sommato Poesie di carta dello Smaf Quartet, dove offriva bella mostra delle sue qualità compositive oltre che esecutive – in cui cambia per l’ennesima volta la coppia ritmica chiamata ad accompagnarlo. In questa occasione è la volta di due giovani destinati a un futuro di livello, Tommaso Pugliese al contrabbasso e Alessandro Marzano alla batteria.
Queste “conversazioni serali” suonano come i racconti della nonna, piccole narrazioni piene di dettagli intelligenti e capaci di farci pensare che tanto affascinavano noi bambini. Nella regione di Bordeaux, dove si producono alcune delle bottiglie migliori del mondo, si dice di un vino che è “giusto” quando è ottimamente equilibrato e arrivato a una perfetta maturità.
È un termine che ci piace attribuire al jazz che scaturisce oggi dal pianoforte ispirato di Francesco Scaramuzzino, che elabora la sua formazione hard-bop in un sound moderno e capace di narrare storie formulate secondo vari linguaggi, compresi quelli della classica e dell’informale.
Apre la dinamica Antonio e Matisse, che vola su territori mainstream con la lievità di chi non conosce cadute di gusto né cliché. Teneramente lontano esprime una deliziosa freschezza melodica, nonostante il tema che sfiora la malinconia e l’abbandono. Il brano che dà il titolo al cd è un’altalena contemporary di situazioni e colpi di scena, mentre Mio Sud, con la voce di Michela Lombardi che recita l’omonima lirica del poeta ermetico lametino Franco Costabile, morto suicida nel 1965, si avviluppa sensibile e coesa alle parole. 14 riprende l’amatissimo Johann Sebastian Bach (il Preludio in do minore dal primo volume de Il clavicembalo ben temperato) per evolverlo in una carrellata emozionante. Il tempo sospeso ha un titolo che dice tutto, mentre Suite fa correre i ritmi verso il binario morto della sospensione e dello scoramento. L’armoniosa Tracce sull’acqua, piccolo saggio di eleganza e immaginazione, precede la conclusiva ascesi quasi jarrettiana di Lost In A Thoughts.






































