Si passa dal piano solo di Vignola al quintetto “internazionale” di D’Auria, dal sottile confronto piano-elettroniche messo in campo da Morelli al classico trio di Fulci in questo poker di recenti album jazz. E gli assi impegnati al pianoforte dimostrano – se ce ne fosse ancora bisogno – come la scuola italiana di musicisti che portano in avanti le “magie” della musica di matrice afroamericana, verso territori sonori inesplorati oppure proprio all’interno degli abituali percorsi di cammino, sia a livelli altissimi. E internazionalmente riconosciuta, come dimostrano anche alcune esperienze e collaborazioni di cui andremo a scrivere.

Nico Morelli © abk6d

Nico Morelli

Let Me Play, Let Me Pray (Tŭk Music)

Voto: 8

Il pianista pugliese festeggia i 25 anni del suo trasferimento in Francia – lo fece sulla scia del super-batterista Aldo Romano, con cui ha collaborato non di rado – pubblicando un album per l’etichetta italiana di Paolo Fresu. Con Nico Morelli alla registrazione (novembre 2023 in Normandia) partecipano live alle elettroniche Emanuele Battisti in quasi la metà dei brani e il cileno Diego Baëza (che dimentica la chitarra che suona da virtuoso) nella volubile Fou Time, uno dei cardini del cd. Il loro è più un contributo al disegno sonoro, alla sollecitazione quasi appena accennata, che un contraltare espressivo, tanto che questo Let Me Play, Let My Play può essere considerato il primo lavoro in solo del pianista, in quasi trent’anni di attività.

Morelli riesce sempre a trovare una chiave personale nel racconto, attingendo in parte al suo feeling tyleriano, in parte a un sentire che si rifà al sound ECM, in parte ancora maggiore a una vivacità ricognitiva e propositiva a vasto raggio, toccando momenti variegati, dalla più libera improvvisazione alla pregnante densità armonica, alla lirica distensione melodica, che rendono il tutto ricco di idee e di intenzioni, di profumi e retrogusti.

La sostanziosa varietà del pianista emerge anche nelle sei cover, illustri (Giant Steps di John Coltrane, Epigram n°5 del compositore classico ungherese Zoltán Kodály, l’inno cristiano settecentesco Amazing Grace) e inattese (la tradizionale canzone d’amore calabrese Riturnella, Every Little Thing She Does Is Magic dei Police, La Bohème di Charles Aznavour e (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones), che vengono trattate con rispetto e insieme con coraggio. Di fatto il cd suona come una piacevolissima summa di possibilità, di spunti, di dichiarazioni d’amore, di analisi in punta di tasto, di ammiccamenti, di sorrisi aperti, di impennate, che ci inchiodano all’ascolto, nell’attesa, brano dopo brano, della prossima, imprudente quanto allettante, svolta.

Ludovico Fulci

Ludovico Fulci

Ti racconto di me (Alfa Music/Egea)

Voto: 8

 Allievo e collaboratore principe di Ennio Morricone per quasi due decadi, compositore in proprio di colonne sonore e di musica contemporanea, nonché jazzista di caratura, il siciliano, ma romano di adozione Ludovico Fulci ci offre un album romantico e raffinato, in cui «ogni brano nasce da un’idea precisa di voler raffigurare in musica un sentimento al quale poi si collega un pensiero», come scrive nelle note di copertina.

In trio con i veterani Dario Rosciglione, contrabbassista dalla cavata ampia e appagante, e Amedeo Ariano, batterista elegante senza mai invadere, Fulci sviluppa un lavoro che ha nella melodia e nella cantabilità delle composizioni, tutte recenti e di sua mano, il proprio fulcro narrativo. Ti racconto di me è un disco sensibile, tout en relief come direbbero i francesi per indicarne la purezza di un bassorilievo classico, in cui i sortilegi della dolcezza ritmica e della diafana armonia gli permettono di familiarizzare con i fantasmi billevansiani e di rincorrere le finezze del Chick Corea di Now He Sings, Now He Sobs.

È la colonna sonora di un film che non ha altre immagini se non quelle che questi 14 temi fanno sorgere dall’animo di chi ascolta, dalla sua emotività. Anche, e diremmo soprattutto, al di là della speranza che esprimono l’apertura e la chiusa con il solo piano, la malinconia di Un’altra possibilità, ancora senza ritmi, l’appagamento di Una giornata particolare, la felicità di Einfach so, la mancanza di Le nostre parole e poi I baci sulla pelle, Il pensiero di te, Un’altra possibilità (dai titoli eloquenti) e così via. Come la vitamina B6, la piridossina contenuta nel riso, attiva l’“effetto ricordo” sui sogni fatti, così questa musica attiva sia ricordi che sogni, sia intenzioni che immaginazioni, grazie a una raffinata emotività e un’appagante limpidezza.

Emiliano D’Auria

Emiliano D’Auria

The Baggage Room (Via Veneto Jazz)

Voto: 8/9

Emiliano D’Auria è pianista apprezzato internazionalmente, tanto che ha registrato il suo albo dello scorso anno, First Rain, in Norvegia per l’etichetta Losen di Oslo e questo The Baggage Room a New York, affiancato da quattro musicisti americani. Si tratta del sassofonista rollinsiano Dayna Stephens (12 lavori da leader, tra cui Peace del 2014 con Brad Mehldau e Larry Grenadier), del trombettista emergente Philip Dizack (è stato anche docente a Siena Jazz per un summer camp, oltre ad aver inciso tre album a suo nome), del contrabbassista canadese Rick Rosato (ha debuttato come leader nel 2022 con il bluesistico Homage, con Stephens tra i protagonisti) e il fantasioso e richiesto batterista Kweku Sumbry.

Non poco talento per quasi un’ora di musica dedicata alle human connections che si crearono a New York tra emigranti italiani e la migliore cittadinanza locale, per solito di colore, a cavallo tra i due secoli scorsi. Tutte firmate dal musicista di Ascoli Piceno, al suo sesto cd da leader, le track dai titoli espliciti propongono un jazz elegante e modernissimo, che parla un linguaggio che è una sorta di broccolino di oggi, un mix di intensità melodica all’italiana e jazz della Grande Mela.

Il brano eponimo iniziale, dal nome della stanza dove venivano accolti gli immigrati nel porto di New York, è un brillante intreccio di suoni, divagazioni, immaginazione e slanci. 1891: Ellis Island, data e luogo simbolo, scorre tra ritmo e malinconia, tra speranze e delusione, punteggiata dai fiati. La pena e il dubbio aleggiano in Temporarily Detained, graffiate da fiati e batteria su un tema malinconico. Searching For The New World è la speranza e il sogno, un volo jazzistico “totale” con il primo solo di piano. The Eye Man, “l’uomo che guarda”, e che decide del futuro durante una visita medica, è una lenta ballad di languorosa tristezza. Jazz pieno per The Story Of Sacco And Vanzetti, con un intenso avvio e poi il succedersi degli assolo dei tre solisti. The Long Wait, condotta dal piano, ha il sapore della nostalgia e del ricordo. Human Connections e il conclusivo Third Class sono pulsante jazz di oggi, di spessore, in evoluzione, inatteso e vivo, pieno di idee, di spunti, di incroci.

Vito Vgnola

 Vito Vignola

Dicotomie (Alfa Music/Egea)

Voto: 7/8

Debuttare con un album di piano solo è impresa da far tremare i polsi, e anche le dita. Ci vuole la certezza del proprio percorso e insieme la voglia di uscire dalle coordinate prefissate. Ci vuole coraggio e preparazione, lungimiranza e sicurezze, disponibilità e determinatezza. Insomma non è scelta da fare con superficialità e imprudenza.

Il musicista e compositore romano Vito Vignola, diplomato in conservatorio, con alle spalle una ricca esperienza in vari territori musicali e un amore spiccato per il prog, si cimenta in questo Dicotomie affrontando programmaticamente le contraddizioni e i contrasti del suo percorso. Anche se scivola qua e là in inutili seppure accattivanti ruffianerie, riesce a toccare vette qualitative elevate, frutto di un dosato equilibrio ispirativo e di un invidiabile gusto per il “bello”.

Sei brani di durata molto differente ci spalancano le porte di un sentire dominato da un incredibile gusto descrittivo, che tracima dal “non detto” al pathos passionale, dal senso di attesa alla descrizione puntigliosa. Il pianista si esprime in ballate che hanno il sapore del romanticismo e dell’impressionismo, che hanno debiti verso Claude Debussy ed Enrico Pieranunzi, che scorrono nel loro languido lirismo increspate da inquiete asimmetrie.

Vignola possiede una visione trasversale che abbraccia i linguaggi della classica e del pop, del jazz e della musica di sonorizzazione, declinandoli in modo, quasi fin troppo, fluido e senza forzature. Dedica due brani a Parigi e alle sue atmosfere di fine Ottocento, Per te Jeny a una cara amica colpita dall’Alzheimer, un altro alla meraviglia infantile dei Giochi di bambini, mentre i due momenti cardine, che superano i dieci minuti di durata, sono la title-track e il conclusivo Feedback classico. Entrambi “programmatici”, sono l’uno la dichiarazione delle contraddizioni che ci impattano quotidianamente e che devono produrre una fusione personale ed emozionale in ognuno di noi; l’altro l’espressione della libertà e dell’estro che nascono dalla conoscenza del magico, spettacolare, multiforme patrimonio classico.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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