Scriviamo questo articolo proprio pochi giorni dopo la scomparsa di Marcello Rosa, uno dei “grandi vecchi” del jazz italiano, trombonista lirico, energico e rilassato, compositore attento e multiforme, oltre che appassionato divulgatore. Aveva 89 anni ed era ancora attivo, tanto che uno dei suoi album più belli è datato 2020 e si intitola The World On A Slide (Alfa Music/Egea).
Un ricordo dovuto e pertinente, dato che il protagonista delle nostre righe, Eugenio Renzetti, trombonista 32enne, ricorda sempre Rosa come il più stimolante, elegante e generoso tra i numerosi “maestri” jazz che vanta nella sua crescita (unendone il nome a quello di Marcello Panni, direttore d’orchestra e compositore, nonché suo nume nell’ambito della musica contemporanea).
Numerose le partecipazioni di Renzetti a festival, eventi, musical e spettacoli teatrali, in particolare con le ultime formazioni di Rosa (compresa quella con un’infinità di tromboni del cd citato sopra), le orchestre dirette da Franco Piana e Mario Corvini, i gruppi di Franco D’Andrea, Fabrizio Bosso, Bob Mintzer, Rosario Giuliani e Stefano Di Battista, per citare tra i tanti.
Oggi il trombonista pubblica il suo secondo album da leader, a poco più di un anno di distanza dal precedente in quartetto Camminare domandando (WoW Records), affrontando un progetto ambizioso. Innanzitutto costituendo e dirigendo un ensemble di sette elementi, denominato Group Zero, e poi soprattutto affrontando la fusione fra jazz, contemporanea e letteratura, con la presentazione e il commento di una serie di testi del sommo scrittore di Praga Franz Kafka, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla morte.
Il rapporto tra l’ensemble e le parole dell’autore di America, La metamorfosi, Il processo e di quella Lettera al padre che è fulcro di questo cd (testi ritagliati e riassemblati da Renzetti stesso) ricorda quello tra i grandi della beat generation e il jazz, il suono che accompagnava la loro declamazione di poesie e racconti. Però in K/024 (Filibusta Records) le letture del filologo Federico Sanguineti – figlio del poeta e critico Edoardo, cui dedica la lunga poesia Sanguineti secondo Sanguineti ripresa nel cd – sono disseminate senza essere quasi mai preponderanti nel percorso di quelle che sono due vere e proprie suite.
Aperto da una breve Intro elettronica in crescendo che si chiude con una breve ripresa da Il castello kafkiano, sorretta dal marranzano di Rita Debora Iannotta, prosegue con Esperimento 3, che gioca sulle timbriche strumentali dei fiati – affidati a Simone Alessandrini, sax e flauto, Roberto Bottalico, sax e clarinetto, Francesco Fratini, tromba e flicorno, e al leader – per poi rincorrere le parole e divincolarsi in un fraseggio post-free, convulsa e insofferente corsa alla ricerca dell’identità perduta, dettata da una ritmica secca ed essenziale.
Il successivo La metamorfosi, titolo del capolavoro assoluto del boemo, è uno strumentale eccentrico, in cui dapprima sullo sfondo ritmico, disegnato dagli ottimi Riccardo Gambatesa alla batteria e Pietro Ciancaglini al basso, si slanciano di volta in volta i fiati ad aprire fratture di tensione palpabile, prima e dopo l’intervento di Sanguineti, mentre la seconda metà – quasi a metamorfosi completata – si distende moderna e vibrante con gli interventi in solo di Fratini e Gambatesa.
Di Appunti è protagonista solitario il membro del Group Zero che non abbiamo ancora citato, ovvero il sensibile pianista Andrea Saffirio, mentre Deep Meet è una perfetta simbiosi di musica e parole (rare) che rimanda, in piccolo, alle soluzioni che la formidabile orchestra di George Russell trovò nell’album New York, NY del 1959. Lento e sinuoso Strange Holiday’s Nights è un canto evocativo di fiati sobri e piano tenue, aperto e chiuso dai vocalizzi dell’ospite Chiara Orlando. Il jazz moderno di Amerika, che non disdegna di svicolare in insinuanti sbandate free, segna il culmine strumentale di K/024, cui fa seguito una Piccola ballata distopica, dove Renzetti paga debiti verso la musica reiterativa contemporanea, chiudendo la prima suite, quella dedicata a Franz Kafka.
La seconda, denominata Pater Noster, consta di tre brani. Non ho mai capito la fisica/ Sanguineti secondo Sanguineti, con un frugale accompagnamento alla poesia cui abbiamo già accennato. Lord, Stay Human è un felice, attualissimo incrocio tra il canto scat di Orlando e il gruppo, che decolla e plana, scarta e gorgheggia, accelera e finisce con una frenata suadente. Chiude il tutto una Chanson pour une nuit d’hiver, delicata, avvolgente e calda come un piumone dai tenui colori invernali.






































