Cinema, i magnifici sette del 2024

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Cinema

Puntuale come sempre, la nostra classifica dei 7 migliori film dell’anno è arrivata! Il 2024 è stata un’annata speciale perché ha visto davvero tanti autori che in qualche modo possiamo sicuramente definire liberi o addirittura rivoluzionari. Abbiamo visto opere, alcune targate 2023 ma uscite in Italia nel 2024, di registi che hanno raccontato storie con stili davvero originali e freschi come non si vedevano da anni. Alcuni anche con un discreto successo commerciale.

Film da ricordare

Non fanno parte dei 7 ma sono sicuramente da sottolineare Vermiglio della regista Maura Delpero, indipendente nel vero senso della parola e apparentemente lontano da un classico film da box office, che invece è riuscito ad arrivare nei posti alti della classifica raccontando in modo naturale un mondo antico, e il giapponese L’innocenza, costruito un po’ come Rashomon di Akira Kurosawa, in cui si racconta la stessa storia ma da diversi punti di vista.

Da non dimenticare il vero ribelle Francis Ford Coppola con il folle Megalopolis o l’immortale Clint Eastwood che a 94 anni dirige un gioiellino come Giurato numero 2. Indubbiamente bello e toccante The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne, l’horror Longlegs con un “esagerato” Nicolas Cage e lo spiazzante May December con due regine come Natalie Portman e Julianne Moore.

In ordine sparso, i magnifici sette

Per i “magnifici 7” abbiamo scelto film che casualmente hanno dei finali meravigliosi o addirittura da storia del cinema, alcuni racconti quasi senza una vera progressione narrativa, ma comunque magnetici e tutti diretti da registi con una fortissima personalità.

La zona d’interesse di Jonathan Glazer

Il regista Jonathan Glazer in 25 anni ha fatto soltanto 4 lungometraggi. Tutti belli, dalla struttura particolarmente originale e di diversi generi. Con questo La zona d’interesse sembra aver raggiunto il suo capolavoro. Gira con assoluta libertà una storia senza una vera progressione narrativa e mette in scena, con una accurata ricostruzione storica/ambientale, la quotidianità del comandante del campo di concentramento di Auschwitz, Rudolf Höss, e della sua famiglia in una deliziosa e curatissima villetta.

Le giornate scorrono tranquille mentre i bambini giocano, la moglie cura i fiori del giardino chiacchierando con le amiche e il capofamiglia si incontra con alti funzionari del regime nazista. Ai margini della casa però c’è un muro molto alto dietro il quale il regista non porta mai la macchina da presa, ma ci fa sentire le urla, gli spari e tutto l’orrore del campo di concentramento, un orrore che la famiglia percepisce come un normale rumore di fondo.

Glazer usa delle macchine da presa piazzate fisse sul set mentre gli attori si muovono indisturbati tra un ambiente e l’altro come se il regista non fosse nemmeno presente, quasi come nello show televisivo del Grande Fratello. Dietro il muro si intravede la ciminiera dei forni crematori che non sembra minimamente disturbare la famiglia che continua a vivere tranquillamente in un ambiente asettico. A risvegliarci ci sono i colori dei fiori che si espandono sullo schermo e le immagini, girate con una termocamera, di una bambina che nasconde della frutta in cumuli di terra nel tentativo di sfamare i deportati forse ancora vivi.

La zona d’interesse vive di parole non dette e di una regia che sembra solo osservare da lontano la recitazione degli attori, così come noi guardiamo gli orrori nei TG mentre le nostre vite continuano. Due anni di post produzione con un lavoro titanico sugli effetti sonori, Gran premio speciale della Giuria al Festival di Cannes 2023, Oscar per il Miglior Film Internazionale e per il Miglior Sonoro accompagnati da un discorso di accettazione, da parte di Glazer, che attacca tutti i colpevoli del conflitto Israele/Gaza.

La zona d'interesse

The Substance di Coralie Fargeat

La Universal Pictures ha cercato di prendere il controllo creativo di The Substance perché preoccupata dei problemi distributivi che avrebbe avuto a causa del finale che alcuni dirigenti avevano definito disgustoso. Fortunatamente per contratto la regista e sceneggiatrice Coralie Fargeat aveva il final cut garantito e nulla è stato cambiato.

Mubi ha così acquistato i diritti dalla Universal e ha portato il film al Festival di Cannes dove ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura; attualmente è inoltre candidato a cinque Golden Globe e potrebbe arrivare agli Oscar. Insomma la Universal non ha assolutamente capito il genio di Coralie Fargeat, che al suo secondo lungometraggio ha probabilmente realizzato l’evento cinematografico del 2024.

La storia è quella della ex star di Hollywood Elisabeth Sparkle, interpretata da una intensa Demi Moore, che viene licenziata da uno show televisivo di aerobica il giorno del suo cinquantesimo compleanno. Quando a causa di un incidente trova il modo di tornare giovane grazie a una misteriosa sostanza giallognola, partorirà dalla schiena una nuova sé stessa, sui venticinque anni, bellissima. Decide di chiamarsi Sue e torna in Tv per riprendersi il posto nel vecchio show dove l’attende il viscido direttore Harvey, chiaro riferimento al produttore Harvey Weinstein, che rimane folgorato dalle curve della “nuova” arrivata.

Elisabeth una volta creato il suo giovane alter ego deve rispettare delle regole precise, una su tutte quello di alternarsi con il suo doppio ogni sette giorni e non dimenticare mai che le due donne sono in realtà una sola persona. Chiaramente tutto va nel peggiore dei modi.

The Substance ha riferimenti alti come Il ritratto di Dorian Grey e Dottor Jekyll e Mr. Hyde, ma soprattutto contaminazioni del sottogenere body horror degli anni 70/80 e in particolare del cinema di David Cronenberg. Si avvicina poi tantissimo agli horror un po’ clandestini degli anni ‘80 come Society – The Horror, soprattutto per l’incredibile finale, e Re-Animator, per il liquido giallo fluo che resuscita i morti. Si riconoscono i chiarissimi omaggi a Shining e 2001 Odissea nello Spazio, a Psyco e La donna che visse due volte, a The Elephant Man e, grazie agli strabilianti effetti special di Pierre-Oliver Persin, sembra di rivedere il trucco prostetico usato da maestri come Rob Bottin ne La cosa del 1982.

Coralie Fargeat ci racconta in particolare l’ossessione della bellezza vista da una società maschilista, ma ci trasmette soprattutto il senso di solitudine che si prova quando l’estetica non rappresenta i canoni necessari per farsi accettare nel mondo e di come anche le donne non riescano a fare a meno del potere che arriva da un corpo perfetto.

The Substance è disturbante, ha un’estetica visiva eccezionale, una musica ipnotica dai ritmi perfetti e un passaggio dalla bellezza al mostruoso che non lascia scampo. Demi Moore ha probabilmente qui trovato il ruolo della vita ma anche Margaret Qualley non è da meno. Dennis Quaid, grottesco e perfetto, interpreta il personaggio di Harvey inizialmente pensato per Ray Liotta, che purtroppo è morto prima dell’inizio delle riprese.

The Substance

Civil War di Alex Garland 

Quattro persone si ritrovano ad affrontare un viaggio in mezzo a una assurda e ipotetica guerra civile in America dove il caos regna sotto ogni forma. Tutti sparano a tutti e non sanno nemmeno il perché, persone che si fanno saltare in aria per il bene del paese, altre invece che fingono non stia accadendo niente e continuano a tenere i negozi aperti per lo shopping mentre tutto intorno ci sono esplosioni, sangue, crudeltà, odio e amore.

Il viaggio dei protagonisti di Civil War fa automaticamente tornare alla mente quello che compie Martin Sheen in Apocalypse Now, dove affronta il delirio della guerra in Vietnam per cercare e uccidere il colonnello Kurtz, interpretato da Marlon Brando. Qui invece tre giornalisti professionisti e una novella fotografa attraversano una parte di America per intervistare il Presidente degli Stati Uniti prima che gli stati ribelli di Texas e California conquistino la capitale. Chiaramente durante il tragitto vedranno un paese allo sbando e solo con un’intensa ma difficile collaborazione reciproca potranno raggiungere Washington.

Il regista e sceneggiatore Alex Garland costruisce quattro personalità molto forti che in una possibile situazione di crisi, come quella che vediamo nel film, riuscirebbero a sopravvivere e a sopportarsi, anche solo per un fine comune. C’è la fotografa Lee Smith, interpretata da Kirsten Dunst, con un passato in zone di guerra che l’hanno abituata a cavarsela negli angoli più pericolosi del mondo, il vecchio e saggio Sammy, l’attore Stephen McKinley Henderson, che conosce perfettamente la storia americana e le possibili varianti di una guerra civile, il giornalista Joel, un bravissimo Wagner Moura, in grado di adattarsi ad ogni situazione e la giovane Jessie, con il volto di Cailee Spaeny, desiderosa di diventare una fotografa professionista e seguire le orme della sua eroina Lee Smith.

Le due donne di Civil War sono le due vere protagoniste che entrano in simbiosi nel momento in cui il personaggio della “veterana” capisce di non riuscire più ad affrontare lo schifo del mondo; bellissima e tremenda è la scena in cui rivede gli orrori fotografati e vissuti con il suo lavoro, e cede simbolicamente all’ingenua Jessie tutte le responsabilità nel raccontare le tragedie attraverso la macchina fotografica. Il loro rapporto nella follia del momento potrebbe sembrare simile a quello tra una madre e una figlia.

Garland nel suo percorso d’autore ha costruito spesso mondi allo sbando scrivendo film come 28 giorni dopo o Dredd – Il giudice dell’apocalisse e diretto storie di fantascienza mai banali come Ex Machina e Annientamento. Con Civil War crea un’opera che è un po’ un insieme dei suoi percorsi precedenti e mette in scena un film potente e di grande impatto visivo in cui la forza delle immagini, qui rappresentata dagli scatti fotografici, è la memoria dell’odio e della violenza che ci circonda.

Sceglie poi come accompagnamento musicale delle canzoni ritmicamente inadeguate a quello che vediamo, come Say No Go dei De La Soul o Breakers Roar di Sturgill Simpson, per alimentare ancora di più il totale senso di caos. Azzeccatissima la scelta di tutti gli attori, anche quelli di contorno, ma un plauso in particolare va alla giovanissima Cailee Spaeny, che negli ultimi anni abbiamo vista vincere la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Venezia per Priscilla di Sofia Coppola e protagonista in uno dei blockbuster più importanti del 2024, Alien Romulus.

Civil War

Past Lives di Celine Song

All’inizio del film vengono inquadrati due uomini e una donna mentre bevono seduti in un bar. Due voci fuori campo giocano tra loro cercando di indovinare che rapporto ci sia tra queste tre persone facendo una serie di supposizioni. Mentre parlano la macchina da presa si muove lentamente verso i protagonisti e si ferma sul volto di lei che guarda in camera, come se stesse per rispondere alle loro domande. Poi la scena passa a 24 anni prima, quando tutto è cominciato.

La regista esordiente Celine Song decide di cominciare così la sua storia, con le stesse domande che uno spettatore potrebbe porsi prima dell’inizio di uno spettacolo. In Past Lives l’amore muove i fili di un rapporto prima a due e poi a tre, ma non crea mai un personaggio che in qualche modo cambi le cose. La vita va come deve andare.

Le dinamiche dei fatti che vediamo nel film sono invece divise in tre parti, con stacchi temporali di 12 anni tra un capitolo e un altro. Prima abbiamo i piccoli Na e Hae, compagni di scuola a Seul, che si piacciono ma non sono consapevoli dei sentimenti che li attraggono. Si separano subito perché lei deve emigrare in Canada. A 20 anni si ritrovano grazie ai social e comunicano con Skype riaccendendo quella scintilla nata 12 anni prima. Ma la distanza e gli impegni impediranno un possibile incontro. A 30 anni si ritrovano a New York dove Na ora è sposata. I due sono di nuovo fisicamente vicini e si interrogano su come sarebbero state le loro vite se le cose fossero andate diversamente, ma in realtà tutto quello che viene detto avviene attraverso gli sguardi, le mani sfiorate, le camminate fianco a fianco.

La regista lascia al pubblico le domande essenziali da cui ognuno può trarre le sue conclusioni, esattamente come all’inizio del film. Past Lives è un’opera prima con il botto. Elegante, cerebrale e sentimentale, in cui tutti ci possiamo rispecchiare. Soprattutto emozionante ad ogni fine atto e con una conclusione esemplare in cui i due protagonisti principali, Greta Lee e Teo Yoo, si guardano immobili uno di fronte all’altra, come quando erano bambini.

Past Lives

Anora di Sean Baker

La presidente di giura al 77/o Festival di Cannes 2024 Grata Gerwin, che arriva dal cinema indipendente americano, consegna la Palma D’Oro proprio al regista più Indie e artisticamente libero degli ultimi anni, Sean Baker.

L’outsider del New Jersey girò nel 2015 Tangerine, uno dei suoi primissimi film, con l’iPhone 5s per mancanza di budget e nel 2017 aveva già realizzato un vero e proprio gioiello dal titolo Un sogno chiamato Florida, in cui i protagonisti erano persone “perdute” nelle difficoltà della vita che cercano espedienti per sopravvivere proprio vicino al luogo di divertimento più popolare del mondo, Disneyland.

In Anora c’è invece una sex worker che vive in una casetta anonima nella periferia di New York e che tra spogliarelli e sesso a pagamento cerca di aumentare il suo conto in banca fino a quando non incontra un giovanissimo miliardario russo, drogatello e viziato, che potrebbe aprirle una porta verso una vita diversa. Ani, questo è il soprannome della protagonista, dopo diverse giornate di sesso e droga inizia una relazione con il ragazzotto che in modo del tutto improbabile la porta a un matrimonio clandestino a Las Vegas. Ani è intelligente, ma anche ingenua e sogna un viaggio di nozze a Disneyland, proprio come una bambina.

Tutto sembra un po’ simile alla vita di “Pretty Woman”, ma presto la “favola” si trasforma in una storia d’amore senza amore soprattutto quando arrivano tre scagnozzi mandati dai genitori russi dello sposo, assolutamente non d’accordo al matrimonio.

Sean Baker realizza una prima parte con ritmi da commedia romantica concertata nell’arco di alcune settimane, ma dal momento in cui arrivano i tre tirapiedi i fatti vengono racchiusi in un paio di frenetiche e deliranti giornate. Lentamente tutto diventa più “amaro” e Anora si amalgama in un mix tra lo stile dei fratelli Coen e quello di John Cassavetes che lo rende davvero unico, grazie anche un finale spiazzante ritmato del suono dei tergicristalli di una macchina.

La protagonista Mikey Madison è una vera sorpresa ricca di pura energia, mentre si conferma la bravura di Jurij Borisov, l’attore già visto nel pluripremiato Scompartimento n. 6 – In viaggio con il destino, interprete di uno dei tre scagnozzi russi, quello che forse sembra l’unico a capire i sentimenti di Ani. Anche se alcuni personaggi sono invischiati nella malavita, nel film non c’è neanche l’ombra di una pistola: è anche grazie a questi dettagli Sean Baker riesce sempre a raccontare un America marginale, con uno stile unico e innovativo.

Anora

Povere creature di Yorgos Lanthimos 

Il personaggio di Bella Baxter probabilmente entrerà nell’immaginario collettivo un po’ come hanno fatto Thelma & Louise o Ellen Ripley nella saga di Alien. Un nome che useremo anche semplicemente per spiegare dei concetti o similitudini.

Grazie a un insieme di fattori come il romanzo omonimo di Alasdair Gray, il racconto d’ispirazione Frankenstein di Mary Shelley, la sceneggiatura di Tony McNamara e soprattutto la regia di Yorgos Lanthimos, Povere creature è diventato uno dei film più importanti degli ultimi anni. Lanthimos si allontana dalle angosce di alcuni suoi lavori precedenti come Il sacrificio del cervo sacro o The Lobster e ci porta in un immaginario più attuale, e probabilmente anche più positivo, che prende vita partendo dal bianco e nero per passare poi lentamente a una tavolozza di colori via via sempre più accesi. Nello stesso tempo il personaggio di Bella Baxter si evolve dall’innocenza, alla consapevolezza del suo corpo e dei sensi fino ad alte capacità intellettive.

Povere creature è surreale e carico di ironia pungente, ha personaggi “eccessivi”, a cui la società ha imposto di soffocare le proprie emozioni, che si scontrano con la bellezza e la purezza di Bella, capace di sovvertire il pensiero comune e ridicolizzare l’odio, rappresentato da un uomo giustamente trasformato in capra.

Willem Dafoe interpreta il Dr. Godwin Baxter, una sorta di Dr. Frankenstein il cui nome abbreviato diventa God (Dio), che al contrario del romanzo di Shelley ha qui un aspetto stravolto dagli effetti di sperimentazioni fatte dal padre in nome della scienza. Lui crea invece Bella, interpretata da un eccezionale Emma Stone, che ha invece aspetti esteriori e interiori bellissimi. Inizialmente infantile, ma comunque seduttiva, è subito istintivamente capace di abbagliare quello che sembra uno scaltro seduttore, interpretato da un altrettanto bravo Mark Ruffalo, che le servirà per scoprire il mondo, il piacere e la libera scelta. Insieme a loro una serie di personaggi e luoghi che nel corso della storia ci regaleranno una serie di emozioni miste e spesso catalogabili in diversi generi cinematografici.

Anche se il film può non piacere o far discutere, vi rimarrà nella memoria soprattutto grazie all’esaltante ed esilarante performance di Emma Stone, che ha meritatamente vinto l’Oscar come miglior attrice protagonista e il Golden Globe. Il film si è giustamente aggiudicato Il Leone D’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica a Venezia e altri tre premi Oscar.

Povere creature

Perfect Days di Wim Wenders

Il quasi ottantenne Wim Wenders con Perfect Days ci regala uno dei suoi migliori lavori, paragonabile a capolavori come Il cielo sopra Berlino e Paris Texas. Doveva essere inizialmente un documentario sugli avveniristici bagni pubblici di Tokio, ma si è poi istintivamente trasformato in un film tanto semplice quanto perfetto.

La parola semplice in realtà non è corretta perché mentre il film procede in una storia/non storia fatta dalle azioni quotidiane del pacifico e sorridente Hirayama, che passa la sua esistenza “assaporando” ogni momento delle sue giornate, ci rendiamo conto che dietro ogni gesto c’è forse la salvezza rispetto un passato difficile e mai davvero allontanato.

Ogni momento vissuto da Hirayama sembra sempre qualcosa di speciale: svegliarsi all’alba, prendere il caffè, guidare il furgone ascoltando canzoni anni 60/70 rigorosamente da vecchie audiocassette, pulire i bagni pubblici, cenare nel solito posto, leggere un libro… tutto può essere bellezza, ma soprattutto è con la lentezza della sua vita che Wenders riesce a trasmettere allo spettatore un senso di pace in un mondo che ognuno di noi vive, purtroppo, sempre ad alta velocità.

Koji Yakusho, che per questo ruolo ha vinto come miglior attore al Festival di Cannes nel 2023, è l’interpreta perfetto che con le sole espressioni del volto riesce farci capire come la gentilezza espressa da un sorriso possa cambiare i rapporti umani. Quello che sembra raccontare Perfect Days è che alla fine non abbiamo bisogno di tante cose superflue per arricchire le nostre giornate e che solo la buona musica, e nel film Wenders ne mette tanta, e un libro che ci piace possono darci il necessario per riempire il cuore.

Perfect Days

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