La zona di interesse

Il film di Glazer torna per il giorno della memoria

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La zona di interesse
di Jonathan Glazer
con Christian Friedel, Sandra Hüller, Johann Karthaus, Luis Noah Witte, Nele Ahrensmeier

La zona di interesse è il territorio di 40 km quadrati che le SS presero ai polacchi per costruire il campo di concentramento di Auschwitz, quello di sterminio di Auschwitz-Birkenau e alcune fabbriche di guerra da condurre con gli schiavi. Tutto questo nel film è al di là del muro di una villetta dove vive con la sua famiglia il comandante del campo Rudolf Hoss. Tutto questo non si vede: ci arriva per indizi: a volte urla, o fischi di treni, o abbaiare di cani, o spari, chissà, a volte fumo, cenere, residui, talvolta indumenti che qualcuno non indosserà più. Il resto è vita quotidiana di una famiglia borghese tedesca in Polonia il cui capofamiglia esce in divisa per andare in ufficio e per tenere stressanti riunioni manageriali su come affrontare “quantità industriali” di morte. Una ragazza suona un pianoforte, i bambini giocano nel fiume, un giardiniere concima l’orto con resti di crematorio. La zona di interesse ci è negata, eppure si sente: la musica di Mica Levi a volte sussurra suoni indecifrabili, meccanici, a volte ci trascina all’inferno: microtoni, elettronica, echi di Ligeti, Penderecki, Stockhausen, di rock d’avanguardia. Il regista Glazer usa la distanza, il buio (anche immagini termiche nel buio) o vampate di colore per disegnare sulla musica e viceversa, era suo il videoclip della macchina che avanza nel buio di Karma Police dei Radiohead ed era sua l’aliena Johansson di Under the Skin che raccattava i proletari di Glasgow e li illudeva di fare sesso in una casa in cui sprofondavano nel pavimento nero liquido in cui venivano digeriti. Mai orrori ravvicinati. Il buio e la lontananza cosmica. Anche lì la musica premiatissima era di Mica “Micachu” Levi. Nella Zona di interesse Glazer suggerisce e Mica sottolinea. L’operazione è minimale e concettuale:in apparenza arriva dal romanzo La zona di interesse di Martin Amis (che non è minimale, anzi: lì parlano tantissimo in tre: il comandante del campo, un ufficiale che mira a sedurre la moglie del comandante, uno schiavo del campo chiamato a punire il traditore) ma in realtà  Glazer sembra ispirarsi direttamente a Comandante ad Auschwitz, le memorie scritte in carcere da Rudolf Hoss prima d’essere giustiziato: il diario di un ragazzo religioso, poi militare/manager con una lunga carriera nelle SS che si lamenta della stupidità e immoralità dei suoi collaboratori e della crudeltà dei prigionieri tra di loro. Auschwitz secondo lui fu un fallimento industriale e un suicidio di massa. Hoss aveva una zona nera nel cervello, dove non vedeva quelli che uccidevano e quelli  che uccideva. A milioni. . È quella  zona cieca che interessa a Glazer. Un’operazione simile l’ha fatta Luc Tuymans nei suoi dipinti ineffabili  di nazisti colti in situazioni comico/casalinghe. L’orrore nascosto nello stupore.

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