Il buon periodo artistico della musica di matrice afroamericana in tutto il mondo, dal jazz al rhythm & blues, dal soul al rap, si riverbera anche in Italia. E l’attenzione del nostro pubblico fa sì che anche le case editrici – non solo le etichette discografiche – si accorgano del fenomeno e pubblichino nuovi volumi oppure traducano le riedizioni di vecchi saggi, aggiornati per l’occasione. È il caso di due diversi lavori, che appaiono contemporaneamente nelle bacheche delle librerie, accomunati dall’analisi della storia del genere e dall’approfondimento di tematiche specifiche a esso legate. Uno è La musica. Importante quanto la tua stessa vita. La rivoluzione del Free jazz e della Black music della fotografa e storica della musica Val Wilmer. L’altro, più generalista, si titola La storia della Black Music ed è opera del giornalista italiano Roberto Caselli.

Val Wilmer, inglese, è considerata una delle più grandi fotografe di musica al mondo nonché critica e giornalista musicale. Iniziò a scrivere da giovanissima, diventando dapprima firma prestigiosa di testate importanti come Jazz Magazine, Down Beat e Melody Maker, poi si servì della fotografia per illustrare i suoi testi con le immagini dei musicisti non solo sul palco, ma anche nella vita quotidiana. I suoi ritratti di grandissimi come Louis Armstrong, John Coltrane, Duke Ellington, Miles Davis, Muddy Waters, John Lee Hooker, le Supremes, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Beatles, Rolling Stones, Clash sono presenti in musei e collezioni prestigiose.
Questo La musica. Importante quanto la tua stessa vita. La rivoluzione del Free jazz e della Black music (Shake Edizioni, € 25), pubblicato per la prima volta nel 1977 con il titolo Stories of New Jazz, e poi ristampato e aggiornato nel 1992 e nel 2018, racconta la svolta musicale del free jazz, il “jazz libero”, completamente improvvisato, senza mediazioni né cornici. E le aspirazioni politiche, umane e musicali, di quel gruppo di musicisti, capeggiati da Ornette Coleman, che incise nel 1960 il LP capolavoro Free Jazz: A Collective Improvisation, e comprendente Albert Ayler, Steve Lacy, Max Roach, Cecil Taylor, Anthony Braxton, così come gli europei Derek Bailey, Evan Parker, Peter Brötzmann, sviluppando da lì un discorso su tutta la musica di matrice afroamericana.
Aggregando con sapienza i materiali emersi nelle sue lunghissime interviste con tutti i protagonisti, Wilmer sviluppa 437 fitte pagine, in cui intreccia i suoi ricordi con la sociologia, la lotta di classe che infiammava i cuori giovani in quel periodo e la consapevolezza antropologica di chi suonava e scriveva. Il focus della narrazione ruota attorno al free jazz, di cui si approfondisce quasi ogni dettaglio, con esperienze di vita vissuta nei locali e fuori. E soprattutto con il collegamento con la realtà socio-politica della gente di colore che negli anni 60 e nelle due decadi a seguire stava raggiungendo il culmine della sua “liberazione”.
Partendo dalla storia dei giganti – John Coltrane, Taylor, Coleman, Sun Ra, Ayler, quelli dell’associazione AACM di Chicago – e poi dagli emergenti, allora “nuovi musicisti”, Wilmer passa a esaminare l’importanza del ritmo e delle figure femminili, il rapporto con “politica, media e collettivismo”, i progressi della tecnica di registrazione, il futuro del free jazz e del sound nero in generale. La chiusa è affidata alle stringate biografie di numerosi musicisti e alla corposa bibliografia.
Sempre tenendo come faro l’idea che «una delle virtù principali della musica nera o afroamericana [è che] chiunque sia l’interprete – una domestica che testimonia la propria fede in chiesa la domenica o un chitarrista che suona un blues il sabato sera in un qualche bar alla buona – la musica non è mai prevedibile. Rifinita o rozza – Duke Ellington che stimola i suoi orchestrali con la maestosa ondata di suono che è unicamente sua (e loro) creazione, Eddie Kendricks che canta col suo squisito falsetto ergendosi sopra l’accompagnamento dei Temptations, Albert Ayler che estirpa da Summertime significati che George Gershwin non aveva mai neppure sognato – quello che conta è il suono della sorpresa. La musica nera è, col cinema, la più importante forma d’arte di questo secolo. È difficile trovare qualcuno che non ne abbia subito l’influenza.»
A più ampio raggio sono le 319 pagine, oversize e brillantemente impaginate e illustrate (quasi fossero quelle di una rivista patinata), di La storia della Black Music (Hoepli, € 32,90). Roberto Caselli, critico musicale e voce storica di Radio Popolare, è stato direttore di Hi Folks! e Jam, ha scritto per quotidiani, riviste specializzate, enciclopedie e siti web, oltre a essere autore di numerosi libri, dalle biografie di Leonard Cohen, Joan Baez, Paolo Conte a La storia del blues, La storia della canzone italiana e La storia del rock in Italia.
Il suo è proprio un percorso storico, dettato dalla cronologia e dagli eventi, che narra, in maniera brillante e di immediata lettura (con il contributo di box di approfondimento e di aneddoti gustosi), tutta l’epopea della gente di colore verso e dentro il Nuovo Continente. A partire dall’istituzione dello schiavismo da parte delle potenze europee e dai primi canti di lavoro e di fede fino al recente sdoganamento del rap da parte del business musicale, al successo della trap e alla nascita di nuovi artisti pronti ancora una volta a battersi contro il potere costituito. In mezzo ci sono cinque secoli di storia, di sofferenze e di lotte, di crimini contro l’umanità e di eroismi, di evoluzione e crescita, di nostalgia e consapevolezza, della gente di colore.
Il tutto sottolineato, punteggiato, illustrato da una serie di generi musicali che hanno reso grande artisticamente il XX secolo. Dal blues agli spiritual, la prima contaminazione – via religione – con le sonorità dei bianchi, dai race record (frutto delle leggi Jim Crow che obbligavano che i diritti equi tra bianchi e neri fossero beneficiati separatamente) alla nascita del jazz, dal gospel alla Harlem Renaissance. E ancora dal be-bop alla soul music, dall’orgoglio nero del free jazz al rhythm & blues, dal reggae al travolgente ritmare del funk, dalla commercializzazione della disco e della fusion alla rivoluzione dell’hip-hop e del rap.
Caselli riesce nel non facile intento di sottolineare sempre con una chiarezza immediata i collegamenti tra gli aspetti sociopolitici e quelli creativi, a far capire come le crisi e le ripartenze della società americana – per forza di cose e di correttezza storica il volume affronta solo la realtà afroamericana degli States – siano gli spunti autentici della creatività del popolo di colore (ma si potrebbe facilmente allargare il concetto). L’autore ci illustra, in questa ottica e con esempi e rimandi a canzoni e dischi, non solo i diversi generi che sono nati nel tempo, ma ci propone altresì tutte le commistioni possibili che questi stili hanno saputo innescare tra loro e non di rado con quelli dei bianchi, a cominciare dalla nascita della musica per eccellenza del XX secolo, il rock ‘n’ roll.
Infine – oltre alla presenza nel libro di numerosissimi QR code che rimandano a canzoni da ascoltare e ad approfondimenti preziosi – va sottolineata l’attenzione al presente nel corposo capitolo conclusivo che affronta «con particolare attenzione quello che appare nell’attuale panorama artistico-musicale dopo la nascita del Black Lives Matters, movimento sostenuto e portato avanti con forza anche dai musicisti neri più impegnati del momento».
Mercoledì 5 febbraio alle ore 18 Roberto Caselli inaugurerà la seconda edizione della rassegna a cura di Massimo Poggini in collaborazione con Paolo Crespi Che rockonti: storie e aneddoti della musica, che si svolgerà al Gogol’Ostello (viale Bligny 41).







































