Il mio giardino persiano
di Maryam Moghaddam, Behtash Sanaeeha con Lili Farhadpour, Esmaeel Mehrabi, Mohammad Heidari , Mansoore Ilkhani
Allegro il regime che offre ai veterani di guerra una tomba gratuita (non per l’immediato). Mahin, settantenne di Teheran, da trent’anni vedova, sente poco i figli, guarda le soap, frequenta amiche che parlano di malattie e rimpiange il passato e l’amore. «Quando l’Hyatt Hotel era Hyatt c’era meno traffico» dice in taxi. «Adesso è Libertà- replica il tassista- e c’è più traffico». «Questa è la libertà?» chiede Mahin. Lei ricorda abiti scollati, tacchi alti e concerti di Al Bano e Romina. Adesso hijab, scarpe da ginnastica e polizia morale che ti rampogna per come sei vestita. Libertà a dire il vero è il nuovo nome dell’hotel Hyatt e la malizia di questa frase dev’essere costata ai registi la presenza al Festival di Berlino 2024 (dove il film, non accompagnato, ha vinto due premi). Insomma, anche i pensionati iraniani soffrono il moralismo rivoluzionario e le novità tecnologiche ma il bisogno d’amore potrebbe essere un antidoto al regime. Quando Mahin incontra in una mensa per pensionati il tassista Faramarz, veterano di guerra, decide che la vera rivoluzione è accettare i propri desideri e combattere anche per il desiderio in tarda età. E lo seduce con una corte tenera e diretta. Scorre un vago umorismo surreale, alla Kaurismaki, lui aggiusta le luci del giardino, la vicina controlla, ridono, ballano, lui versa un sorso di vino per i morti, lei prepara – come recita il titolo originale- la sua torta preferita. Alla fine capirete come se la dividono e perché il titolo italiano parla di un giardino. Anche questa è resistenza.







































