Il loro primo disco insieme è datato 1997: era il già notevole Poros. Poi la collaborazione tra il violinista Dominique Pifarély e il pianista François Couturier è continuata fino a oggi – inframmezzata dalle numerose altre esperienze dei due musicisti francesi, entrambi figure di spicco dell’improvvisazione non solo jazz – ma senza produrre altri album in coppia. «Alla base dello sviluppo del nostro lavoro insieme, che dura da più di vent’anni, c’è la questione della forma», dice Pifarély.

«Non nella struttura dei brani, ma nel vocabolario che utilizziamo. Ci impegniamo anche nel ripulire questa forma da tutti gli elementi non necessari, di purificarla. Il fine è quello di arrivare a trovare un terreno che ci è comune e dentro cui possiamo incontrarci, grazie a un’estetica che ciascuno di noi costruisce apportando la propria essenza artistica e musicale. È un lavoro di ricerca continuo, specie quando ci sono dei concerti da preparare, ma che cura anche quando non ce ne sono nell’immediato. È una maniera per lavorare in profondità e di prendere le distanze dal mondo intorno.»

Preludes And Songs (ECM/Ducale), il cd da poco pubblicato, continua la loro ricerca dell’essenza, della purezza. Pifarély è un violinista di straordinarie capacità tecniche, che ha attraversato territori ortodossi e che ha seguito percorsi più avventurosi sia d’avanguardia che contemporanei. Couturier è un jazzista che ama uscire dai confini codificati specie verso gli universi sonori folk, con esposizioni che hanno spesso il sapore della ricerca interiore e spirituale. 68 anni il primo, 75 il pianista, vantano collaborazioni con nomi importantissimi e dal repertorio significante del panorama europeo, e anche italiano (in particolare quella molto lunga di Pifarély con l’immaginifico pianista Stefano Battaglia).

Insieme, in un duo non molto praticato in ambito afroamericano, contrariamente a quanto lo è nella musica classica fin dai tempi romantici, seguono un arco narrativo pensoso, quasi filosofico, che dipana molteplici linee potenzialmente inesauribili e macina trame espressive su trame espressive, partendo da un impianto facilmente afferrabile.

I brani sono nove, con tre medley che miscelano brani originali dei due a standard inattesi. Da un’apertura aspra e dal sotterraneo nervosismo (la parte uno di Le Surcroȋt, brano scritto da Couturier nel 2004 per un progetto avventuroso con Pifarély e il cantante Dominique Visse, con il titolo tratto da una raccolta di poesie di André du Bouchet), si passa alla rivisitazione della celebre La Chanson Des Vieux Amants di Jacques Brel. Un classico della canzone d’autore francofona (Brel era belga) che cambia fisionomia, in un gioco di specchi e di sfumature che ne esaltano il lirismo quasi tragico.

©Jean-Baptiste-Millot

A Nightingale Sang In Berkeley Square di Manning Sherwin è una canzone del 1940 diventata uno standard sia per i jazzisti, da Nat King Cole a Glenn Miller, da Frank Sinatra a Michael Bublé, sia per cantanti pop come Bing Crosby, Perry Como, Tori Amos, fino ai rocker Ian Hunter e Rod Stewart. Nel cd è rivista da un sensibile violino solista ed è miscelata alla seconda parte di Les Ombres, eseguita dal solo piano benché faccia parte del repertorio del violinista, in un vivido evolversi che vede i due strumenti riunirsi per la coda, ricca come quella dell’uccello del paradiso.

La prima parte delle “ombre” è invece fusa con Lament, il brano più noto del trombonista JJ Johnson, datato 1950. Il risultato è degno della colonna sonora di un capolavoro cinematografico dell’espressionismo, in cui i sensi di colpa e le attese si incrociano e si fondono senza retorica e con un progressivo lirismo liberatorio. La seconda parte del brano iniziale ne ritmicizza le prospettive, ampliandole appena nella brevità dell’assunto. Il successivo medley tra la Song For Harrison, composta dai due titolari e dedicata al cane del pianista, e la Solitude, uno degli standard di Duke Ellington, è musica avvincente e fortemente espressiva, un jazz moderno, giocato in punta di dita, con un senso del mistero e del ricercare il puro canto interiore del dolore e della lontananza.

Vague è un brano del violinista, già apparso nel suo cd in quartetto Tracé Provisoire del 2016, e segue un andamento marino, con le onde sonore che fluttuano sopra correnti sotterranee e pulsazioni ondulatorie. Vive di un equilibrio fatto di ritualità, continuità e ritmo, la successiva What Us, che appartiene allo stesso progetto di Le Surcroȋt. Ha un postulato poetico, ma si spezzetta e si incrina, volteggia e cade, ha imprevisti e scarti, alla ricerca di certezze in ogni frangente.

Chiude la poetica I Love You, Porgy di gershwiniana memoria, scolpita con frasi di una densità iconica, con la caratteristica pasta sonora di tutto l’album che si fa contenuto essa stessa, in un darsi che è quasi trattenuto dalla forma scelta che diventa qui improvvisamente sostanza dell’esposizione. Il tutto per un album che è un’ulteriore dimostrazione di come il jazz non sia fatto di abitudini, di appuntamenti, di rituali, ma deve riuscire ad alterare gli ascolti consolidati, a trasformare il già detto, a scalfire le previsioni, ad alimentare l’attesa.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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