Li abbiamo sempre considerati degli errori, specie nei confronti del pop internazionale. Noi critici, anche con il k, come usavano una volta i detrattori degli scribacchini come il sottoscritto, se volete. Parliamo delle caratteristiche tutte italiane di scrivere canzoni in cui il testo è spesso predominante nei confronti della musica, con un’infinità di parole, di testi poetici quanto volete, che fossero di ispirazione ermetico montaliana oppure decadente gozzaniana, di frasi più o meno cariche di significati, di espressioni coinvolgenti ed emozionanti nei casi migliori. E di quell’altra abitudine– che è un po’ la conseguenza di “tecnica” della precedente – di portare la voce davanti a tutta la strumentazione durante il missaggio dei diversi canali di ripresa delle canzoni. Ovvero di portare il cantato sempre in evidenza rispetto alla musica.

Li abbiamo sempre considerati degli errori, dicevamo. Eppure ormai da anni le orecchie degli ascoltatori sono abituate a queste scelte, che, dobbiamo riconoscerlo, sono talmente specifiche della canzone italiana, non solo di quella leggera ma anche del nostro cantautorato, così come del beat prima e del pop e del rock poi targato Italia, da diventare una peculiarità, una caratteristica che la individua e la fa riconoscere. E alla quale i vari artisti che hanno tentato di scegliere percorsi alternativi hanno dovuto pagare pegno, spesso ottenendo dal pubblico riscontri meno soddisfacenti di quelli ipotizzati e di quelli vaticinati dalla critica.

Per questo ci è difficile imputare la scelta di proporre lunghi testi – rispetto alla durata attorno ai tre minuti di tutti i brani – esposti con la voce sempre in primo piano alla cantautrice Carla Magnoni, che ha pubblicato da poche settimane il suo nuovo, intenso album Quello che resta. Dopo le esperienze come pianista e cantante del quartetto No Smoking Band e come direttrice e arrangiatrice del gruppo vocale pop a cappella SetteOttavi, la musicista toscana è approdata nel 2020 al debutto da solista con il cd Cento passi avanti, che ha ottenuto una certa attenzione, cui sono seguiti vari concerti e la stretta collaborazione con la collega Lara Molino, per la quale ha curato diversi lavori.

«Questo è un album dedicato alle cose che, pur finendo, non finiscono», annota sul booklet del cd. «A quelle che, pur lasciandoci, non ci lasciano. A quelle che scaturiscono di conseguenza al verificarsi di un evento e che, dopo che tutto è passato, restano. Alle cose che impariamo, a quelle che sedimentano e che diventano strutturali.» In altre termini Magnoni parla, con la ricchezza di una poetica schierata contro un mondo dove l’orizzonte più vasto sembra essere il proprio ombelico, di formazione profonda, di come i ricordi costituiscono il nocciolo duro di ogni persona, frutto sia dell’impatto di avvenimenti che determinano cambiamenti epocali sia del frullo d’ali di situazioni banali, apparentemente inconsistenti. Un percorso emotivo tra fatti di cronaca importanti e piccole cronache quotidiane che sono di fatto Quello che resta dentro ognuno di noi.

Le canzoni ci portano dal rimpianto del perduto sorridere insieme di Dicono che è normale alla dedica alla povera Saman (Saman Abbas, la diciottenne pakistana uccisa dai genitori nel 2021 a Novellara per aver rifiutato un matrimonio combinato), da La numero uno, che rimanda a un Paperon de’ Paperoni di oggi, al messaggio di chi sta per morire sotto i Cieli di settembre dentro una delle Torri Gemelle di New York colpite dai terroristi, dalla partita sempre persa Vita-Noi 1-0 alla fine di un rapporto, perché Se è difficile «allora è il tempo di accettare,/ di lasciare scivolare via/ l’“io e te”».

E ancora Girano le pagine «ma la guerra è sempre guerra/ come la vita è sempre vita/ anche se a guardarla sembra un film», e la voglia di cambiare tutto mettendosi A testa in giù, e come sulle rampe del faro di Punta telegrafo il mare racconta mille e mille pensieri d’amore, e il saluto a una “donna antica” di paese che ha lasciato Il diario di Elsa (quella del libro Elsa. I colori del vento di Vania Bartoccioni). Chiude il disco la title track, dedicata a un figlio che ha lasciato la casa dei genitori per vivere la sua vita.

Il pop elegante di Magnoni, che di professione fa l’ingegnere (come molti che di musica non riescono a vivere: ricordiamo come esempio paradigmatico l’infinito Paolo Conte che continuava a svolgere la professione di notaio quando aveva già scritto Azzurro e inciso alcuni album a suo nome), vola leggero tra riferimenti indie e fusion, condimenti jazz e latini, sterzate chitarristiche e melismi pianistici. La produzione è, come nel precedente lavoro, affidata a Valter Sacripanti, che si occupa anche della programmazione ritmica, mentre le corde sono in mano a David Pieralisi e le tastiere affidate alla protagonista.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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