Prendiamo la definizione da Wikipedia: «Awen è una parola gallese per indicare l’“ispirazione” (poetica). È usata storicamente per indicare l’ispirazione divina dei bardi nella tradizione poetica gallese.» E proprio alle canzoni tradizionali celtiche fa riferimento il magnifico album eponimo di debutto del trio Awen italiano, da non confondere con quello inglese dei fratelli Bishop o quelli francesi del compianto cantante bretone Yann-Fañch Kemener e del giovanissimo trombettista Awen Robbe. Formato dal pianista Stefano Battaglia, impegnato anche alle piccole percussioni, dal chitarrista Giacomo Zanus e dalla cantante Natalia Rogantini, ha più affinità con l’ottimo Awen Ensemble della cantante Amy Clark e con il suo folk-jazz angoscioso e spirituale.

Il lavoro è stato pensato ed elaborato tra il 2018 e il 2021 durante le ricerche di approfondimento che la cattedra di improvvisazione, composizione e sperimentazione, di cui Battaglia è titolare presso la Siena Jazz University, svolge regolarmente a corollario della didattica pura. Il focus del cd sono antichi canti di lavoro e ballate tradizionali irlandesi e scozzesi, con testi che parlano d’amore, di religione ancestrale, di bellezza della natura e del legame dell’uomo con la sua terra. Il tutto elaborato secondo i canoni dell’improvvisazione della musica sperimentale contemporanea e del jazz più sofisticato, così come del canto liederistico.

L’iniziale “lamento delle fate” Port Na Bpucai offre quello che il titolo promette, ma con l’aggiunta di un senso di inquietudine e di trepidazione bergmaniano. La Breisleach resa celebre dagli scozzesi Capercaillie mantiene il suo status di emozionante inno in minore di infinito lirismo emotivo. Glean Baile Chaoil e Chi Mi Bhuam sono altri due brani che ci ha fatto conoscere la voce bellissima di Karen Matheson, leader dei Capercaillie, entrambi presenti nel suo gioiellino da solista Downdriver.

Il primo assume una tensione lucida e trasognata, intima e frastagliata insieme, con il canto sofferente della giovane solista di Piuro, il comune in provincia di Sondrio che ha il merito rarissimo di aver finanziato la pubblicazione di questo cd. La breve traccia conclusiva è invece una delicata trama macramè di meraviglia di fronte alla bellezza della natura scozzese. Ottimi nel frastagliato intreccio sonoro di questi e di tutte le track sia il chitarrista trevigiano, membro del quintetto Dialect del prestigioso jazzista inglese Alexander Hawkins e del quartetto Kora, e che il pianista milanese, tra i massimi elaboratori al mondo (avete letto bene: al mondo!) dei portati tradizionali in chiave odierna.

Awen
Stefano Battaglia (© Fabrizio Troccoli), Natalia Rogantini (© Marina Magri), Giacomo Zanus (© Andrea Sanna)

Fear A’Bhata, canzone delle isole Ebridi dedicata a un pescatore, è una deliziosa ballad in crescendo emotivo. A’Mhaighdeann Bharrach, una slow air rivolta a una “fanciulla dell’isola di Barra” del poeta locale e instancabile sostenitore della tradizione gaelica Don John MacMillian (1880-1951), è ora una lentissima, strenua, immersiva evocazione di oltre 12 minuti. Monighean Donn e Mairead Nan Cuiread decollano ritmiche in un folk-jazz attualissimo e teso, più ballata con divagazioni pianistiche la prima, più elettrica e tormentosa la seconda.

Crodh Chailein, una canzone di mungitura, per metà procede come una marcia nel fango angosciata da richiami fantasmatici e per metà diventa gioco di bimbi, fino alla lirica chiusa. La Ailein Duinn – ancora repertorio Capercaillie – è il lamento disperato di una donna che si lascia morire dopo aver perso il suo uomo in mare, reso in una versione straziante e infinita fino alle lacrime.

Il tutto per un album magnifico, che sa essere poetico e lacerato, sublime e dilaniante, delicato e sperimentale, luminoso e oscuro, in una combinazione da ascoltare e riascoltare prima di riuscire a seguirne le ricerche approfondite, le svolte difficoltose e le distese ardite, le improvvisazioni istintive e i continui ripensamenti. Awen ci offre una lettura modernissima, in sintonia con questi tempi spezzati e duri, con il sentire e il vissuto che attraversiamo, con le realtà e le fantasie culturali dell’oggi, di un repertorio, come quello celtico, già di per sé ricchissimo, profondo e sempreverde.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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