I protagonisti degli album che andiamo a presentarvi, tutti nati negli anni 70, si chiamano Jakob Bro, Thomas Strønen e Mathias Eick, e sono arrivati rispettivamente al ventesimo album come titolare o contitolare e a superare gli 80 e i 60 tra leadership e partecipazioni. Eppure i primi due supermusicisti – di Aarhus, seconda città della Danimarca, l’uno e di Bergen, seconda città della Norvegia, l’altro – sono molto meno conosciuti dei loro accompagnatori. In Taking Turns a fianco del chitarrista suonano il compianto, magnifico Lee Konitz al sassofono, la leggenda della chitarra jazz Bill Frisell e il monumento del free Andrew Cyrille alla batteria, oltre agli ottimi Jason Moran al piano e Thomas Morgan al contrabbasso. Con il batterista nel suo Relations sono invece i due pianisti Craig Taborn e Jorge Rossy, il sassofonista Chris Potter e la mitica folksinger e suonatrice del tradizionale kantele Sinikka Langeland. Per contro il trombettista di Hem, un paesotto non lontano da Oslo, si propone in Lullaby con il suo quartetto, composto da giovani strumentisti norvegesi. Tutti comunque portano il marchio di fabbrica del produttore che ha portato il jazz scandinavo alla fama mondiale, ovvero Manfred Eicher, boss della prestigiosa label ECM.

Jakob Bro
Taking Turns (ECM/Ducale)
Voto: 8
Allo scoccare del decimo anno dalla sua registrazione, viene pubblicato questo gioiellino inatteso, rimasto nei cassetti probabilmente solo a causa della breve durata di 40 minuti esatti. Innanzitutto Taking Turns va ricordato come una delle ultime performance su cd dell’allora 86enne sassofonista Lee Konitz, uno dei maggiori specialisti bianchi dello strumento di sempre, che ci ha lasciato a causa del covid nel 2020. Poi, senza aggiungere al già detto sulla qualità assoluta degli altri partner del chitarrista e compositore di tutti i brani Jakob Bro, il lavoro è pieno di idee sottili e spontanee, di temi sobri e intriganti, con un andamento acquerellato e sfumato, in cui è la sensibilità a farla da padrona.
Nella discografia del danese viene subito dopo l’acclamata Balladeering Trilogy e dopo la scomparsa del batterista Paul Motian (2011), suo scopritore e da allora vicendevole partner. La musica del cd scivola dentro, bella e fragile, con un andamento sfumato e acquerellato, che la scorrere lentamente con un andamento da sogni, in cui si inseriscono senza traumi, anzi come spinte propulsive dei momenti di ricordo e di citazione. Le semplici melodie di Bro – stavolta con il piano che lui solitamente non utilizza – scaturiscono soprattutto dall’intreccio delle due chitarre, su cui si inserisce il sassofono di Konitz (qualcuno ha scritto di ritenerlo l’ultimo grande cd del musicista di Chicago, le cui note sembrano anticipare rischi e contrarietà del reale, lontane dalla diafana astrazione di quando era uno dei maestri indiscussi del cool jazz) e su cui la batteria quasi irregolare irrora schiuma sul lento scorrere del fiume melodico.
Da sottolineare infine il significato di viaggio, di esplorazione profonda ed emozionale dell’album, che ha titoli come Aarhus oppure Haiti, il brano più lungo e complesso, Pearl River (dal nome di un negozio, ritrovo degli universitari di New York) oppure Milford Sound (il fiordo neozelandese, tra le più belle attrazioni naturali al mondo) oppure ancora Mar Del Plata, sulle cui sponde placide senza il pungolo del sax il cd si chiude.

Thomas Strønen
Relations (ECM/Ducale)
Voto: 7/8
Non viene da una sessione di registrazione il nuovo album del batterista norvegese. Per assemblare i contributi dei superbi solisti che lo accompagnano si è servito tra il 2018 e il 2022 delle possibilità offerte dalla rete, spedendo loro delle tracce ritmiche e ricevendo i contributi dei partner direttamente online. Il risultato sono 10 duetti che seguono l’iniziale, straniante, quasi solenne, messaggio percussivo Confronting Silence e avvicendano l’altro solo del leader Arc Of Drums alle evocative campane tibetane.
Alla proposta un po’ provocatoria di Thomas Strønen, fatta peraltro a musicisti con cui non aveva mai collaborato, hanno risposto il sassofonista americano Chris Potter, che con il suo stile postcoltraniano si pone giocoso e turbolento insieme in Ephemeral, mentre è misurato e lirico in Weaving Loom. Le corde del kantele (tipico dei Paesi baltici e strumento nazionale finlandese) di Sinikka Langeland sviluppa le forme sonore tradizionali in flussi della memoria e del rimpianto, dell’introspezione e del sentimento, nei tre brani consecutivi Koyasan, Beginners Guide To Simplicity, aperto dal canto di sirena dell’emozionante artista folkie, e Nemesis. Quasi una minisuite a sé stante, che però ha i colori e le illuminazioni improvvise di tutto il cd.
Particolare la scelta del pianista americano Craig Taborn, che ha deciso di non ascoltare affatto le tracce di Strønen prima di registrare le sue, che allineano accordi e trilli svolazzanti in The Axiom Of Equality, che vede il percussionista battagliero e deciso, e lenti blocchi di note cui rispondono le spazzole e i rintocchi del batterista in Pentagonal Garden. Chiudono le due “conversazioni” con il pianista spagnolo Jorge Rossy, che mostra una perfetta sintonia con le dimensioni di spazio e di sorpresa, di atmosfera e di schizzo (alla Jackson Pollock per fare un esempio pittorico), del norvegese sia nell’infinita Ishi che nella fluida KMJ.

Mathias Eick
Lullaby (ECM/Ducale)
Voto: 7/8
L’ex leader dei sottovalutati Jaga Jazzist e partner dell’eclettico batterista Manu Katché ritorna con il suo sesto album da leader. Con lui sono tre nuovi partner, il pianista Kristjan Randalu, il cui tocco raffinato, mai invadente, poetico, si accorda appieno con quello del titolare, il contrabbassista Ole Morten Vågan (leader dei Motif, che comprendono lo stesso Eick), la cui notorietà cresce di concerto in concerto, e il batterista Hans Hulbækmo, onnipresente in punta di bacchetta e capace di spunti divaganti. Mathias Eick è un polistrumentista, si destreggia anche a chitarra e vibrafono, ma qui è praticamente solo alla prediletta tromba (offre degli accenni alle tastiere), per un incedere già dettato dal titolo Lullaby, “ninnananna”.
Tutto il cd è intriso di melodia e lirismo, con il soffio vellutato che la fa da padrone e il suono rilassato che vive di una spazialità totale. Insomma un album ECM d.o.c. un po’ manieristico, anche se non dimentica dinamiche più spaziose, una sensibilità particolare e soluzioni liriche convincenti. «Sono ispirato dalle registrazioni ECM degli anni 70, in particolare dagli album di Keith Jarrett con il cosiddetto quartetto europeo», afferma Eick riguardo al suo momento compositivo. «Amo la libertà che avevano. Quei dischi sono pietre miliari nella vita di molte persone, inclusa la mia. Quindi la mia idea era di creare una band influenzata da quell’energia – un’energia diversa – e da quel suono acustico.»
Il percorso sonoro parte con uno dei brani migliori, September, dalla serenità quasi irreale che il piano fa decollare verso una nuova ripartenza. Seguono la malinconica, triste title-track, ispirata ai drammatici fatti di Gaza e Ucraina, e il suadente volo romantico di Partisan, con la voce distesa in un lamentoso vocalese. My Love è una dedica alla moglie, May è immediatamente bella e profumata come un fiore di maggio, Hope ha il senso della visione futura e della speranza, Free è tracciata da un vocalizzo che sembra un canto lugubre vichingo e si incrocia con l’arco che scivola sul contrabbasso. L’altro vertice del cd è la conclusiva Vejle (For Geir), che si alza verso un jazz più mid-tempo e pieno, luminoso e positivamente seventies.






































