A costo di apparire (e forse lo siamo) ripetitivi e stucchevoli, non ci stancheremo mai di mettere in risalto ciò che musicalmente viene proposto in ambito jazzistico dalle nostre parti, valutandolo per la sua effettiva qualità. Infatti la musica jazz (così come tutte le altre) non è inglobata e realizzata in mondi paralleli che non si sfiorano, che non si interfacciano, che non si influenzano. Tutta la musica ormai, ma il jazz in particolare che è stato il primo filone a realizzare questa comunione, è un universo sonoro in cui tutti sanno tutto degli altri, possono confrontarsi e interagire, si “conoscono” quasi a livello biblico.
E proprio questo continuo interscambio e orecchiamento, in cui anche noi commentatori abbiamo un piccolo ruolo di conoscenza e diffusione di valori, ci permette di dare dei giudizi che sono il seguito di una ponderazione, oltre che personale of course, anche “globale”, capace di riferirsi a mondi sonori che non sono più, come lo era quello afroamericano prima e americano poi, in grado di offrire “lezioni” di stile o peggio parametri da cui non potersi esimere, e neppure sono mondi “altri”, che non si possono riferire in alcun modo al jazz, diversi ed estranei.
“La lontananza è come il vento, spegne i fuochi piccoli ma accende quelli grandi”, cantava Domenico Modugno, riferendosi a un amore distante. Un’affermazione così vera che si potrebbe traslare tranquillamente per il jazz, che è tanto più grande quanto più riesce a confrontarsi con le realtà da cui è espresso, con gli universi sonori di quei territori, con la cultura e le passioni di quelle genti. A cominciare, per noi, dalla nostra Italia.

Antonio Cicoria
Unisonus (Alfa Music/Egea)
Voto: 8/9
Paolo Fresu definisce nelle note di copertina questo album del batterista Antonio Cicoria «un elaborato affresco che addiziona componenti di varia estrazione, sapientemente mescolati grazie a un’alchimia nella quale è possibile riconoscere le sue passioni stilistiche che basculano tra il mondo cameristico e la fusion passando per il jazz e il mèlos mediterraneo». Non male per un debuttante, finora noto per le sue collaborazioni in ambito pugliese con il cantautore e assistente sociale Domenico La Marca, con Giovanni Russo, Roberto De Nittis e Diletta Longhi (con la quale vinse il premio Jam The Future dello scorso anno) e nei jazz project Mare Nostrum e Pasta Nera.
Può sembrare perfino esagerato, ma il nostro supertrombettista non è tipo da buttare parole al vento e possiamo tranquillamente confermare che questo Unisonus è un lavoro veramente sorprendente per qualità, per combinazioni strumentali, per ricerca timbrica, per impatto sonoro e per quell’accostamento al mondo dei colori che lo stesso Fresu sottolinea.
Cicoria afferma di aver avuto come stimolo creativo delle sei composizioni originali i sogni avuti in passato e l’immaginazione di paesaggi eterei. Lo ha sviluppato alla grandissima utilizzando un organico composto da formazioni differenti: due brani con un quartetto d’archi (uno con il solo Stefano Auciello al sax soprano, l’altro con l’aggiunta di un quartetto con il piano di Felice Lionetti, il contrabbasso di Luciano Pannese, soprano e batteria), due brani con quintetto di fiati (quattro sax e il trombone di Enzo Pastore) e quartetto jazz con l’aggiunta della chitarra di Antonio Tosques (in L’uomo in bicicletta significante anche la presenza delle voci di Alessandra Trochiarella e Valeria Locurcio) e due brani in quintetto, uno con Auciello, l’altro con la tromba di Antonio Piacentino.

Jacopo Ferrazza
Prometheus (Teal Dreamers Factory)
Voto: 8/9
Il mito greco di Prometeo narra che il titano diede agli uomini il fuoco, di cui Zeus li aveva privati per vendetta. Il contrasto con il re degli dei gli costò il venire incatenato a una colonna mentre un’aquila gli divora il fegato che continuamente ricresce. Affrontarne il racconto fa tremare i polsi, dato che significa in qualche modo confrontarsi con la trilogia tragica di Eschilo, con Platone (che fece di Prometeo addirittura il creatore degli uomini, cui avrebbe distribuito le diverse qualità), con Goethe e Shelley, con Gide e Kazantzàkis. E in ambito musicale con il balletto di Beethoven, il poema sinfonico di Liszt, con Skrjabin e Orff.
Ergo, onore al coraggio. E, va detto immediatamente, al merito. Il contrabbassista, che ama anche le elettroniche, Jacopo Ferrazza, docente di composizione jazz e di musica d’insieme jazz al conservatorio di Frosinone, ci propone un quinto cd da leader di assoluto livello. L’ex collaboratore di Rava e Fresu, di Piovani e Pieranunzi, di Dave Liebman e Mario Biondi, si tuffa in questa impresa scegliendo sì la strada didascalica, ma ottenendo un risultato evocativo e possente, con una narrazione che sa sfruttare sia la drammaticità che la suggestione, sia il sogno evocatore che l’arguzia, sia la malinconia che il conforto. Sempre armonizzando i linguaggi che utilizza – un jazz moderno e articolato, combinato con elegante musica contemporanea, sonorizzazioni “atmosferiche” e un certo pop sofisticato – e trovando una convincente cifra distintiva, grazie anche al ricco contributo di Enrico Zanisi (piano e synth), Livia De Romanis (violoncello) e Valerio Vantaggio (batteria).
Non riesce neppure fastidioso il sovrabbondare dei testi, firmati dallo stesso titolare e cantati benissimo dalla brava Alessandra Diodati, che propongono il titano come uomo di oggi, dubbioso, timoroso, conformista, cui solo il fuoco, metafora delle capacità naturali che la società contemporanea ha intrappolato, permette di ritrovare il sé profondo e un’autentica prospettiva.

Massimo Tata
Kythnos (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8
Debutto in trio per il vibrafonista Massimo Tata, docente al conservatorio di Perugia e stimato sperimentatore sullo strumento. Come tutti i debutti, specie quelli non proposti da giovanissimi, si tratta della presentazione di una serie di idee e stimoli raccolti in numerosi anni di carriera, che si è evoluta dal rock al jazz, passando per la musica sinfonica e quella contemporanea, per quelle di scena e le colonne sonore. Tata è un accentratore – «metto tutto sul pentagramma, scrivo le parti di pianoforte e di vibrafono, comprese quelle dedicate ai soli», scrive nelle note di copertina – il che di per sé non è né un pregio né un difetto, ma spesso nel jazz si traduce in una uniformità di intenzioni che non fa decollare i progetti.
Qui assistiamo, per rifarci a un’idea dello scrittore ceco Milan Kundera, al prevalere dell’“estetica kitsch”, intendendo con la parola non il cattivo gusto, non la paccottiglia, bensì l’atteggiamento di chi vuol piacere a ogni costo e al maggior numero di persone. E Tata ci riesce accettando da un lato gli stilemi di grandi come Milt “Bags” Jackson e Gary Burton, diventati i moderni luoghi comuni del jazz, e dall’altro sviluppando una sua unicità, una sua virtù espressiva, legata al desiderio di un continuo mutamento delle formule, dell’impatto ritmico elegantissimo e dei chiaroscuri.
Siano le tracce legate a sapori più latini (Explorer) oppure mediterranei (la title-track), a folk esteuropeo (Igor) oppure al relax emotivo (con il contributo dell’handpan di Federico Capodiferro), fino al brano conclusivo Lipsi, un pezzo per pianoforte a quattro mani eseguito da Sofia Marocco e Giancarla Ardetti, solare quanto il sogno di ritirarsi a vivere in un’isoletta greca come quella che dà il titolo al cd. Il tutto con il contributo significativo di Daiana Boccialone al pianoforte e Carlo Battisti alla batteria.

Joe Pisto – Fausto Beccalossi
Respiro (Belfagor)
Voto: 8
Il connubio tra chitarra e fisarmonica rimanda immediatamente a contesti popolari, alla tradizione delle aie contadine e dei balli, dei cantastorie girovaghi e delle piazze pronte ad animarsi. Questa connotazione è quella di partenza per chiunque si cimenti con questi due strumenti molto affiatati tra loro. Lo è anche per i due affermati solisti che ci propongono il loro secondo album in coppia, dopo il riuscito Interplay di quasi sette anni fa.
Se il precedente lavoro mirava a sottolineare il rapporto paritario e stimolante tra i due, questo Respiro si propone l’intento di coinvolgere gli ascoltatori in un alitare comune, in un “respirare” insieme. Joe Pisto, che compone tutte e otto le track, è chitarrista di pregio, che
ha svolto attività concertistica classica fino a che nel 2000 si è innamorato del jazz. Da allora ha intrapreso collaborazioni di assoluto prestigio, da Eumir Deodato a Bono degli U2, da Zucchero a Jeff Berlin, da Andrea Bocelli a decine di jazzisti top. Inoltre è cantante – nel cd offre passaggi e vocalizzi che sono espressivo colore sonoro – e docente di canto jazz al conservatorio di Bologna.
Fausto Beccalossi, fisarmonicista di fama mondiale, ha fatto parte per oltre un decennio del quintetto del chitarrista americano Al Di Meola. Inoltre ha suonato con una marea di artisti, soprattutto jazz (Kenny Wheeler, Charlie Haden, Mike Stern, Randy Brecker…), e inciso altrettanti album, anche in ambito pop. Insieme sviluppano qui ballate malinconiche e passaggi energetici, melodie avvolgenti e ritmi frenetici, tele delicate e narrazioni incisive, che, dice Pisto, «vogliono raccontare una storia di vita e le sue emozioni». La chitarra classica e la fisarmonica giocano con ritmi sudamericani e aperture world, con richiami alla classica e con un pizzico di rock, per disegnare un jazz/non jazz modernissimo, che trova sempre la giusta misura.

Aria Accordion Trio
Oltre (Alfa Music)
Voto: 8
Piero Mortara, che compone quasi tutti i brani di questo cd, è pianista e fisarmonicista conosciuto per essere da undici anni uno dei frontman della storica band jazz-rock progressive Arti & Mestieri di Luigi Venegoni e Furio Chirico. Con lui, in questo Aria Accordion Trio, nato in tempi di pandemia per poter suonare in contesti più agevoli (sia come budget che senza l’ingombro del pianoforte), sono l’altro componente dell’ensemble piemontese Roberto Puggioni al basso e il batterista Gaetano Fasano, entrambi personaggi dalla lunga carriera e dalle millanta collaborazioni.
Oltre segue le tracce di Camminando, debutto del trio datato 2022, con una conduzione sonora leggera e coinvolgente, tra narrazione e sensazione, in una sorta di viaggio alla
scoperta dei segreti e della magia della fisarmonica, strumento eclettico come pochi altri, capace di condurre l’ascoltatore in una serie infinita di mondi e di pulsioni se trattato dalle mani giuste. I dodici brani, tra cui due riprese dal repertorio del gruppo satellite di A&M Venegoni & Co. (A perdifiato, Kaleidomar), propongono un itinerario che parte da un jazz/prog di ampie vedute, in cui si inseriscono richiami al folk e virtuosismi mai di maniera, qualche accenno alla musica classica e sorrisi mainstream, inni alla leggerezza, Italo Calvino docet, e sfide sull’orlo del sentimentale.
Come dice Mortara: «non mi piace dare etichette ai generi musicali, però il jazz è quello che più si avvicina al paradigma della “ricerca e sviluppo” ovvero dello stravolgimento delle regole e dell’apertura all’invenzione». E, in questi termini, quello dell’Aria Accordion Trio è jazz di preziosa fattura, grazie anche ai qualitativi interventi del sassofonista brasiliano Rodrigo Botter Maio, del violinista Lautaro Acosta (un altro Arti & Mestieri) e del flicornista Franco Piana.





































