Modà. «Concentrare l’attenzione sulle canzoni»

Il gruppo torna a Sanremo per la quinta volta, si appresta a lanciare il nuovo album e annuncia un grande concerto allo stadio di San Siro per il 12 giugno. La nostra intervista a Kekko Silvestre.

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Modà

Sono arrivati secondi nel 2011 con Arriverà, cantato insieme a Emma, e terzi nel 2013 con Se si potesse non morire. Ai Modà di Kekko Silvestre manca solo un posto sul podio. Vedremo cosa succederà quest’anno con Non ti dimentico, accreditata tra gli outsider. Ne parliamo con il leader e frontman del gruppo.

A vent’anni dal primo Sanremo cosa vi aspettate dal festival?

«Quella botta di adrenalina che ti serve per rimetterti in piedi. Quando sei fermo da tanto tempo (dal sold out all’Arena di Verona del 28 settembre 2023, quando presentarono il singolo Il foglietto col tuo nome presente anche sul nuovo cd 8 canzoni, ndr) e ti ritrovi a riprendere un percorso destinato a riportarti dentro uno stadio, ti dici “per essere sicuro di essermi svegliato davvero ho bisogno di una bella scossa e di una scarica di adrenalina”. Questa scarica te la dà solo il palcoscenico, compreso quello del festival. L’idea di tornare a Sanremo nasce anche da questa considerazione.

Mi aspetto anche di riuscire a trasmettere il mio messaggio e di eseguire il pezzo come vorrei che arrivasse alla gente. Una delle cose che mi ha sempre spaventato del festival è il fatto di non avere i tuoi tecnici vicino. È una situazione più complessa rispetto alla tournée dove sei tranquillo, perché lì siamo tanti artisti sul palco. Quindi hai sempre un po’ paura che l’esibizione non vada come deve, di non riuscire ad esprimere quello che vorresti e di non farlo arrivare nel modo giusto. Quello che mi aspetto è quindi di dare il massimo e di riuscire a fare un’esibizione come si deve, che arrivi alla gente, perché questa è la cosa più importante.»

Insieme al festival il giorno di San Valentino arriva l’album 8 canzoni, un titolo piano e semplice. Non c’era un’idea, una frase, un’intuizione che lo qualificasse meglio?

«Io non sapevo proprio come intitolarlo questo cd. Il titolo nasce dal fatto che c’erano veramente otto canzoni, i cui singoli titoli non mi convincevano per riuscire a darne uno all’intero album. Ero in grande difficoltà, così mi sono detto facciamo 8 canzoni, idea che ha raccolto delle approvazioni. Mi hanno detto “non è sicuramente The Dark Side Of The Moon (il magnifico LP dei Pink Floyd del 1973, ndr) però ha senso. Siamo in un periodo in cui l’industria musicale richiede canzoni su canzoni su canzoni e noi non riusciamo a darle. Io sono il frontman e sono un cantautore, per me conta dare meno cose alla gente, ma farcela ritrovare. 8 canzoni rispecchia perfettamente questa idea.»

ModàCosa propone di nuovo e di mai ascoltato dai Modà?

«Nulla, assolutamente nulla. I Modà sono un gruppo nazionalpopolare, che parla alle persone con un linguaggio semplice. Ovviamente un linguaggio che negli anni è cambiato, perché quando scrivevo d’amore a vent’anni o trent’anni non lo facevo nello stesso modo in cui scrivo adesso a 47. Così come continuo a scrivere anche non solo d’amore, tratto comunque argomenti che vanno oltre all’amore. La gente che non ci conosce pensa che scriviamo solo canzoni d’amore, perché sono quelle che ci hanno caratterizzato, che ci hanno dato il successo. Ma all’interno dei nostri dischi ci sono tante storie di vita.

In questo cd ci sono storie di amicizia, storie purtroppo di ricordi legati a persone che non ci sono più, ci sono considerazioni su quello che mi ha portato a rinascere più volte in Come hai sempre fatto, una canzone che parla di nostalgia degli anni della mia adolescenza, quando il mondo era completamente diverso. Lo erano soprattutto i rapporti, il modo di interfacciarsi con le persone, di guardarsi negli occhi, di parlare. Ci sono tante cose che sicuramente hanno già fatto parte del mondo dei Modà.

Io, essendo poco social, un disastro con qualsiasi tipo di applicazione o altro, ho bisogno di raccontare quello che faccio durante i miei periodi di assenza. Sono canzoni che servono a raccontare la mia vita di quando la gente non mi sente. Però i Modà sono i Modà, il pubblico non deve aspettarsi altro. Quando leggo “i Modà fanno ancora i Modà” mi viene da rispondere “cosa devo fare, gli Articolo 31? Non posso farlo, non sono in grado di farlo!”

Questo è il mio mondo musicale, che amo e mi piace molto, e tento di farlo maturare attraverso la mia età, però il linguaggio deve essere sempre semplice. La mia musica deve essere sempre per tutti, io non posso dimenticare che, nonostante siano cambiate un sacco di cose anche all’interno dell’industria musicale, noi siamo riusciti comunque ad andare avanti perché siamo stati coerenti. Quindi sono contento, è un disco che mi piace, le canzoni mi convincono molto quasi fosse un greatest hits dei Modà. Sono sicuro che il nostro fan lo apprezzerà, gli altri non lo so, mi auguro di sì.»

Siete sempre stati piuttosto lenti rispetto agli standard dell’industria musicale. Avete fatto mediamente un album ogni due anni e mezzo. Siete troppo perfezionisti, ha un’ispirazione lenta o aspetti qualcosa che si sedimenta solo nel tempo o perché?

«Io sono un cantautore che scrive tutte le canzoni della band, musica e testi, ne ho pubblicate circa 250. Non è facile. Io non mi appoggio ad autori che mi aiutano che ne so nella stesura delle musiche o mi passano qualche canzone. Io sono un cantastorie e mi piace raccontare le mie cose. Per cui ho forse bisogno di più tempo e, può piacere o non piacere, tento sempre di mettere le cose più belle che faccio all’interno dei miei dischi, quindi spesso ci sono cose che non mi convincono e aspetto un po’. Poi adesso che l’industria musicale è cambiata, non puoi più fare quello che facevamo prima ed essere così al passo con i tempi, perché il mio modo di scrivere non me lo permette. E scrivo meno canzoni per far concentrare la gente su un disco più corto, per cercare di attirare un po’ più attenzione alle canzoni. Questo è quello che ci tengo a fare ultimamente.»

Quali sono i vantaggi e quali rischi di essere una band con un leader assoluto?

«Guarda, ti devo dire che i Modà sono molto democratici. Il segreto nostro è sempre stato quello del rispetto reciproco dei ruoli. Ognuno ha sempre rispettato l’altro. Non mi hanno mai detto “adesso voglio scrivere anch’io” oppure “facciamo una canzone insieme”. Loro sono musicisti straordinari, diplomati al conservatorio, insegnano e sanno che la scrittura non fa parte del loro modo di esprimersi. Sono dei grandi musicisti.

Quando finisco le canzoni e in qualche modo le metto sotto forma di demo per far loro capire la mia idea, a quel punto io rispetto il loro essere musicisti e mi fido. Questa fiducia va avanti da molti anni, perché ogni volta che porto un’idea, loro riescono a trasformarla in quello che io avrei esattamente voluto. Non potrei mai dire a Diego (Arrigoni, ndr) come suonare una chitarra o a Claudio (Dirani, ndr) come suonare una batteria. Poi ci sono i gusti e può esserci una cosa che ti piace meno, si sta lì e se ne parla. Però il segreto dei Modà è questo: il rispetto dei ruoli. Perché fa sentire ognuno importante nel suo. E ha portato la band a rimanere sempre molto unita, molto serena. Siamo diventati una famiglia.»

Quando è un artista si sente appagato? Quando dice “ho finalmente lasciato qualcosa di me”?

«Quando sali sul palcoscenico e vedi la gente che si diverte, che è felice. O quando ti dicono “sembra che hai scritto questa canzone per me”. È una cosa che mi fa tanto piacere perché la nazionalpopolarità, che a volte usano per sfotterci, è proprio questa: sentirsi una persona semplice di fronte al pubblico, una persona normale. Quando il pubblico lo percepisce penso sia straordinario. E nel caso in cui ti dicono “sembra che tu abbia scritto questa canzone per me”, pensano che se le ha vissute lui come me queste situazioni vuol dire che siamo uguali. Viene fuori questa sorta di rapporto paritetico tra di noi, dove io magari sono la loro voce per le cose che vorrebbero dire in musica e non sono in grado. Sono riuscito non a capire il loro pensiero, perché non sono un mago, ma in qualche modo sono riuscito a tirare fuori da loro qualcosa che avrebbero voluto dire senza riuscirci. Questa credo sia la cosa che appaga di più.»Modà

Ormai sono diversi anni che essere romantici suona un po’ fuori dal tempo, se non proprio old, una cosa vecchia, eppure voi continuate da vent’anni a essere romantici. Com’è cambiato, invecchiando, il vostro rapporto con il romanticismo e con l’amore?

«Per quel che mi riguarda poco, anche perché sono sposato con mia moglie da 26 anni, e in qualche modo è già romantico questo, perché è difficile riuscire a trovare coppie che non scoppiano. Ma soprattutto io parlo d’amore in maniera diversa: se io ascolto Favola e poi ascolto, che ne so, In tutto l’universo, capisco perfettamente che sono diventato più grande, ma sono sempre rimasto romantico. In questo mondo in cui il romanticismo, soprattutto in musica, è spesso sostituito dalla violenza, e il linguaggio dei giovani è completamente diverso da quello del passato, ci sono per fortuna canzoni d’amore del passato che non smetteranno mai di vivere. Al contrario canzoni violente come quelle di oggi, che magari fanno parte di una sorta di moda del momento, alla fine spariranno.

Sento nell’aria che molta gente si è stufata di sentire e ha bisogno di ascoltare. Ha bisogno di nuovo di emozioni. Cosa che si trova oggi difficilmente nelle canzoni. Sono rimasti in pochi quelli che ti danno la possibilità di ascoltare, non solo di sentire. Non sono molto fiducioso nel futuro, però devo ammettere anche che ci sono dei giovani di oggi che parlano ai giovani in maniera straordinaria. Ti faccio l’esempio di un paio di ragazzi straordinari come Olly e come Alfa che, senza violenza, riescono a parlare con i giovani in maniera pulita. Credo che loro possano essere veramente il futuro di questa società, perché abbiamo bisogno di ragazzi che parlino ai giovani nella maniera giusta, perché i giovani sono il futuro.»

Dal vivo con l’orchestra avete fatto 43 date. Cosa hanno lasciato a te e ai musicisti?

«È stata l’esperienza più bella della nostra carriera. Lo posso sottoscrivere e credo che rimarrà proprio nel nostro cuore. Ma io credo che, oltre al discorso dell’orchestra, abbia influito tanto la dimensione di quei concerti, che era molto intima. Noi non avevamo mai suonato nei teatri. Devo dire che è stata una scelta che ci ha dato grandi, grandi soddisfazioni, che mi piacerebbe rifare in futuro, perché, a prescindere dal fatto che si cantavano le canzoni in una chiave orchestrale – i Modà con l’orchestra ci sono sempre andati d’accordo, perché nei nostri dischi è sempre stata molto presente – mi ha dato un’emozione completamente diversa.

Mi ha fatto anche passare in qualche modo la noia, perché dopo tanti anni che suoni le stesse canzoni, sempre quasi dello stesso modo, perché quando ti esibisci nei palazzetti l’arrangiamento deve essere comunque pop rock. Invece rifare tutto in chiave orchestrale mi ha fatto dire “cavolo, che bello!”, mi ha dato proprio la voglia di andare sul palco ogni sera. Invece magari durante una tournée lunga, facendo le canzoni sempre nello stesso modo, non che non hai voglia, però diventa quasi monotono. Per i fans è ovvio che non lo è perché giri città dopo città, ma per l’artista diventa qualcosa che quasi ti stressa. Invece ritrovare le canzoni sotto un arrangiamento diverso mi ha dato veramente grande, grande libidine. E mi piacerebbe un giorno rifarlo.»

A proposito di old, la nuova major con cui avete firmato pubblica su doppio vinile colorato cinque dei vostri album, sei con 8 canzoni. È un ritorno ai tempi in cui ascoltare la musica era quasi un rito, anche se oggi ascoltare la musica non è più così?

«Dipende dalle persone a cui ti rivolgi. Per i giovani, è chiaro, non è così, però mia mamma invece i dischi li ascolta ancora. Credo che il vinile sia stato fatto più per collezione, perché, diciamoci la verità, non siamo i Pooh, ma vent’anni di carriera ce li siamo fatti. Per i nostri fans è una sorta di regalo, poter avere qualcosa che si distingue dal classico cd o da Spotify e da tutte le piattaforme in cui si ascolta musica oggi. È un’operazione nostalgica.»

C’è un brano che vorresti non aver mai cantato?

«Forse quello di Sanremo 2005, Riesci a innamorarmi

La passione per il cinema è svanita?

«No, assolutamente no, però è accantonata. Non abbandonata, perché il mio sogno è di riuscire a fare qualcosa un giorno. Adesso devo dedicarmi alla musica, è il momento di tornare sul palcoscenico.»

A cominciare dal prossimo grande rito di San Siro: La notte dei romantici del 12 giugno…

«Sì, sarà bellissimo. Anche per noi è stata una sorpresa incredibile. Questo dimostra che anche la carriera di un artista spesso e volentieri è una montagna russa: usciamo dai teatri e andiamo negli stadi. Sarà una grande festa, un karaoke, dove cercheremo di far divertire tutte le persone che verranno a vederci.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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